IL NEGOZIANTE - Consigli non richiesti su tutto che si possa definire interessante in questo mondo
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giovedì 20 novembre 2014
[Serie Tv] The Affair
Possiamo dirlo: questa è l'epoca d'oro delle serie tv.
Che negli ultimi anni si sono trasformate, fino a diventare fenomeni di costume, trampolini di lancio.
Soprattutto piattaforme di ampio respiro, in grado di narrare, fidelizzare, generare discussioni, raccontare storie senza (particolari) problemi di tempo e man mano che si va avanti, di budget.
Così che, non è azzardato dirlo, oggi la vera piattaforma di narrazione è la serialità.
Non più il rapido battito di ciglia di un film, non più estese trilogie volte a raccontare epiche storie, non più vincoli temporali.
Le sfumature accenate ora sono riprese, il gioco di rimando con il pubblico vissuto in tempo (quasi) reale, esperienze collettive di visione sempre più contemporanea in tutto il mondo: Game of Thrones oggi è Guerre Stellari ieri.
La fortuna è poi che la grande competizione (allargata oggi a non network quali Amazon o Netflix) rende molte produzioni ambiziose, coraggiose, prive di freni (anzi, forse spesso esagerate per temi o violenza o sessualità o tutte queste cose messe assieme).
Quest'anno (dove, per gli amanti della serialità si intende da settembre in poi) ci sono state diverse novità ma, diciamolo, nessuna o quasi ha saputo ancora stregare il pubblico.
Non c'è un' Homeland, un House of Cards, un Orange Is The New Black.
Però c'è The Affair.
Scritto da Hagai Levi e Sarah Treem (In Treatment) parte da una idea talmente piatta da essere sintetizzabile in poche parole: una tresca estiva.
Solo questo: Noah che passa l'estate dai suoceri, Alison che lavora in questa località di villeggiatura, un amore passionale.
Peccato che tutto questo sia un flashback.
L'oggi è un processo, indagini per un omicidio (di chi, episodio sei, ancora non si sa) i ricordi dei due ad intrecciarsi senza (quasi) mai combaciare.
Peccato che ogni episodio abbia due tempi, l'uno narrato per come lo ricorda lei (o per come mente al poliziotto che indaga?) l'altro per come lo ricorda (o mente) lui.
Verità, sfumature, piccole pieghe di un racconto che impediscono di parteggiare per qualcuno, in un quadro man mano più complesso, di due individui (e di uno sguardo che si allarga all'indietro sulla cittadina e alcuni personaggi) fatti di luce e (molte) ombre.
Così, un puzzle distorto, un amore fisico, un'estate diversa dalle altre, un matrimonio, un morto e qualcosa nel mezzo che lentamente si rivela.
The Affair intriga, intriga come la passione tra i due protagonisti che pure, puntata dopo puntata diventa qualcosa di più (difficile definirlo, visti i diversi ricordi) perfettamente interpretato da Dominic West e Ruth Wilson (si, Alice in Luther e se non si sa di cosa si stia parlando, in ginocchio sui ceci, subito).
Non è presto, dunque per parlare della nuova serie dell'anno.
Non tutti se ne sono accorti ancora.
sabato 13 settembre 2014
The Leftlovers - Stagione 1
The Leftlovers è, prima ancora di tutto il resto, una serie anomala.
Programmata in estate, dalla sempre santa e venerabile Hbo che concede libertà a Damon Lindelof (probabilmente la vera mente dietro a Lost, di cui ha scritto personalmente ben 45 episodi e di cui ha tenuto, o cercato di mantenere, il timone fino alla fine) per adattare sullo schermo un libro di Tom Perotta, che partecipa attivamente alla scrittura.
Anomala perchè narra di persone, di storie, di reazioni.
Si spoglia di uno dei mantra di Lost, ovvero il mistero e la spiegazione dello stesso.
In questo senso è più vicino a The Walking Dead, che non indugia nel perchè sia avvenuta l'infezione nel mondo, ma ci racconta gli esiti sulla popolazione mondiale.
The Leftlovers ci racconta di ciò che succede dopo.
Dopo un giorno, di tre anni precedente all'inizio della narrazione, in cui è scomparso il due per cento della popolazione.
Non c'è motivo, spiegazione. Da un istante all'altro, un numero enorme di persone nel mondo è scomparso, svanito nel nulla.
Un qualcosa di così sottile, silenzioso, violento eppure senza sangue, dolore, lutto.
