martedì 23 ottobre 2018

Propaganda - Stagione 2, Episodio 3

La puntata numero tre di questa stagione è stata densa di musica.
Musica e novità e qualche parola nel mezzo, per presentarla e raccontarla.

Ascoltala qui oppure scaricala qui

Tracklist

Any Other - Capricorn
Big Red Machine - Lyla
Cosmo Sheldrake - Run Rings Right Wrongs
Django Django - Swimming At Night
John Grant - Love Is Magic
Miles Kane - Cry On My Guitar
Le Luci Della Centrale Elettrica - Mistica
Mumford And Sons - Guiding Lights
Spiritualized - Here It Comes
The Lemon Twigs - Small Victories
Yves Tumor - Licking An Orchid

sabato 13 ottobre 2018

Propaganda - Podcast e Streaming, Stagione 2 Episodio 1

Quest'anno faccio il bravo e tengo segnato tutto.
Per cui, ecco tracklist e link per scaricare /ascoltare la prima puntata della mia Trasmissione su Web Radio Giardino.

Scaricala Qui o ascoltala qui in streaming

Anna Calvi - Hunter
Blood Orange - Charcoal Baby
Death Cab for Cutie - Gold Rush
Interpol - If You Really Love Nothing
Kids See Ghost - Reborn
LIM - Queen
Rostam - In A River
Say Lou Lou - Ana
Thom Yorke - Suspirium
White Lies - Time To Give

lunedì 8 ottobre 2018

Propaganda - Streaming e download Puntata 2, Stagione 2

Seconda puntata di Propaganda e abbiamo già il piacere di avere un ospite illustre. È con noi Tom, tra le menti dietro al progetto Reazione K Volume 2, rassegna di grande livello che porterà artisti internazionali e non in Sala Estense nelle prossime settimane. Parleremo con gli artisti che verranno a suonare, senza dimenticare uno sguardo verso la realtà musicale locale e contemporanea. Inoltre grandi chicche musicali come Let's eat Granma, il progetto Gallant con Sufian Stevens, Mitski e molto altro. Puntata ricca di contenuti!

Scaricala Qui o Ascoltala Qui

Tracklist

Bodega - Jack in Titanic
Devon Welsh - By The Daylight
Gallant - Togoodtobetrue
Gaz Coombes - Wounded Ego
Let’s Eat Granma - I Will Be Waiting
Mitski - Geyser
Riccardo Sinigallia - Ciao Cuore
Scott Matthew - The Wish
Stella Maris - L’Umanità Indotta




martedì 31 luglio 2018

Home Festival: una guida all'edizione 2018



Si dice da anni che in Italia non abbiamo la possibilità di avere un festival musicale.
Quando si dice questa frase si intende che non esiste la possibilità di vivere una esperienza di due, tre, quattro giorni, con una grande arena, diversi palchi, una programmazione di qualità eterogenea che porti a vivere l'esperienza della piccola città della musica.
Non abbiamo un Primavera Sound, ma non abbiamo nemmeno un Pukkelpop, uno Sziget o altre mille realtà di dimensione medio-grande che permeano gran parte dell'europa, anche in paesi apparentemente piccoli come Croazia Danimarca o Polonia.
Questo per diverse ragioni:
- manca un coordinamento centrale ed esistono quindi infinite piccole versioni di Festival (Siren, Ypsirock)
- si preferiscono le rassegne spalmate su settimane o mesi, chiamate festival ma in realtà semplici elenchi di concerti
- vi è un intriso nazionalismo che porta l'Italia ad essere uno dei paesi a più alto tasso di ascolto "autoctono" , secondo gli ultimi dati FIMI siamo addirittura ad una percentuale di streaming con il 55% di artisti italiani contro il 45% di quelli stranieri.

Insomma, siamo nazional-popolari e se vi si aggiunge la poca voglia di nuovo (vanno magari sempre fortissimo le band icona del passato) e i problemi di burocrazia ed investimento, realmente, il "megafestival" non esiste.
Però, con piena onestà, su queste stesse pagine ho raccontato in due occasioni la possibile nascita di questo evento.
Report anno 2015   Report anno 2017   Video anno 2017
Ovvero, Home Festival, a Treviso.
Che è passato gradatamente da evento gratuito ad evento a pagamento, che espande di anno in anno l'ambizione del progetto musicale, che ha un sito capace di gestire più palchi in contemporanea (e lo fa realmente) e che tenta comunque di essere anche un'esperienza, grazie al campeggio, alla parte di mercatini o di cibo, alle partnership importanti.
Insomma, con i dovuti timori, sembra che la strada sia lanciata.
Ovvio che Home Festival, per sopravvivere è al momento un festival che mette assieme anime rock, pop, elettroniche, italiane e straniere, fatica ad essere percepito ad esempio come festival contemporaneo (Primavera Sound) o di genere (Sonar); il pubblico stesso ancora arriva per il proprio artista preferito e cambia dunque di serata in serata.
Ma anche quest'anno c'è la possibilità di costruirsi una più che dignitosa scaletta.
Ad averne la possibilità di esserci per tutta la durata ecco un piano.
Giovedi
> E', come spesso negli ultimi anni, il giorno "europeo", di maggiore qualità, almeno a parere di chi scrive. Imperdibili gli Alt-J, in caduta su disco quanto interessanti dal vivo, imperdibili i sottovalutatissimi Django Django, autori di un ottimo disco quest'anno, interessanti gli alfieri indie rock The Wombats e White Lies. Aggiungiamo la carica elettronica di Floating Points e le piccole scoperte italiane di cui abbiamo parlato anche in radio   come Coma Cose, Her Skin e Han e abbiamo una giornata veramente imperdibile.
Venerdì
> Una giornata fieramente di suoni duri, viene da pensare la più ostica a livello di pubblico. Se pure ci sono i Prodigy, che sono sempre i Prodigy, tralascerei gli Incubus, magari più curioso l'esperimento reunion speciale Prozac +. Da non mancare poi per il live dei Ministri, sicuramente incendiario e di una band che ha appena dato alle stampe un ottimo disco. Possibili scoperte? Belize e Makai, da approfondire.
Sabato
>Sabato è sempre stato il giorno in cui Home Festival si apre a ciò che va di tendenza, il giorno della festa. Sicuramente il live del giorno è quello di Cosmo, alla sua estate di gloria, per il resto c'è tanta trap, ci sono i Santii che pure avevamo conosciuto come M+A proprio qui a Home Festival ma ci hanno dato da poco dei dispiaceri (vedi live a Cremona) e poco altro. E' il giorno in cui magari non ci sentiamo a casa, ma la festa è di tutti.
Domenica
>La giornata della festa e delle famiglie. Caparezza vale per tutti, Lo Stato Sociale sarà il must, pur che non ci andiamo matti, il talento di Motta ci lascerà qualcosa nel cuore, consigliati come scoperte i divertenti Eugenio in Via di Gioia e Joan Thiele,, senza dimenticare Generic Animal, di cui si parla bene.

