giovedì 17 gennaio 2013

Focus On: Stateless (e un album solista futuro)


Capita, di tanto in tanto, di tirare fuori un cd per un pò di tempo lasciato nel porta cd dell'auto.
Io ne ho due, attualmente, di porta cd, quello grigio, che contiene tutta una prima fase di dischi (straboccanti di mp3) e un secondo, nero, che gira da un annetto abbondante, dove finiscono più o meno tutti gli ultimi dischi, 50-70 brani per cd, per l'ascolto in macchina che rimane, a mio parere, uno dei migliori possibili, secondo solo a quello in (buona) cuffia.
Questa mattina ho ritirato fuori quello grigio, inserito un cd di (relativa) vecchia data e ritrovato il sapore, gustosissimo, di un tempo, nell'ascoltare gli Stateless.
Che sono, e probabilmente saranno, uno dei gruppi più sottovalutati degli ultimi anni.

Quartetto di Leeds, città nel nord inglese, capitanato da Chris James, gli Stateless si formano nel 2002.
Cinque anni di gavetta e collaborazioni (di rilievo quella importante con Dj Shadow, con alcuni pezzi scritti insieme) e infine nel 2007, l'esordio, omonimo.
Disco quasi perfetto e indimenticabile, capace di fondere la vocalità dei Radiohead, le suggestioni elettroniche dei recenti Portishead e un grande lavoro di ritmiche spezzate e di rilievo alla batteria.
Soprattutto, un grande lavoro melodico che porta a grande risultati:



Non c'è bisogno di dire molto, dopo un pezzo come Bloodstream e il bello è che è solo il punto di inizio, il più accessibile di un grande disco che si muove lento e sinuoso, muovendosi, di tanto in tanto su coordinate più black (The Language) o acide (Bluetrace, quasi industriale nel suo finale sincopato).
Un altro pezzo memoriabile? Crash. Ballata indimenticabile, perfetta, da stupirsi nel non essere stata più di tanto utilizzata dal cinema.

Le attenzioni per la band ci sono, ma non sale mai un hype per una band che forse non ha nei comportamenti o nelle personalità qualcosa di spicco per far parlare la stampa.

Così, quattro anni dopo, quando arriva Matilda, su etichetta Ninja Tune, non c'è, in realtà grande attesa per il secondo disco.
Che pure, è si leggermente sotto il livello dell'esordio (poteva essere altrimenti?) ma non è per niente brutto.
Anzi, affascina.
In primis per Ariel, particolarissimo brano che sembra partire con melodie orientali e si libra leggero nelle contorsioni della batteria e che suona affascinante e ancora una volta, diverso.



Non è l'unica cosa bela: se è vero che l'iniziale, confusa Curtain Call, spaventa un pò, la parte centrale del disco convince parecchio.
In particolare Miles To Go, e Assasinations, che confermano un approccio più vicino all'hip hop, seppure destrutturato, più Dj Shadow che Radiohead, per intenderci, che magari non è indimenticabile ma funziona, eccome se funziona (degna di nota anche Ballad of NGB).

Nel andare a ricostruire questo articolo, poi una notizia: mentre la band è presumibilmente in pausa, il frontman, Chris James è all'opera per un album solista, come ci twitta un paio di giorni fa.
Se son coincidenze queste....


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