Non ci sono più.
Come accade per ogni dolore, ognuno dei protagonisti della piccola comunità di Mapleton, protagonista della serie, viene vissuto diversamente.
Negato, affrontato, combattuto, tentato di spiegare.
Si incrociano fede, ragione, piano di lettura diversi: la (tentata) razionalità di Kevin, la voglia di reagire di Matt, il doppio volto di Nora che ha perso tutti e continua la sua vita a dispetto di una sofferenza forse maggiore rispetto a chiunque altro portato dentro.
E poi, loro, certo: i Guilty Remnants, i colpevoli sopravvissuti, silenziosa setta che ha abolito la parola, si veste di bianco e ferisce costantemente la città nel tentativo di fermare quella voglia di andare avanti nonostante ciò che è successo.
No, loro, capitanati da Patti e da un misterioso ed organizzato piano che verrà svelato con chiarezza solo nell'ultimo episodio, vogliono fare affiorare il dolore, spingendosi verso una vita diversa.
Voler affrontare The Leftolovers in cerca di risposte, di trama e di adrenalina è sbagliato.
Cercarsi invece dentro le emozioni, le ferite, i dolori, la narrazione di personaggi e persone porta invece a ritrovarsi in alcuni dei migliori momenti della stagione televisiva.
Gli episodi dedicati a Matt e Nora e le ultime puntate, in particolare, regalano nuovamente quell'abilità di Lindeloft di tratteggiare persone mai in bianco e nero, proprio come in Lost (che in fondo la cosa che faceva meglio era quella, raccontare le persone).
Ognuno, positivo o negativo che sia, agisce secondo la propria sofferenza ed il proprio modo di affrontarla e Lindeloft lascia crescere e svilupparsi questo dolore spostando il focus della vicenda su diversi personaggi che poi si incrociano, svaniscono, ritornano, quasi mai protagonisti in prima linea, spesso protagonisti per un attimo, (di nuovo) proprio come in Lost.
Sorretto, poi, magnificamente dalle musiche di Max Ritchter, che aggiunge non poco a lunghe scene di sguardi, azioni silenziose, disperazione e gioie, quando è capace di lasciarsi andare alla semplice narrazione dei sentimenti (e lo fa spesso, sempre di più man mano che la stagione prosegue) The Leftlovers è capace di essere, senza se e senza ma, una delle serie più sentite ed originali di questi anni.
Non incasellabile in un genere, non facile, raramente spezzata da momenti più leggeri, la serie ci consegna il dolore della perdità con rara sensibilità.
E sarebbe dunque un peccato non affrontare questi primi dieci episodi, in attesa della già annunciata seconda stagione.
mercoledì 29 gennaio 2014
[Serie Tv] Community
E' tornato.
Community è tornato.
Community è la più atipica delle comedy. La più folle, divertente, intelligente, capace di sopravvivere per qualche strano motivo al palinsesto americano e alla logica dei ratings da ormai cinque anni.
La trama: sette personaggi, tre donne (Britta, Shirley e Annie) e quattro uomini (Troy, Abed, Jeff, Pierce) con un'età dai 20 (Annie) agli oltre sessanta o settanta (Pierce) si ritrovano al Greendale College, per i motivi più disparati.
Fondamentalmente sono dei falliti o degli espulsi dalla società e finiscono in quello che è verosimilmente il più inutile e terribile dei college americani, guidato da un folle Preside e contornato di tutti quei casi sociali che finiscono a scuola per un qualunque motivo.
La creazione del gruppo e la vita nel folle college (dove, diciamolo, studiare non è la prima attività prevista) sono solo la base.
Community esplode.
Puntata dopo puntata diventa una divertente quanto riflessiva ed intelligente analisi dei personaggi, diventa la storia di un gruppo di persone, diventa il circo di personaggi e si fa man mano guidare dal folle creatore, Dan Harmon, lungo una totale assenza di rassicurante trama o di canovacci.
Community ha le sue regole e i suoi paletti: Britta è l'ambientalista, Jeff l'avvocato leader del gruppo dal cuore (apparentemente) freddo, Shirley la fanatica religiosa, Annie la bambina sperduta nelle insicurezze, Pierce il vecchio brontolone capace di farsi odiare e poi, loro, Troy e Abed, coppia-non coppia, a spalleggiarsi e trovare un equilibrio tra il ragazzo di colore e Abed, sperduto in una conoscenza sconfinata della cinematografia quanto dal totale distacco dalla realtà di tutti i giorni.