Il prezzo di Home Festival è ancora popolarissimo: 30 euro ogni giornata, 90 l'intero festival valgono bene una prova, per vedere crescere ogni anno questo piccolo ormai grande Festival.
Forse ci saremo, in caso, non mancherà un report esteso.

lunedì 9 luglio 2018

[Live Report] Tanta Robba Festival, Giorno Uno, Cremona


A volte i festival, i concerti, le serate che dedichiamo alla musica sono attesi per mesi, date iconiche segnate in rosso in un calendario già ben nutrito di eventi.
A volte, invece, la situazione si ribalta: hai una sera libera, magari solo quella ed hai voglia di musica.
Sei affamato, la brami, la cerchi e questo ti porta a trovare una piccola data, di una piccola città di un piccolo festival.
Che poi "Tanta Robba Festival" così piccolo non è, soprattutto si configura con chiarezza come l'idea di un piccolo festival (dura tre giorni) ad entrata gratuita (e il pubblico è quello delle ferie di paese) con la piacevole varianza tra due palchi che funzionano più o meno a scalette scaglionate con qualche sovrapposizione, orientate in senso opposto in modo da non contrastarsi.
Infine, la sensazione è di una programmazione artistica che si avvicina al nazional/popolare/giovanile ma che nasconde il desiderio di una certa "indiependenza".
E questo infatti è il motivo che ci porta qui: il posto non è lontano, si presta ad una gita, non c'è costo e ci sono due artisti e mezzo che ci interessano.

Così, in un bel parco naturale ai confini della città, tra bancarelle del cibo ben più buone di ritrovi molto più blasonati in questa estate musicale, il primo live che ci interessava era quello dei Santii. (5).

I Santii sono la seconda vita artistica dei M+A, progetto di respiro più che internazionale che qualche anno fa, incrociato in un Home Festival, sotto ad un caldo tendone ci aveva regalato una bellissima impressione di musica da ballare, costruita in maniera intelligente e di un live set in grado di regalare sorrisi e soddisfazioni.
Ricordi passati: la nuova vita del progetto al momento, al netto della bella postazione con quattro lati di led ad avvolgere i suoni, è fatta di brani esili, di pop di stampo europeo, soprattutto di stampino, tra il pop danzato ed il rap. Dal vivo, quasi tutto campionato tranne le voci, una presenza scenica impalpabile e un entusiasmo adatto ad un pubblico under 16. Che pure questa sera c'è, per un trapper che apparirà nelle ore successive, ma non si scalda, a ragione, per qualcosa di così esile come questo live, che delude non poco.
Dal party dance di stampo europeo ai cd da autogrill di qualche anno fa il passo non è lungo, ma pare ben riuscito: risposta di pubblico e critica vedremo, ma per il momento il pollice è basso.

Per fortuna poi appaiono i Coma_Cose (7,5): il duo di Milano sta facendo parlare di sè da mesi, con una specie di rap pieno di influenze, militante milanese e del mondo di oggi e capace di sfornare almeno alcuni brani (il disco deve ancora uscire) che in un mondo ideale sarebbero la colonna sonora di questa estate .

Loro si, una vera band, batteria dal vivo, intesa sul palco, brani capaci di piazzarsi in mente e un pubblico sempre più coinvolto, con una Post Concerto già cantata a memoria da parecchi.
Certo, hanno 7-8 brani in canna e una cover (Sangue Misto), per cui appare disorientante che nel loro picco, ripartano poi rifacendo un paio di brani già sentiti all'inizio.
Ma sono una band in qualche modo già più grande della loro discografia e ci sta: ma ci sono piaciuti non poco.

Si era detto due artisti e mezzo perchè nel "preparare" la serata avevamo trovato, in opposizione a quel trapper da under 16, sull'altro palco, programmata Joan Thiele (6 e 1/2) graziosa ragazza che secondo le biografia pare essere partita da Youtube, passata per un successo da radio / televisione e poi, all'improvviso (qui entriamo nella storia) essere ripassata per sue origini (la Colombia del padre) e presentarsi ora, davanti ad un piccolo pubblico, sola sul palco a presentare il proprio disco "Tango".
E' un pop (fin troppo) accessibile ma di qualità: l'idea è che sotto una sensibilità personale e artistica non indifferente ci sia una certa urgenza di rimanere accessibile, quando pure ci sarebbe di più.
Ad esempio, una bella "Underwater" di voce e tastiera, su disco è molto più radio friendly, eppure il senso melodico e una musicalità di qualità sotto ci sono.

L'augurio è che in futuro possa spogliarsi di tutto: un disco voce, chitarra, piano e sussulti sonori latini potrebbe davvero essere piacevole.

In conclusione, in una Italia un pò alla deriva musicale, divisa tra mille artisti a fare la stessa cosa e il mondo rap/trap a trainare le vendite, è stato interessante vedere e sentire altri suoni, altre proposte.
La sensazione è i futuri big dentro ci siano (Coma_Cose) e soprattutto complimenti a chi ha saputo creare un piccolo festival con un'anima ben più grande della piccola festa di paese.
Chissà se il cartellone dei prossimi anni riuscirà a convincerci a tornare...

giovedì 14 giugno 2018

[Live Report] Lcd Soundsystem @ Ferrara Sotto le Stelle



Sono passati tanti anni, davvero tanti.
Era il periodo in cui iniziavo a correre con uno dei primi Ipod.
La Nike aveva creato questo piccolo sensore, costo ventinove euro, che inserito nella scarpa restituiva tutti i dati sulla propria attività.
Aveva anche chiesto ad un nascente James Murphy, conosciuto come Lcd Soundsystem, di creare una colonna sonora per una corsa.
Lui aveva prodotto 45:33, dal minutaggio della traccia, una specie di suite in varie parti che accompagnava riscaldamento, corsa e defaticamento.
Fu persino criticato, Murphy: venduto, gli dissero.
Che pure fosse un esperimento di grande qualità e che nascondesse i semi del successivo album, Sound Of Silver (Someone Great, ad esempio) passò inosservato.

Ma quel momento, quelli di poco precedenti e quelli di poco successivi sono esattamente il centro della vicenda di Lcd Soundsystem, tornato otto anni dopo in Piazza Castello.
E' raro che una band che fa “ballare” sia tanto politica.
Ma il progetto sonoro di Murphy in qualche modo stride con la sua essenza interiore.
Ora, otto anni dopo, lo scioglimento dopo quel tour, l'incredibile serata di addio, la lunga pausa e lo strepitoso ritorno con American Dream raccontano il percorso umano di una persona destinata a lasciare il segno su un inizio di millennio.
E per quanto molti fossero dentro alla piazza per i bassi, la batteria, le note veloci di piano di All My Friends, scontata quanto perfetta chiusura, l'essenza stessa della piazza sapeva che la serata era il concerto di un autore, di più, di un uomo.

