martedì 3 gennaio 2012

Tra la percezione e la realtà



Periodo calmo, di poche uscite.
Queste settimane sono quelle tranquille, le cose importanti sono uscite, per qualche giorno ancora nessuno farebbe uscire un disco e quindi ne possiamo approfittare per qualche riflessione.
Ho trovato un interessante resoconto delle vendite negli Stati Uniti degli album che sono arrivati tra i primi 50 nella (sempre importante, per quanto si dica) annuale classifica di Pitchfork.
Una piccola selezione:


1. Bon Iver Bon Iver - 317,355
3. M83 Hurry Up, We’re Dreaming - 59,573
4. PJ Harvey Let England Shake - 62,000
11. St. Vincent Cruel Mercy - 44,334
12. James Blake James Blake - 47,372
15. Fleet Foxes Helplessness Blues - 277,541

26. The Field Looping State of Mind - 4,900
28. Cut Copy Zonoscope 51,000
32. Panda Bear Tomboy - 46,000
33. Fucked Up David Comes to Life - 19,000

46. Cults Cults - 25,000
48. Toro Y Moi Underneath the Pine - 19,381

A titolo di confronto ci sono due album in classifica prettamente mainstream

21. Jay-Z/Kanye West Watch the Throne - 1,143,674
27. Beyonce 4 - 971,264


Considerazioni:
- davvero ormai non si vendono più dischi. Beyonce è un'artista palesente pop, dal successo costante e senza gavetta, a suo nome, provenendo dalle Destiny Child. Ebbene, ha venduto dal primo al quarto album: 4,7milioni, 3,3 milioni, 2,9 milioni, 1 milione. 
- c'è una forte uniformità, in qualche modo, qualche tempo fa dischi di gente come Jay o Beyonce vendevano centinaia e centinaia di volte quelle degli artisti "indie", qualcosa come 5 - 10 milioni di copie contro 20mila copie o cinquantamila.
Ora, tralasciando un Bon Iver che è un pò un caso a sè, gente come m83, St Vincent o un Panda Bear vendono "solo" una decina o ventina di volte in meno. Forse hanno un pubblico più fidelizzato, più incline ad acquistare l'album.
- c'è come un livello che nella maggior parte è il livello della piccola nicchia: tra i sessantamila della notissima Pj Harvey e i 25 mila degli esordienti e nemmeno troppo chiaccherati Cults non c'è troppo distatto. Quasi si dicesse "per quella nicchia, qualunque genere sia, il livello è quello". A meno che non diventi Bon Iver (300mila) o  gli Arcade Fire (500mila) che diventano (imprevedibilmente) col passaparola e il tam tam della rete fenomeni anche commercialmente rilevanti.

Certo, questa è una classifica americana, verosimilmente in Europa certi valori cambierebbero ma è comunque indicativa, in un mondo sempre più globalizzato e caratterizzato da scene musicali si, ancora esistenti mentre da pubblici sempre più settoriali e indipendenti dal luogo di nascita bensì dalle proprie preferenze.

In questo quadro è bello, bellissimo, vedere di fianco all'aumento del download digitale (che perlomeno aiutano artisti e la legalità) come sia rispettata sempre più la mia previsione  e cioè il ritorno al vinile: in Inghilterra ad esempio +44% e quasi 350mila dischi venduti, numeri ancora piccoli ma che preludono, a mio parere, al futuro scenario migliore, ovvero la massa al download digitale, l'appassionato e fan al vinile (oggetto fisico meraviglioso e dal bel suono) e il vero incasso dall'artista dal concerto, appuntamente sempre più di massa e abitudine da consolidare anche in Italia, dove pure si vedono bei segnali, nonostante le sempre difficili condizioni per le produzioni medio / piccole.

E voi che futuro vedete per la musica?




2 commenti:

  1. Penso che il tuo ragionamento sia giusto.
    Il concerto deve essere il vero "sostentamento" dell'artista.

    http://www.vlao.it/2011/06/il-cd-non-ha-senso-di-esistere/

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