Le trame: tutto può succedere, in una puntata: di ridere, di piangere, di piangere dal ridere.
Può (eccome se è successo) vedere un intero episodio girato in stile action su una partita di paintball capace di coinvolgere tutta la scuola, un episodio diventato leggenda; può (ed è successo) di vedere la stessa trama ripetuta per tutti i vari punti di vista dei protagonisti a seconda di chi apre la porta per la pizza a domicilio. Si può (ed è successo anche questo) vedere un'intera puntata a otto bit, catapultati dentro un videogioco.
Espedienti narrativi che cementano il gruppo, nella assurda quotidianità di una scuola non ordinaria.
Ero partito scrivendo "Community è tornato".
Se n'era andato infatti, quando Harmon, creatore della serie e, ad essere onesti, personaggio spesso discutibile e scomodo, era stato silurato dalla rete, al termine della terza stagione.
Lo scorso anno la serie, miracolosamente rinnovata era stata data in mano ad altri.
Portando la serie ad un livello normale, appiattendola.
Poi, incredibile ma vero, Harmon è tornato e bastano le prime cinque puntate della stagione a mostrare quanto sia stata ripresa la rotta giusta.
Per quella che è la serie comica (definizione riduttiva) più bella degli ultimi anni (una di quelle formule che si usano per non esagerare troppo).
Per chi volesse vederla, abbiate pazienza nei primi episodi: piano piano esplode.
E all'episodio del Paintball, l'alone della leggenda è già ben presente.
Community è tornato.
Community è la più atipica delle comedy. La più folle, divertente, intelligente, capace di sopravvivere per qualche strano motivo al palinsesto americano e alla logica dei ratings da ormai cinque anni.
La trama: sette personaggi, tre donne (Britta, Shirley e Annie) e quattro uomini (Troy, Abed, Jeff, Pierce) con un'età dai 20 (Annie) agli oltre sessanta o settanta (Pierce) si ritrovano al Greendale College, per i motivi più disparati.
Fondamentalmente sono dei falliti o degli espulsi dalla società e finiscono in quello che è verosimilmente il più inutile e terribile dei college americani, guidato da un folle Preside e contornato di tutti quei casi sociali che finiscono a scuola per un qualunque motivo.
La creazione del gruppo e la vita nel folle college (dove, diciamolo, studiare non è la prima attività prevista) sono solo la base.
Community esplode.
Puntata dopo puntata diventa una divertente quanto riflessiva ed intelligente analisi dei personaggi, diventa la storia di un gruppo di persone, diventa il circo di personaggi e si fa man mano guidare dal folle creatore, Dan Harmon, lungo una totale assenza di rassicurante trama o di canovacci.
Community ha le sue regole e i suoi paletti: Britta è l'ambientalista, Jeff l'avvocato leader del gruppo dal cuore (apparentemente) freddo, Shirley la fanatica religiosa, Annie la bambina sperduta nelle insicurezze, Pierce il vecchio brontolone capace di farsi odiare e poi, loro, Troy e Abed, coppia-non coppia, a spalleggiarsi e trovare un equilibrio tra il ragazzo di colore e Abed, sperduto in una conoscenza sconfinata della cinematografia quanto dal totale distacco dalla realtà di tutti i giorni.
Le trame: tutto può succedere, in una puntata: di ridere, di piangere, di piangere dal ridere.
Può (eccome se è successo) vedere un intero episodio girato in stile action su una partita di paintball capace di coinvolgere tutta la scuola, un episodio diventato leggenda; può (ed è successo) di vedere la stessa trama ripetuta per tutti i vari punti di vista dei protagonisti a seconda di chi apre la porta per la pizza a domicilio. Si può (ed è successo anche questo) vedere un'intera puntata a otto bit, catapultati dentro un videogioco.
Espedienti narrativi che cementano il gruppo, nella assurda quotidianità di una scuola non ordinaria.
Ero partito scrivendo "Community è tornato".
Se n'era andato infatti, quando Harmon, creatore della serie e, ad essere onesti, personaggio spesso discutibile e scomodo, era stato silurato dalla rete, al termine della terza stagione.
Lo scorso anno la serie, miracolosamente rinnovata era stata data in mano ad altri.
Portando la serie ad un livello normale, appiattendola.