Il concerto di Ferrara, visto per una qualche fortuna da molto vicino è stata la celebrazione incerta e potente di qualcosa di interiore.
Di una band che ti fa ballare con un brano, You Wanted A Hit, che recita: “volevi una hit / ma forse non facciamo hit”.
Di un uomo che non ha una voce o un fisico da frontman, che pare dire la prima cosa che gli salta in mente perchè la sua dimensione naturale è quella della composizione in studio, lontano da un palco.
Che schiva l'essere divo proteggendosi con la band, un bicchiere di vino, una pausa al bagno.
Ti trasmette fragilità mentre ti fa ballare.
Ti trasmette tristezza mentre urla.
Ti trasmette emozione mentre si lascia andare, si avvicina al pubblico, sale sulle casse, si espone lasciandosi trascinare dall'interiorità, spogliandosi un attimo dalla goffagine, dal calore, dal magma sonoro prodotto.

In questo senso non c'è diversità da quei brani in cui il cantante, andiamo sul facile, Thom Yorke, va al piano e suona solo, con il proprio pubblico, nudo e fragile.
Pure se qui sul palco di persone ce ne sono sette o otto, tra torri di cavi, batterie, tastiere, microfoni, tutto vibra senza eccessiva perfezione tecnica, ma senza che questo sia importante.

E' tutto nell'essere generazionale: Murphy ha inventato un suono, ha suonato musica elettronica e composto ballate, si è avvicinato a Bowie, si è immerso negli anni ottanta o settanta, ha deciso di spegnere il progetto quando non lo ha sentito più vitale (o è semplicemente rimasto sopraffatto dalla grandezza che aveva preso) e poi lo ha rianimato, attuale quanto derivativo, personale quanto debitore.

Spesso, la musica che fa danzare non ha un contenuto politico o personale.
Eppure, la sensazione è che per molti, in quella piazza, i brani significassero qualcosa di più del divertimento.
Così, nonostante o forse grazie ad una scaletta assolutamente non scontata, non banale, non vicina ai gusti del pubblico ma concentrata sul proprio progetto, la gente era felice.
Ballava, si spingeva poco, saltava con gli altri, si sorrideva, viveva assieme il rito, con pochi giovanissimi, è vero, perchè questi tempi hanno altri suoni, ma con un fuoco sparigliato tra i venti ed i quaranta, quarantacinque anni, con la testa lontana dai vicini temporali, scacciati come per miracolo, piace pensare, dalla bellezza stessa di una piazza magica, chiusa, che avvolge come un guanto, il palco davanti, il castello dietro in queste sere che capitano, a Ferrara, d'estate.

Io, sul palco, non ho sempre visto in James Murphy la gioia di vivere e di suonare.
Io, da vicino, ho letto fragilità, fatica, esaltazione e paura, ho letto distacco e concentrazione, mestiere e estasi sonora, ho percepito la sofferenza dell'essere e la voglia di rispondere alle sfide della vita.
Come se questa seconda vita fosse migliore della precedente, come se Lcd Soundystem, otto anni fa, fosse un treno in corsa di un musicista e Lcd Soundsystem, oggi, sia invece la propria risposta a sé stesso.
You Wanted a Hit, inizia, dicendo che non le scrive le hit.
All My Friends, finisce, nutrendosi di questa energia per andare avanti, lasciandoci felici, colpiti, con la polvere sotto i piedi di una piazza che ha ascoltato un concerto non sempre perfetto e proprio per questo, profondamente importante.



domenica 11 marzo 2018

Propaganda, puntata 9

Nona puntata di Propaganda, in onda tutti i giovedì dalle 18 alle 19, su Web Radio Giardino.
Ecco la selezione musicale:


  • Beach House - Lemon Glow
  • Car Seat Headrest - Bodys
  • Chrvches - Get Out
  • Cigarettes After Sex - Nothing Gonna Hurt You Baby
  • Everything Is Recorded - Mountains of Gold
  • James Vincent Mcmorrow - True Care
  • Okkervil River - Don't Move Back To LA
  • The Wombats - Cheetath Tongue
  • Tracey Torn - Sister
  • WHITE - Living Fiction
Ascoltala in streaming cliccando qui, oppure portala dove vuoi scaricando la puntata

Propaganda, Puntata 8

Puntata 8 di Propaganda, in onda su Web Radio Giardino, tutti i Giovedì dalle 18.
Ecco la Playlist della puntata


  • Beatrice Antolini - Second Life
  • Chromeo . Juicy
  • Courtney Bartnett& Kurt Vile - Continental Breakfast
  • The Hookworms - Negative Spaces
  • Johann Johannson - Flight From The City
  • Kasabian - Good Flight
  • L I M - Rushing Guy
  • Laura Veirs - Everybody Needs You
  • Moby - Like a Motherless Child
  • Rhye - Count To Five
  • The Go! Team - Semicircle Song
Ascolta la puntata in Streaming  oppure, ancora meglio, scaricala direttamente .

mercoledì 21 febbraio 2018

[Live Report] Vok @ Covo, Bologna



Ogni appassionato di musica, ognuno di noi matti che continuano a divorare dischi, suoni, letture, che ancora si immergono in passioni devastanti, ognuna di noi persone che vivono piccole storie d'amore tra sè stessi e un disco, una band, una canzone, hanno dei momenti speciali.
La storia tra me e i Vok è a triplici o quadruple angolazioni: un disco piaciuto, l'interesse a provare a farli suonare dal vivo io in Italia (fallito) una data che poi arriva sotto casa mesi dopo, la possibilità di intervistare la band, o meglio la cantante, nel camerino del Covo (che è una specie di simbolo per chi, come me, al Covo ci è cresciuto) e poi sotto il palco, in un anonimo lunedì, con un cinquanta o forse settanta persone venute apposta per vedere questa piccola band, nata da poco, due Ep, un primo (bel) disco datato 2017, un pugno di belle canzoni che si muovono su un dream pop sognante, vicino ora agli XX, ora ai Portishead.
Un live carico di attese, con il pensiero di una band comunque giovanissima e che invece ti suona direi 15 canzoni, con precisione e potenza, una scaletta che si permette di partire a mille e di rallentare raramente.

Beh, allora forse più che una storia d'amore (che nasconde spesso una esagerata visione dell'altro) era stato un occhio clinico ad una band che merita già ora un pubblico più ampio, che se saprà mantenere la bella scrittura, il grande approccio live e quella capacità di suonare trip-hop ma contaminandolo con tutto quello che succede oggi, con una band che è si islandese, ma anche inglese, tedesca, americana, forse allora tra qualche anno non saremo più settanta, ma settecento.
Non dico di più, ma se c'è da innamorarsi di piccole realtà, allora una di queste, nel 2018, sono i Vok.

Per dirci di più, lo facciamo tra una settimana circa, ne parliamo con la cantante, su Propaganda, giovedì 1 Marzo, su Web Radio Giardino.