Poi, incredibile ma vero, Harmon è tornato e bastano le prime cinque puntate della stagione a mostrare quanto sia stata ripresa la rotta giusta.
Per quella che è la serie comica (definizione riduttiva) più bella degli ultimi anni (una di quelle formule che si usano per non esagerare troppo).
Per chi volesse vederla, abbiate pazienza nei primi episodi: piano piano esplode.
E all'episodio del Paintball, l'alone della leggenda è già ben presente.
giovedì 16 gennaio 2014
[Serie Tv] Sherlock - Stagione Tre
Troppo facile esordire su quanto si noti la differenza culturale tra una rete pubblica, la BBC inglese e un'altra pubblica, la RAI italiana, in un prodotto come Sherlock.
Che ha il coraggio di prendere una letteratura popolare, scegliere un formato anomalo (3 puntate da 90 minuti ogni due anni circa, nel rispetto della libertà degli attori ormai assorti a fama internazionale) e lavorare più che di spesa, di qualità nella scrittura.
In altre parole: Sherlock non è una serie costosa, si ripaga da sola grazie all'enorme traino pubblicitario e alla rivendita in altri paesi e diventa facilmente motivo di vanto per una rete, senza dover per forza scivolare nel "prodotto culturale",inteso come il documentario o altre forme elevate di divulgazione.
Sherlock è intrattenimento, di qualità.
E' pop come è pop Tarantino, è pop come lo sono gli Arcade Fire: è intrattenimento intelligente, studiatissimo, capace di divenire pop in termini di popular e non in termini di successo e soldi guadagnati.
E che sia questo lo dimostra questa (anomala) stagione tre.
Che si slega dalla risoluzione casi da risolvere e non poteva essere altrimenti: alla fine di The Reichenback Fall, il nostro Sherlock cadeva (si gettava) dal quinto piano di un palazzo, veniva visto cadere e morire da Watson. John vedeva il corpo senza vita portato via ed assisteva al funerale.
Come potesse essere vivo, Holmes, che pure doveva esserlo, è stato oggetto di speculazioni per quasi due anni online.
E qui arriviamo al primo concetto di questa stagione tre: il fanservice.
Ovvero, il dialogo tra pubblico e autori che in questa caso diventa meta-dialogo in ogni direzione: gli spettatori hanno imbastito teorie che gli autori si sono divertiti a mettere in scena, salvo poi presentarle come invenzioni, possibilità, dubbi: niente spiegone dunque e molte risate al servizio di una serie che non vuole prendersi (del tutto) sul serio.
Apparentemente nemmeno nel rapporto tra Watson e Sherlock: i siparietti che si susseguono nella seconda puntata (storicamente la più debole della serie) durante il matrimonio del primo con Mary (una meravigliosa Amanda Abbington) ci mostrano, in realtà, l'umanizzazione del detective, mai prima d'ora umano e (più o meno) capace di mostrare l'attaccamento a Watson, suo vero e primo contatto con la realtà.
Mary attaccata a Watson, Sherlock attaccato a Watson, Mycroft attaccato a Sherlock.
Questa è l'equazione che segue Magnussen, nemico della stagione, che ci riporta alla realtà e intensità degli anni precedenti, in His Last Vow, terza ed ultima puntata.
Dove i colori si fanno grigi e si alza la tensione, mostrando come l'apparente alleggerimento del registro della serie fosse in realtà un complesso approfondimento per portare ad una sfida ancora più elevata delle precedenti.
Un'ora e mezza di saliscendi emotivi accompagna una grande lezione di televisione, ribaltamenti di prospettive e un colpo di scena finale (ancora una volta con l'occhio rivolto a chi la serie la guarda) capace di fare crescere subito l'aspettativa nei confronti della prossima (già confermata) stagione.
Questo è diventato Sherlock: un confronto tra chi scrive e chi guarda, un confronto tra Watson (un ancora più bravo Martin Freeman) e Sherlock, come fu per l'originale lavoro di Doyle, costretto a riportare in vita il detective a furore di popolo.
Un confronto ed un gioco di deduzione, basato su una straordinaria messa in scena visiva e di scrittura, accompagnato da picchi di recitazione e l'obiettivo di portare la serie sempre più in alto, probabilmente più di quanto immaginato dagli autori stessi, quando qualche anno fa si misero in mente di attualizzare Sherlock, quasi contemporaneamente alla piccola saga cinematografica di Guy Ritchie.
Per concludere: si è vero, qualche piccola sbavatura c'è, ma sarebbe un peccato, per chiunque, non vedere questa serie.
Qui si sta facendo la storia della serialità televisiva.
mercoledì 9 ottobre 2013
[Serie Tv] Homeland - Scorcio di stagione tre
Che Homeland sia una serie difficile da portare avanti, è evidente.
Non ha serialità, non c'è il caso del giorno, non ci sono nemmeno momenti tesi ad allungare il brodo.
In queste prime due puntate di stagione non c'è nemmeno Brody, una assenza che pure fa rumore, per tutto ciò che si svolge mentre è fuori dalla telecamera.
E se Homeland non si era mai preso tempo, coinvolgendoci sempre più in una spirale di azione e tensione, lo fa in un certo senso in queste prime due puntate.
L'attentato alla Cia ha lasciato dietro di sè una situazione completamente nuova: l'organizzazione indebolita, Carrie fuori dai giochi (e man mano colpevole), la famiglia di Brody completamente dissestata con Dana a tentare il suicidio.
Ancora: Saul che da guida morale diventa sempre più ambiguo e determinato a proteggere l'interesse superiore rispetto a quello di chi ama di più.
Se nella prima stagione ci chiedevamo se Brody fosse davvero un terrorista e se, nella seconda, eravamo trascinati in una rete di apparenti doppi e tripli giochi che in realtà mascheravano la difficoltà umana dello stesso a scegliere da che parte stare, nella terza stagione guardiamo dentro all'anima dei personaggi.
Un percorso difficile e sicuramente capace di fare perdere in parte il gradimento alla serie.
Quello che emerge, intanto è il parallelo tra Claire e Dana, che entrano in una spirale di follia (la prima sempre presente in passato, la seconda indotta dagli eventi) che pure sarebbe meglio definire di lucidità.
Perchè se il mondo le emargina (Carrie entra nel centro psichiatrico quando Dana ne esce) per la loro tendenza a fare o farsi del male, la realtà è che entrambe hanno compiuto un profondo percorso di domanda, di introspezione, di dolore personale, di delusioni per un mondo che ha cambiato faccia troppe volte.
E il personaggio che più guadagna punti è Dana, che abbiamo visto bambina e ora diventa adulta, pure morbosamente attaccata ad un ragazzo sicuramente problematico ma profondamente alla ricerca di risposte (alla sola e unica domanda: chi sono io e cosa mi rende felice).
Il vederla tastare il tappetino di Brody fa in un qualche modo rabbrividire e ci rende chiaro chi sarà l'elemento principale della stagione, pur senza togliere spazio a Carrie.
Claire Danes è ormai (e forse sarà per sempre) Carrie: instabile, ferita, alla ricerca spasmodica di verità e difesa in un mondo che le si rivolta contro, scegliendo la strada più semplice (Saul sembra volerci dire: non importa se troviamo i giusti colpevoli, importa che diciamo di avere trovato un colpevole e che va tutto bene).
Umanità che troviamo sorprendentemente in Quinn, forse pronto a diventare faro morale della serie (in Homeland c'è sempre qualcuno che lotta per la verità, solo che raramente è chi detiene il potere).
Dopo due puntate Homeland è la sede della Cia: c'è un cratere con grande vuoto (Brody) persone che continuano a lavorare dentro come se niente fosse (Saul, la moglie di Brody) altri che quel dentro se lo portano dentro (Carrie, Dana) e la sensazione che la ricostruzione sarà più dolorosa di quanto si pensi.
venerdì 2 agosto 2013
[Serie Tv] The Newsroom
O lo odi, o lo ami.
Innegabile questo, parlando di Newsroom, serie su cui da un anno abbondante si scrive, dibatte, critica.
Attesissimo perchè connubio di Hbo (il più importante canale cable americano, segno di grande libertà creativa e scarso interesse ai freddi numeri degli ascolti) e Aaron Sorkin (The West Wing, The Social Network e molte altre sceneggiature).
In onda ora con la seconda stagione ci si permette di iniziare ad impostarne un giudizio: ridicolmente bello.
Nel senso: si, è vero, Newsroom è una serie strabordante, piena di ego, piuttosto settoriale se seguita qui in Europa (in altre parole, si parla di attualità a stelle e strisce, spesso) con una serie di personaggi che (purtroppo) distano dalla fredda realtà.