Propaganda Puntata 7

Puntata Sette di Propaganda, il mio programma su Web Radio Giardino che vi presenta tutto il bello della musica e le novità più fresche.
Questi brani della puntata

  • Lcd Soundsystem - American Dream
  • Django Django - Further
  • James Blake - If The Car Beside You Moves Around
  • Shopping - The Hype
  • Sing Fan, Soley, Orvar Smarason - Random Haiku Generator
  • The Liminanas - Istambul Is Sleepy
  • The Shins - Name For You (flipped)
  • The Voidz - Leave in My Dreams
  • Vonavi, Run Rivers - Sunburst
  • Young Fathers - In My View




Ascoltala in streaming o scaricala 

domenica 4 febbraio 2018

Il negoziante è Web Radio: Propaganda, puntata 6.

Va bene, in fondo mi sono dimenticato non ho pensato di scrivervelo qui.
Ma chi li legge più i blog?.
Ma chi ascolta più le radio?.
Ma cos'è una web radio, nel 2018, se non un disperato tentativo di dare voce, come fosse una vecchia radio pirata, alle cose belle della musica di oggi?.

Fatto sta che su Web Radio Giardino, promettente ed orgogliosa Web Radio piena di giovani talenti di Ferrara, ci sono pure io (di cui le due parole precedenti non sono necessariamente descrizione, specie la seconda).
E quindi iniziamo a descrivere che siamo partiti da un pò, il programma si chiama Propaganda, ed alla puntata numero 6 ha presentato in scaletta (di diverso ordine):


  • Hercules And Love Affair - Rejoice
  • Black Rebel Motorcycle Club - Question of Faith
  • Eels - The Deconstruction
  • Franz Ferdinand - Feel The Love Go
  • Graham Coxon - Walking All Day
  • Hundred Water - Blanket Me
  • Jfdr - White Sun
  • Populous - Azulejos
  • Sohn - Rennen
  • Soulwax - Do You Want To Get In Trouble
  • The Decemberiest - Severed

La prossima puntata, live, giovedì 8 Febbraio qui 

lunedì 16 ottobre 2017

[Live Report] Dear Reader @ Clandestino, Faenza


Il Clandestino, a Faenza, è un posto strano.

Da fuori, pare un bar. Un lungo tavolo, sulla sinistra, ne suggerisce chiaramente l'impronta di luogo per bere, con un certo gusto.
Sulla destra però, una piccola sala ("ristorante") una cucina (definibile acquario, totalmente di vetro trasparente) e una zona live con palco piccolo ma curato fanno pensare a qualcosa di più: un luogo, ecco.
La sala biliardo, a fondo sala, il bagno a cui si accede da una specie di porta finestra e la rampa di scale che porta ad una intima zona sopra elevata e che passa incurante tra la fine dell'acquario e il palco, fanno pensare a sei o sette pezzi, dal design in parte pure diverso tra loro, incastonati tra loro, che creano un qualcosa di nuovo.
Funziona però: certo, se chiedi qualcosa sul concerto, ti rispondono di chiedere alla persona che organizza la parte artistica, e se la cerchi dal vivo scopri che è quella signora che sta cucinando per tutti e che con fare vagamente burbero ti dice che se vuoi fare due chiacchere con la cantante del gruppo, puoi andarci, mica è di sua proprietà.
Sembra un luogo comunista, in sostanza, degli anni ottanta, di gusto ma non elegante, dove mangi bene anche se non sembra, dove c'è qualità in cocktail ed alcolici, ma la clientela è più quella del bar del centro di Faenza.
Fatto sta che, siamo qui, in questa allegra città, per chiudere un cerchio, aperto da otto anni, da una incantevole apertura datata 2009, al Covo di Bologna, prima di Get Well Soon, chiamata Dear Reader.
Una volta progetto a due, ora in sostanza solista di Cherilyn Macneil, una ragazza piuttosto dolce ed intensa, letteraria in un qualche modo, che viene dal Sud Africa, vive a Berlino e gira in un tour con una batterista russa, una tastierista americana e un violinista della Sardegna: cose che solo la musica può regalare, è una certezza.


E insomma, visto che Dear Reader, in fondo, avevo provato a farla suonare io, a Ferrara, senza riuscirci, e che siamo venuti in contatto via mail, ci vado, al "ristorante" a disturbare questa Cherilyn per farci due chiacchere.
Un quarto d'ora è troppo da riportare parola per parola, ma diverse sono le cose interessanti che ci siamo potuti raccontare.

In una intervista che leggevo venendo al concerto, dove ti chiedevano quanto fosse coraggioso mettersi così a nudo in una canzone, rispondevi che non lo è tanto scrivere la canzone, quanto pubblicarla e cantarla in pubblico.
E non vorrei chiederti come scrivi le canzoni, lo fanno tutti, sarebbe noioso, ma perchè scrivi una canzone, cosa ti porta, ora, oggi a scriverla.
Sai, dipende. Alcune volte, semplicemente arriva. Non so esattamente come, perchè la sto cantando, in un qualche modo arriva. 
Ma è una immagine, un sogno, una poesia?
E' qualcosa che già esiste, in un qualche modo la prendo e la faccio mia. Certo, qualche volta è qualcosa di più deliberato, quando ho scritto Rivonia avevo deciso di scrivere un album in quella maniera, di parlare di quell'argomento, mi sono seduta e ho deciso di farlo: è un'altra maniera ancora.
All'inizio è sempre qualcosa che nasce per me, non penso ad altro.
Certo, con il tempo si può provare a mettersi seduti e decidere di scrivere musica, ma è sempre qualcosa che nasce da un'esigenza, di profondo.
Non è come dire "scrivo una canzone per la radio", non è facile nemmeno decidere che tipo di musica possa uscire. Ad esempio a me piacciono anche altri generi musicali, anche musica più pesante, ad esempio, conosci i Deerhoof?
Certo!
Ecco, mi piacciono, però non è che sono in grado di decidere che tipo di musica posso scrivere, quel suono non lo potrei scrivere io.
Possiamo dire che ci sono cose che ci piacciono e cose che possiamo produrre, non sempre coincidono.
Esatto, si. In un qualche modo è come se questa fosse la mia voce unica per il mondo.