In altre parole è una specie di nemesi di House of Cards: se ne serie con House of Cards c'è disillusione, violenza, uno sguardo intenso quanto privo di speranza della politica odierna, in Newsroom c'è tutto l'idealismo, la retorica e il bello del giornalismo.
C'è la forza di un sogno: quello di Will McAvoy (un grande Jeff Daniels) che, dopo un purgatorio a seguito di una scena da scolpire negli annali si ritrova a poter dirigere nuovamente un grande notiziario.
Al suo fianco, Mackenzie, ex fidanzata, produttrice, fervida mente capace di intessere un rapporto di costante contrapposizione/comunione con Will.
Intorno un nugolo di giovani giornalisti, sopra, un dirigente disinteressato agli ascolti, poco fuori, potenti e non in aperto contrasto.
E noi siamo dentro a questa redazione che si muove ogni giorno con due obiettivi, il primo dichiarato a tutti, di fare un vero notiziario, di non fare sconti, di raccontare la verità e solo le verità che meritano di essere raccontate.
Il secondo, esplicitato di tanto in tanto, è quello di Will, di rendere migliore il popolo americano.
Dialoghi sopra le righe quanto meravigliosi una trama che si muove tra episodi recenti di attualità e le difficoltà interne a portare avanti un progetto che ovviamente spaventa e fa arrabbiare molti potenti, personaggi idealistici quanto impossibili da non amare: questo è The Newsroom.
E ha ampio senso passare sopra ai piccoli difetti, ai rari momenti in ci gira a vuoto, alle magari troppo prolungate parentesi leggere o ai piccoli drammi sentimentali interni alla redazione.
Perchè quando spicca il volo (e lo fa spessissimo) l'opera di Sorkin riesce a farci entrare in un mondo bistrattato quanto affascinante, quello del giornalismo, dell'inchiesta, delle domande, della morale.
E lo si ama, senza se e senza ma.
P.s. per chi, ancora, insiste nella visione, posticipata e peggiorata, delle reti italiane, Newsroom sarà presto in onda su Rai3, al Giovedì.
Ovvio aggiungere che andrebbe visto in lingua originale, sottotitolata se serve.
mercoledì 31 luglio 2013
[Serie Tv] Orphan Black
Probabilmente la sorpresa televisiva di questi mesi?
Facciamo in modo di togliere il punto di domanda.
Se una volta il Canada era famoso come set cinematografico (ad esempio Vancouver, frequentemente teatro dei set di importanti produzioni dei vicini Stati Uniti, per varietà geografica e costi minori) negli ultimi tempi il paese sta inziando a prendersi responsabilità e conseguenti meriti.
Ricordando anche il discreto Continuum iniziato la scorsa estate, il 30 Marzo di quest'anno ha preso il via Orphan Black, produzione canadese per BBC America.
Non poco importante l'ultimo dato: nessuna stagione lunga, dieci soli (e solidi) episodi in rispetto ad una tradizione della BBC inglese (e della serialità inglese) che preferisce puntare su intensi nuclei di 3-6-10 episodi per annata.
Nessun filler, insomma (le puntate che servono ad allungare il brodo) e Orphan Black non fa eccezione.
Ci troviamo così catapultati in una città contemporanea, con Sarah che arriva in una stazione in tempo per vedere una ragazza fissarla per un attimo e poi gettarsi sotto un treno in arrivo.
Ma non è una ragazza qualsiasi: pare praticamente una gemella.
Sarah (intuiamo non essere una novità per lei) ruba la borsa della ragazza e va a casa della stessa, dove si ritrova con la possibilità di andare a riscuotere 75mila dollari, grazie alla somiglianza con la morta.
Ma non è una storia di truffa perfetta nè (come parrebbe all'inizio) una storia di creazione di nuova identità sotto mentite spoglie.
Sarah sta scappando si, ha avuto problemi si, si ritrova riconosciuta come la ragazza morta (e ancora non identificata) che scopre essere una poliziotta.
Ma nella sua vita reale ha una figlia sotto custodia da una misteriosa signora S. e un delizioso fratello gay, Felix, alleggerimento comico della serie ma anche importante spalla morale (nei limti del personaggio).
Ma non è nemmeno questa la vera trama, senza rivelare troppo.