Parliamo della linea, durante questi anni di carriera, dall'esordio datato 2008 all'ultimo disco, Day Fever  e di come l'evoluzione di questo percorso sia un pò lo specchio della crescita, del diventare donna.
Questa totale onestà, questo mettersi a nudo mi fa venire in mente di chiederle che sensazione è, come ad esempio questa sera, suonare in un piccolo locale, davanti a cinquanta o cento persone, che probabilmente faticheranno a capire i testi, quanto è difficile mettersi a nudo in questo modo.
Cheryl racconta come a suo modo possa essere più semplice, ma allo stesso tempo descrive l'importanza delle parole nel percorso artistica, almeno il 50% del significato della canzone è nelle liriche e si augura che anche di fronte ad un pubblico non madrelingua possa in qualche modo trasmettersi l'energia, arrivare la sensazione di ciò che viene cantato.
Mentre ero in macchina pensavo: non voglio chiederle, come si fa sempre, con quale artista vorrebbe collaborare. Quello che ti vorrei chiedere è: qual'è l'artista con cui vorresti collaborare..ma che non ammetteresti mai? Qual'è il tuo guilty pleasure?
L'artista che quindi non ammetterei mai? 
Si, tipo Justin Timberlake.
Oddio, no! (ride).
E' troppo facile dire Bjork!
Non saprei. Da una parte mi viene in mente una passione della mia infanzia, la band Chicago. La band vecchia! Dall'altra parte... pensandoci...forse il mio guilty pleasure sarebbe cantare in un musical!
Oddio, quelle cose in cui la gente inizia a cantare da un momento all'altro, sale sul tavolo e balla, senza motivo.
Si! Il mio preferito è My Fair Lady!
Parliamo quindi della sua passione per i vecchi musical. Le racconto del mio orgoglio, lo scorso anno, nel portare mia moglie a vedere La La Land, pluripremiato e il suo totale sdegno e non apprezzamento (nemmeno Cheryl è riuscita a vederlo) e conveniamo su Chicago, raro esempio di musical in grado di piacere veramente a tutti.
Le consuete chiacchere sull'ottimo cibo italiano, che quasi ti obbliga a riempirci di cibo portano a racconti di artisti passati da queste parti con evidenti segni di apprezzamento verso la nostra cucina (non ne faremo i nomi, per preservare l'aura del grande nome).
E poi è ora del live (vabbè, arriveranno le ore 23, ma la battaglia per iniziare i concerti ad umano orario, almeno durante la settimana, è persa in partenza).
Un live che racconta una bella conferma di una ottima voce e di una proposta particolare, un cantautorato dalla buona scrittura, dagli arrangiamenti importanti e dal suono pieno che dal vivo viene reso con tutti e tre i musicisti di supporto ad aggiungere le proprie voci.
La setlist si muove con importanza verso l'ultimo disco, senza dimenticare la recente cover di Beck  a sparigliare un pò le carte, e diversi estratti dal passato, come la bellissima e forse più celebre Down Under, Mining tra le punte più preziose di un ottimo live che soffre forse solo di un pubblico un pò distratto.
Ma ci sta, è mercoledì sera, l'ingresso è gratuito e la sensazione è che sia stato un regalo apprezzato da quella piccola fetta di pubblico che era, quella sera, al Clandestino, per Dear Reader.
Un gioiellino art/pop di cui non si parla troppo ma che ha fatto veramente piacere rivedere.










sabato 2 settembre 2017

[Live Report] Home Festival - Giorno 1 - 31/8



Non è nemmeno, spero, necessario l'abusato discorso che potremmo riassumere in festival/italia/mondo. Ovvero: siamo una rara anomalia, l'unico paese forte (e non) che pure non è in grado di avere almeno una rassegna musicale, di più giorni, con più palchi, di livello internazionale, capace di richiamare qualche decina di migliaia di persone, sotto "lo stesso tetto".
No. Noi chiamiamo festival la rassegne mono concerto che si svolgono in due mesi, le due sere consecutive con headliner e gruppo spalla, spesso chiamiamo festival una giornata unica con più band.

Chi è stato all'estero, non solo nelle ridenti Inghilterra o Spagna, ma anche in Polonia, Germania, Francia, Norvegia, Islanda, ovunque, sa che invece esistono questi più o meno bellissimi non luoghi, che diventano luoghi, in grado di accontentare più gusti, più età e più generazione e fare vivere alcuni giorni consecutivi, assieme, con l'idea di musica e stare assieme.
Nei casi migliori, senza nemmeno sapere chi suonerà al momento dell'acquisto del biglietto, perchè si è appassionati e si sa che si troverà sempre qualcosa di bello.
Da un pò di tempo c'è una piccola, parziale eccezione e si chiama Home Festival.
Non è ancora quello di cui sopra, ma si legge, nelle line up, negli spazi, nei prezzi, l'idea di aumentare anno dopo anno l'offerta per diventare qualcosa di cui sopra, ovvero un Festival, con la effe maiuscola.
Avevamo già seguito l'edizione 2015, nella sua prima e più interessante giornata  e abbiamo avuto la possibilità di tornarci quest'anno.

Prima di tutto, gli spazi: Home Festival è poco fuori Treviso, una medio grande arena polverosa, con un palco centrale di livello assoluto, due tendoni coperti per i concerti di medio livello, un altro paio di tendoni fondamentalmente per dj set ed elettronica, un piccolo ma forse sottovalutato parco all'aperto e tanti ulteriori spazi da vivere: aree cibo, aree relax, piccole bancarelle, area skate, un paio di terrazze, tutto organizzato con una certa precisione: i rifiuti vi vengono quasi tolti dalla mani e messi personalmente nel bidone giusto della differenziata, il sistema dei token è umano (con possibilità di rimborso a fine serata di quelli rimasti) l'acqua è gratuita per chi vuole, i bagni presenti e c'è pure un piccolo Home Garden per chi vuole fermarsi in tenta durante il festival.
Insomma ci siamo, piacevolmente e con diversi miglioramenti logistici rispetto all'edizione 2015.

Poi c'è la musica.

Nel nostro caso, inizia nel piccolo palco Home, con I'm Not Blonde (6,5), duo milanese, matrice elettro pop, ci credono talmente tanto che finisci per crederci pure tu. Proposta in realtà musicalmente semplice ma un impatto live divertente e capace di attirare l'attenzione: sono lo studente che non prenderà mai dieci, ma vince di simpatia.
Dal palco piccolo a quello enorme che ospita, un pò in sordina, a inizio serata, i The Horrors (7,5).

La sensazione è quella di tanti gruppi con le chitarre oggi, purtroppo fuori fuoco in un'epoca che si è spostata su altri suoni, eppure, fedelissimi a sè stessi, mettono in piedi un set potente, sicuro e di gran qualità. Migliorati anche rispetto a quando li abbiamo visti all'Estragon, presentano in chiusura anche il nuovo singolo Machine, che ben figura.
Sono quello che potrebbero essere i Joy Division oggi, non se li filerà quasi nessuno, ma fanno la loro gran figura.
C'è un pò di pausa e esce quello che almeno per questa serata (ma anche le successive, da scaletta) è un difetto abbastanza chiaro nella logistica degli orari: in diversi momenti della serata ci sono band che partono in contemporanea e momenti di quasi ferma. In sostanza, rarissimi i set sfalsati, costringendo a scegliere, invece magari di godere di show parziali, che pure in queste occasioni è una scelta accettabile.
E questo porta anche a potenziali congiunture di pubblico, che si muove negli stesso orari da un palco all'altro: ieri l'affluenza non era colossale, se lo fosse stato, poteva creare disagi.
C'è comunque modo di respirare l'essenza di Demonology Hi-Fi (6)
progetto di Ninja e Max Casacci, ovvero molto dei Subsonica, che con il buon amore per la band principale, suonano davvero all'antica: jungle e bassi a profusione per un suono di metà anni novanta. Oltre al loro materiale, reinterpretano qualcosa, come Aurora Sogna e Disco Labirinto: così così, ma c'è chi balla.
Così come c'è molta gente ad attendere quelli che sono un pò gli headliner, i Duran Duran (6?).
Un paio di generazioni in ascolto, con maglietta e indole da fan a cui non interessano altro che Le Bon e soci, per una esibizione energica e compiaciuta. Il frontman pare avere ancora 40 anni, da parte di chi scrive, a parte un paio di intuizioni pop, non paiono niente di indimenticabile, ma rispettiamo il pubblico.
Siamo in crescere e arriviamo alla parte centrale della serata.

Piuttosto interessante e raffinata "l'apertura" di Godblesscomputer (7) di cui evidentemente è il caso di recuperare un pò di discografia. Chill wave di classe, ritmi un pò rallentati, una certa eleganza di fondo che fanno ben disporre e ci preparano al live più atteso della serata.
Ci sono i Soulwax (9)
nome che si poteva pensare quasi disperso e invece tornato prepotentemente in scena quest'anno con From Deewee, nato da una quasi jam session in studio e che si presenta con tre (!) batterie, macchinari e tastiere di ogni tipo.
Tanto dell'ultimo disco e una Ny Excuse a ricordare il passato, in mezzo un'ora totale di ritmi, percussioni, onde sonore, capaci di suonare tanto rock quanto elettronica.
Il miracolo tiene anche live, anzi, si accentua: potentissimi i brani, con l'innesto di Igor Calavera alla batteria e mostra un pò in giro che anche certi generi musicali si prestano bene ad un approccio live.
Sinceri applausi.

Siamo in fondo: l'Istituto Italiano di Cumbia (7) collettivo di nove artisti capitanati di Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti) porta parecchi sorrisi e balli, con la sua cumbia, qualcosa dei 99 posse più ritmici, un patchanka sonoro che ben si presta ad un festival.

E in conclusione, sarebbe tra i più attesi, ma noi li abbiamo già visti, c'è l'ultima data prima di una lunga pausa di Moderat (7), nel tendone più grande.
Questa volta li ascoltiamo con distacco, con la mente al live dei Soulwax, confermandone le qualità compositive, i bei visual ma anche una certa freddezza dove il live è quasi solo il canto e che poco aggiunge ai bei dischi prodotti in questi anni da questa fusione che è diventata quasi progetto principale.
Solo un pò freddi, ecco.


Finisce qui, la lunga giornata all'Home Festival, con le prime gocce e un cielo quasi a giorno pieno di lampi e fulmini, preludio di un maltempo, vento e pioggia che provocheranno nella prima mattinata danni tali da dover far cancellare il giorno 2 dagli organizzatori, contando di sistemare tutto in tempo per le serate di sabato e domenica.

Insomma: il bilancio non è affatto male, Home Festival.
Spaziare tra più generi (non abbiamo nè citato nè visto, ad esempio The Bloody Beetroots e Frank Carter & The Rattlesnakes), proporre più palchi e offrire spazi, logistica e "confort" di qualità non sono cosa da poco e la crescita di anno in anno fanno comprendere che l'ambizione c'è e le capacità pure.
Contiamo allora di esserci nuovamente nei prossimi anni, con il sogno di una line up sempre più vicina a quelle di livello europeo, con un pubblico che sappia crescere di pari passo e seguire l'avventura.
Diciamo ancora sottovoce, ma forse, in qualche anno, potremmo pure avere anche noi "il festival".






venerdì 21 luglio 2017

[Live Report] Le Luci Della Centrale Elettrica + Colombre @ Ferrara Sotto le Stelle


Felice da fare schifo.
E' una delle magliette al banchetto, una delle intuizioni letterarie di Vasco Brondi (qui a Ferrara è Vasco Brondi, in Italia è Le Luci della Centrale Elettrica) e chiude in quattro parole un concerto, una sera.
La domanda sta nella prospettiva: sta crescendo Vasco? Cosa è oggi?
Perchè per noi, per quelli del demo, per quelli delle date da lui citate in provincia di Ferrara, per quelli dei reading, dell'urgenza espressiva dei primi due album, per noi che "cosa racconteremo ai figli che non avremo", ora una figlia ce l'abbiamo.
E ora anche noi abbiamo passato i trent'anni.
Siamo ancora a vedere il Brondi, capace di evolversi, scrivere un disco meraviglioso chiamato Terra e che sa di viaggio, di migranti, di ballate, di sentimenti, di cinque continenti racchiusi in pochi brani.
E siamo a vederlo con la barba lunga, una maglietta, la chitarra spesso e volentieri appoggiata, una band dietro a suonare a lui a ballare e cantare sul palco.
Quel suo parlare strascicato, incerto, involuto ora, pur rimanendo di sfondo, è diventato sicurezza, gioia, tranquillità nel raccontarsi.
Vasco Brondi (non) cantava immagini di un cupo futuro, poi ha cantato il cupo oggi e le difficoltà, poi ha iniziato a cantare in tutti i modi per liberarsi da sè stesso e ora canta per il piacere di farlo.
Felice da fare schifo.
Canta quasi più da Costellazioni (che pure, ora, mi pare il disco più incerto) che da Terra, canta una Macbeth nella nebbia che doveva uscire così su disco, canta Piromani come faceva al Korova un milione di anni fa, canta Chakra che pare poter essere la storia d'amore meno convenzionale che tutti vorrebbero raccontare (l'incertezza).
Chiude con Nel Profondo Veneto, che ha il testo della violenta morte dei sogni, sui cori africani della speranza.
E' dissonante così, anche alla fine, con il suo pubblico di chi ha cinquanta anni e chi nemmeno diciotto e passa il tempo a baciarsi con la foga di pensa che quell'istante, quella sera, quel concerto sia il momento perfetto di una vita (dico a voi, coppia davanti a me, eravate felici da fare schifo).
La sensazione  (e lui cantava la nostra disillusione!) è che quel pezzetto di pubblico di stasera, il popolo di Brondi sia pienamente con lui, un'anomalia genetica di serenità, canta altri versi ma se ti giri e guardi bene leggi tra le labbra "ce la faremo" "il mondo può andare avanti".
Vasco ha smesso di avere paura nel momento in cui ha iniziato a viaggiare e conoscere il mondo; mentre noi stiamo insegnando ai nostri figli ad avere paura, se solo non lo conosciamo.
Io ho visto questo ieri: la voglia di abbracciarsi.
Non ho visto un concerto perfetto, non mi è piaciuto che il suono vibrasse così poco, che la batteria non colpisse pesante, che le chitarre a volte non sferzassero.
Ma poi riflettendoci, era che sbagliavo prospettiva.
Non era quella data zero al teatro comunale, non erano bassi, chitarre e archi.
Non c'era imponenza ieri.
Vasco era venuto a piedi.
Felice da fare schifo.