La vera trama sta nell'esistenza di molte "Sarah", ragazze uguali che per qualche motivo sono intrecciate tra loro, seguita dallo spettatore dalla visione di una Sarah creduta Elizabeth (la poliziotta suicida) perfettamente disorientata in un mondo di gemelle, cloni e relazioni avviate assolutamente straniante.
Quello che segue non è giusto rivelarlo, ma è impossibile non elogiare una più o meno sconosciuta Tatiana Maslany capace di impersonare più personaggi (le gemelle) in maniera assolutamente perfetta: dall'accento alle movenze, al mix quando impersona una che si finge l'altra, emerge puntata dopo puntata con una prova maiuscola degna, verosimilmente di non pochi premi nei prossimi mesi.
Se ci aggiungiamo una sceneggiatura perfetta, adrenalinica, capace di non perdersi in rallentamenti e far succedere in dieci puntate quello che in certe serie succede in due o tre annate, viene da essere felici della conferma di una seconda stagione in arrivo il prossimo marzo.
Assolutamente una visione consigliata e si, la sorpresa televisiva di questi mesi.
sabato 8 giugno 2013
[Serie Tv] Game Of Thrones - Stagione 3, Episodio 9, The Rains Of Castamere
Se c'è una cosa che ha segnato questa settimana televisiva (per il popolo di Internet, quello che segue in originale con i sottotitoli, a poche ore dalla messa in onda) (e no, non siamo in pochi) è stata questa puntata.
Stagione 3, Episodio 9, Game of Thrones.
Scontato il sottotesto: non proseguire se devi ancora vederla.
In caso opposto, invece, la grande questione è giusto dibatterla.
Perchè, si, è vero, quest'anno (anche più dell'anno scorso, ovvia conseguenza di una apertura sempre maggiore alla trama) Game of Thrones era stato un monolite di storie, frammenti, narrazione, con picchi e momenti più normali, ma senza avere sconvolto le nostre esistenze.
Otto milioni di visite per un video caricato cinque giorni fa, capace di mostrare come sia stato possibile sconvolgere, per un attimo, le certezze televisive che ognuno di noi ha.
O almeno, preparati lo siamo, perchè ci sono rari casi in cui "succedono cose che non dovrebbero", nella serialità di questi anni.
Ma sono cose che fanno sempre male.
Intanto, non era la puntata finale: lo shock te lo aspetti al termine di una stagione, non quando ancora davanti c'è qualcosa da vedere.
Ma Homeland, ad esempio, quest'anno ci ha mostrato che non è necessario piegare una trama ai tempi di messa in onda, si può semplicemente correre, non indugiare, sorprendere, mettere ansia.
Insomma, il fatto sconvolgente può succedere in ogni punto della stagione.
Ma che un intero ramo narrativo, un segmento di storia, una sequenza di personaggi che conosciamo da tre anni venga brutalmente eliminata, senza pietà, con crudeltà vista poche volte in televisione (si, ricordava i massacri di Spartacus, ma lì era tutto volutamente sopra le righe), beh è caso raro.
Quel "non può essere che stia succedendo" come era capitato, in alcune occasioni con Lost.
Ad esempio: quando Benjamin Linus, chiuso nella sua casetta, si trova di fronte al ricatto di arrendersi o vedrà la figlia morire, beh, noi sappiamo (sapevamo, credevamo) che la questione si può risolvere in molti modi: un personaggio che entra a sorpresa, un dialogo convincente, l'ostaggio che si libera.
Queste sono le regole televisive, perchè non si uccide a sangue freddo una giovane ragazze, parte della trama, in questi casi di ricatto.
Lo pensa pure Benjamin, che gioca di astuzie verbali, e poi di colpo vede sua figlia morire a terra, così.
E tu dici, oddio, cos'è appena successo.
Lo stesso che hanno detto i telespettatori di Game Of Thrones, si, lenta, estenuante, prolissa opera che in chiave televisiva a volte lascia interdetti per puntate che fanno avanzare i pedoni di pochi passi in un grande scenario e poi a volte, ti sconvolge, osa, con coraggio, forte di materiale letterario di qualità dietro e di un grande progetto visivo.
Fa quello che non si deve fare e per questo si fissa nel cuore, una volta di più, lasciandoci con faccia sgomenta.
mercoledì 22 maggio 2013
[Serie Tv] The Big C
E', curiosamente, la seconda volta quest'anno che mi trovo a scrivere di morte, in una serie tv.
E' curiosamente la seconda volta che si tratta di una serie giunge ad una chiusura dichiarata in anticipo, dove sai (all'incirca) pure cosa succederà.