Setlist
Coprifuoco
Qui
Stelle Marine
Macbeth nella nebbia
Quando tornerai dall'estero
La Terra, l'Emilia, la Luna
Ti vendi bene
Questo scontro tranquillo
I Sonic Youth
Una cosa spirituale
Waltz degli scafisti
Cara catastrofe
40 km
Piromani
Un bar sulla via Lattea
Chakra
Le ragazze stanno bene
I destini generali

Encore:
A forma di fulmine
Nel profondo Veneto

lunedì 10 luglio 2017

[Live Report] Sohn @ Anfiteatro del Venda

Per prima cosa: l'Anfiteatro del Venda non è un anfiteatro.
Non è uno spazio. E' un'invenzione e ne stiamo parlando in positivo.
Vai verso Padova, svolti verso le terme euganee, poi ad un certo punto inizi ad arrampicarti per cinque o sei chilometri come fosse una gita di montagna, tornanti, curve secche, strada che speri sempre più di non incontrare una macchina in senso inverso.
Il navigatore però è sicuro di sè stesso.
Trovi un ragazzo che ti dice: svolta a sinistra, arriva in fondo, gira la macchina e parcheggia nel primo posto libero, così siamo già in fila per la discesa.
Scendi dalla macchina, 3 minuti a piedi dove realizzi di essere nel niente, tra le colline venete, le viti, i paesi con le luci in sottofondo in una serata fresca.
Poi una salita ripida, le luci come fosse un festival di una volta, una baracchina con vino, birra e panini e arrivi all'Anfiteatro: ovvero una conca naturale, il palco in basso, la gente seduta attorno dove vuole, il panorama sullo sfondo.
Come sia venuto in mente non è dato saperlo, quanto funzioni bene sarà provato nel corso della serata.


Detto questo, eravamo qui per la musica, sentiamo un paio di pezzi di Santamanu, che sta chiudendo il suo set di apertura e poi ci lasciamo coinvolgere dal buon set di L I M, ovvero il progetto solista di Sofia degli Iori's Eyes. 
Che è nei dintorni della proposta di sohn, ovvero un pop elettronico e ben prodotto, con una voce che a volte è canto e a volte strumento, ritmi a volte dilatati a volte più raccolti: piacevole.

Ma siamo qui per Christopher Taylor, in arte Sohn, inglese ormai stabilito a Vienna e esponente di quel genere non bene definibile ma chiaro nato da James Blake in poi.
Nel suo caso un pò meno lavoro sulla voce, che dà l'idea di una produzione meno digitale rispetto a Blake, di melodie che spesso nascono da tastiere e pianoforte e vengono poi arricchite di elettronica intorno.
Se il primo album era pieno di ottimi brani e il secondo non è da meno, valeva la pena di vederlo dal vivo? Si e ancora si.
Perchè (quasi contrariamente alle aspettative) il live è probabilmente il live che quasi nessuno ha visto ma che meritava di non essere perso in questa estate.
Forse trecento persone hanno potuto assistere alla perfetta messa in scena dei due album (generosa la scaletta, che ha toccato gran parte della produzione discografica), in formazione a 4, con due batterie e led luminosi davanti agli strumenti, a formare un anello di suoni e luci dietro al cantante, con il consueto cappello, al centro del palco.



Una voce perfetta, lo scenario unico, un pubblico in attenta contemplazione hanno contribuito man mano a far pensare: ma perchè siamo così pochi?
Ne esce una scrittura ottimale, una band capace di fare uscire il suono al suo meglio, momenti intensissimi come Rennen / Falling, dall'ultimo album. O come la brillantezza di Lights e Lessons, dall'esordio.
Ne esce potensissima Hard Liquor, che magari su disco è solo una bella apertura ma live rimane impressa per un paio di giorni buoni.
Bassi intensi e delicatezza vocale, grande scrittura fanno emergere Sohn dalla media, era una idea maturata su disco ma la certezza è che dopo il live, chi era presente, terrà pienamente in considerazione questo ancora giovane artista.







venerdì 16 giugno 2017

[Live Report] Radiohead + James Blake + Junun

Io avevo credo diciotto anni. O diciannove.
Forse il primo è giusto per la data di annuncio, il secondo per la sera stessa.
Ora ne ho trentadue, vivo in un altro posto, ho moglie e figlia.
Però non è cambiato così tanto: sono i Radiohead.
Ognuno di noi ha una o due band che tracciano l'esistenza, con cui sono cresciuti e di cui poi magari diventi meno "ansioso", all'annuncio di un disco o un tour rispetto a qualcos'altro, però poi ci sei.
Ci sei, perchè sono i Radiohead che per una serie di persone sono il simbolo: l'indipendenza, l'emozione, la grinta e la dolcezza, l'aticipità.
Per noi i Radiohead sono i Beatles per chi li ha visti all'epoca, con la consapevolezza che erano i Beatles.
Perchè sappiamo che loro sono grandi, immensi.
Certo, pensare che tanti anni fa la location era la mia Piazza Castello di Ferrara, piccola (e forse mai più piena di così) e ora è un enorme ippodromo, dicono pieno di cinquantamila persone.
Al di là dei numeri, meravigliosamente tranquillo nella zona chiusa davanti (vabbè, il pit, roba che "noi" mediamente non conosciamo, per altri tipi di concerti) graziato da qualche nuvola e immensamente più tranquillo di quella prima volta, è stata comunque magia.

Non indifferente all'"assurdità" di Junun, regalo del Greenwood che si unisce a questi indiani con baffi e turbante, meravigliosi strumentisti quanto lontani dai nostri suoni (ma assolutamente apprezzabili), il primo momento di magia è James Blake.
Io che, qualche anno fa, andai in una specie di data zero a londra, un centinaio di persone in una biblioteca, per assistere alle prove prima del rilascio del secondo disco, conscio che un'arena enorme, all'aperto, col sole alto, non è la location perfetta per Blake, dico ottimo, ottimo.

Certo è un tipo di proposta che magari soffre alla distanza, ma illumina per gran parte del live di eleganza, bassi prodigiosi, una voce sopra le righe e pure un inedito che si fa piacere assai.
E' un fenomeno, anche se forse se ne rendono conto meno di quelli che dovrebbero.

Poi, in orario, ecco loro.
Daydreaming è la canzone con cui si è addormentata mia figlia nei suoi primi mesi, ora è l'apertura delicata del live, con mille luci che si diffondono e iniziano a raccontare un concerto, come poi per il disco, che parla di un gruppo che si mostra in pace con sè stesso.

Una scaletta volendo illogica, passaggi indietro e avanzi, regali al pubblico, saluti in italiano di Thom Yorke, un pubblico che è cresciuto rispetto ad anni fa e non poga ossessivamente (e Idioteque ora è diversa).
Però, come sempre le chicche sono momenti meravigliosi.
Myxomatosis, direi un inedito per i miei concerti.

Let down, un inedito per molti e un brano assolutamente sopra le righe, ma non c'è bisogno di dirlo.
You & Whose Amy, di un'altra categoria.
Paranoid Android, dove il pubblico e la band sono una sola cosa.
Quel consueto, ma irreale silenzio su Exit Music, dove potresti sentire un bicchiere cadere e sei in un'arena di cinquantamila persone, sotto un enorme palco.
Fake Plastic Trees, che ricorda The Bends e uno di quei brani che per una band normale valgono una carriera, mentre per i Radiohead è stato forse il secondo inizio dopo Creep.

Insomma: meno sconvolgente di una volta? Certo, perchè era la quarta.
Meno bello? No.
Meno magico? No.
Perchè sono i Radiohead, i brividi ci sono stati, la magia è ancora presente.
Siamo tutti più grandi, ma siamo ancora uniti.


Setlist
Daydreaming
Desert Island Disk
Ful Stop
Airbag
15 Step
Myxomatosis
Lucky
Pyramid Song
Everything in Its Right Place
Let Down
Bloom
Identikit
Weird Fishes/Arpeggi
Idioteque
The Numbers
Exit Music (for a Film)
Bodysnatchers

Encore:
You and Whose Army?
2 + 2 = 5
There There
Paranoid Android
Street Spirit (Fade Out)

Encore 2:
Lotus Flower
Fake Plastic Trees
Karma Police

martedì 21 marzo 2017

Cinque su Cinque #5

Quinto appuntamento, per la rubrica di piccole segnalazioni.
Ce ne sarebbero altrettante, quindi vedremo di ripeterci presto.

Sampha - Blood On me


Già produttore per molti nomi noti, Sampha classe 88, decide di entrare in scena con il proprio nome.
Sulla scia, certo, di certo soul moderno, se vogliamo chiamarlo così (da James Blake in giù) ma con un intimismo e sincerità che colpiscono.
Non un disco da grandi platee, ma alcuni punti di luce che meritano la menzione.

Brunori Sas - Lamezia Milano


Diversi artisti italiani hanno dato alle stampe il loro disco in questi mesi.
Molti raccontano l'oggi: Brunori riesce a farlo perfettamente e scrive il suo disco migliore.
Si muove su differenti tonalità, tra ironia e lucida visione ("l'uomo nero").
In Lamezia Milano scrive uno di quei brani che si potrebbero ballare in spiaggia (vabbè) senza accorgersi che l'autore sta descrivendo esattamente tu che balli in spiaggia senza osservare ciò che ti succede intorno.Con il terrore di una guerra Santa / e l'Occidente chiuso in una banca. / Io me ne vado /in settimana bianca, / bianca. / Con la metropoli che ancora incanta / e la provincia ferma agli anni / ottanta. / L'Italia sventola la bandiera bianca / e canta, e canta.

Le Luci della Centrale Elettrica - Coprifuoco
Vasco Brondi al quarto album azzecca tutto o quasi. Lui che era partito "con un disco dei vent'anni, di Ferrara" scrive ora il disco dei trent'anni, del mondo. Amplia lo spettro sonoro, africa, sud america, europa, oriente, descrive le sensazioni ed i profumi di un mondo oggi.
Un disco che chiama terra, ma si dovrebbe chiamare "muoversi", perchè racconta di migranti, passi, città straniere, movimenti in Italia stessa ("nel profondo veneto").
Il disco migliore e la nuova conferma della capacità, quasi insperata, di andare sempre avanti musicalmente e a livello di testi.
Sinkane - Passenger


In tutta sincerità, Sinkane io lo conosco perchè da qualche parte Lcd Soundsystem, anni ed anni fa, ne consigliò uno dei primi brani (Jeeper Creeper).
L'ho sempre tenuto un pò d'occhio, grazie a quel brano, pur consapevole che per il resto non aveva ancora sfoderato tutto il suo talento.
Eccoci arrivati: Life & Livin It è un gioellino di pop venato di quella Africa (Sudan) dove ha vissuto prima di approdare negli Stati Uniti.
Un disco che sa di già sentito, vero, ma distribuisce una purezza melodica, un senso del ritmo e non sbaglia un colpo.
Diciamolo: per andare al mare, la prossima estate, con il vento sulla faccia, questo è il disco.

Spoon - Do I Have to Talk To You


Bentornati, carissimi. Passati tre anni dal buon disco precedente, ecco Hot Thoughts.
Che non fa nulla di diverso dal continuare a promuovere questa splendida idea di pop-rock music, dalle melodie apparentemente semplici ed invece stratificate, instintive eppure ragionate.
Nulla di nuovo, ma fa sempre piacere.


venerdì 20 gennaio 2017

Cinque su Cinque #4

Inizia l'anno nuovo ed ecco che si muovono molti big: l'anno che arriva è pieno di ottimi ritorni e attesi esordi.
Buttiamoci allora in pista, con cinque segnalazioni.

Baustelle - Eurofestival

Il nuovo disco dei Baustelle è una piccola festa pop, che si libera dell'aria orchestrale del precedente (e splendido) Fantasma. Questa volta si torna alla semplice scrittura di brani: non il disco della carriera, ma una qualità semplicemente altissima. Per non rimanere sullo scontato con il singolo Amanda Lear, partiamo da Eurofestival, dove si dice "via / via / portatemi via / dal festival" per un brano che al festival ci starebbe eccome.



London Grammar - Rooting For You

Un altro atteso disco per una band capace di fare tantissimo con un solo disco d'esordio. Questa volta in pratica fa tutto Hannah Reid, che si gioca quattro minuti e mezzo di voce e leggera (poi in aumento nel finale) orchestrazione.
La si ascolta due volte e poi la si ama all'infinito.



Sohn - Rennen

Sembra che Sohn sia riuscito a fare il secondo disco al livello del primo. Non è poco, visto che a parere di chi scrive l'esordio era uno di quelli da ricordare di questi anni.
Se pure è vero che si sconta il normale effetto ripetizione ci sono almeno metà dei brani in cui la classe esplode.
Al momento la sensazione è che Rennen sia uno di questo, un quasi auto-duetto intimo quanto emozionante.
Una menzione anche per il colpo di coda del disco, Harbour, che pare destinata alla consueta, lenta conclusione di molti dischi e poi esplode in una delle melodie sintetiche più belle degli ultimi anni.


The Shins - Name For You

Cinque album (con questo) in venti anni quasi di carriera, per la band di James Mercer.
Che sono di quelle a cui si pensa poco, che non riempono le platee.
Ma di cui poi ascolti con maggiore felicità i dischi.
E anche stavolta piazzano il primo brano, Name For You, che non è mica poi una rivoluzione.
Però che bello.



Gorillaz Feat Benjamine Clementine - Hallelujah Money

L'anticipo di un atteso ritorno: un nuovo disco per i Gorillaz, che presentano per ora un primo singolo particolare, una ballatona lenta che sa di duetto tra il nostro amatissimo Benjamin Clementine e il buon vecchio Damon. Un brano con il sapore di un vecchio classico, diverso dal suono di pop moderno a cui la band ci aveva abituati. In attesa!





Propaganda - Stagione 2, Episodio 3

La puntata numero tre di questa stagione è stata densa di musica. Musica e novità e qualche parola nel mezzo, per presentarla e raccontarla...