Se la prima occasione era stata con Spartacus e si trattava dunque di storia, di tempi antichi, di eroismo, qui parliamo invece di The Big C.
C come Catherine, interpretata sontuosamente da Laura Linney (Golden Globe nel 2011), nostra protagonista e C come Cancro, malattia che invade la trama della serie sin da subito.
Di questo parla The Big C: del percorso di una persona che si trova ad affrontare un tumore, del tentativo di curarsi, dell'assenza del rimedio, della sua morte.
La forza della serie è quella di riuscire a vestirsi in qualche modo da Dramedy: riesce a farci sorridere, di tanto in tanto, come Benigni nella Vita è Bella.
Supera, senza farsene problemi, i tabù dei detti e non detti, in una sceneggiatura efficacissima che porta in scena una protagonista sfrontata, tanto smarrita nel suo percorso di malattia quanto decisa ad affrontarlo, sviscerarlo, gettarlo in pasto alla sua quotidianità.
Catherine, in questi quattro anni che stanno per concludersi attraversa tutte le fasi: il rifiuto, l'evasione, la speranza, il dolore.
Si allontana dal marito per non ferirlo, si avvicina al figlio, per non avere rimorsi, la vediamo circondata da personaggi ben scritti e recitati: l'indimenticabile vicina Marlene, lo strepitoso fratello Sean (anticonformista all'eccesso) la giovane Andrea capace di diventare qualcosa di vicino ad una figlia adottiva.
Raccontare di una Cathy che, in questo momento (a due puntate dalla fine) si sta preoccupando di trovare una futura compagna al marito (perchè sei un buon marito) può sembrare inspiegabile, ma ci sta nell'economia della vicenda.
Una storia di un grande percorso personale, di vita, di mille direzione diverse, di confusione, di emozionanti momenti (la chiusura della prima stagione, senza rivelare niente, è di una tenerezza sconcertante), una storia che non indugia in retorica, in facili musiche tristi, no,è capace di ergersi sopra una protagonista che affronta con (quasi) assurda serietà e preparazione le fasi di un lungo addio ai propri cari e alla vita.
Una serie sulla morte capace di essere viva, enormemente viva, con rarissimi finali di ritmo e un finale che sembra in grado di mantenere ogni qualità mostrata finora.
Meglio scriverne ora, dunque, che non dopo, perchè come la malattia sai che ti colpisce e pure fa male, sarà complicato vedere una fine già scritta ma sicuramente straziante eppure dolce, eppure bella, a suo modo, come il ragazzo di American Beauty affascinato dallo sguardo di chi muore, sguardo in cui scorgeva la vita stessa.
domenica 28 aprile 2013
[Serie Tv] Spartacus
Solitamente, spettacolarità ed emozione non vanno d'accordo.
E' un dogma, non sempre magari rispettato, ma si divide generalmente (e in maniera certo superficiale) tra l'effetto scenico, la magnificenza grafica e la sceneggiatura, il recitato.
Insomma, il ponte che può dividere Fast&Furious o Iron Man da The Artist o, per dire di un grande film di pochi mesi fa, Moonrise Kingdom.
Ecco, se uno, girando per qualche motivo in tv (Cielo, ore 01.00) o (meglio) vedesse in lingua originale una puntata di Spartacus, penserebbe: "che tamarrata".
Queste esatte parole, nulla di più.
Perchè Spartacus, una delle prime grosse produzioni di Starz, canale privato americano (Boss, Camelot Torchwood, altre serie abbastanza celebri del canali) è in poche parole violento, esplicito, esagerato, grottesco.
Sangue, ne scorre. Nudi, all'ordine del giorno. Linguaggio scurrile, da vendere. Epicità: strabocca.
Eppure, quattro anni dopo il suo inizio, pochi giorni dopo la sua fine, Spartacus merita di essere ricordata come una delle migliori, più intense, emozionanti serie televisive degli ultimi anni.
Basta un elemento a spiegarne l'efficacia: la trama è gia scritta e conosciuta a chiunque, tutti sanno che l'eroe morirà alla fine, eppure, chi non ha pianto o almeno vissuto col cuore in gola la fine?
Merito di una sceneggiatura (e di un gruppo di attori) capace di dare vita ad epica storia capace di attraversare trasversalmente l'amore, la vendetta e soprattutto la libertà.
Morte innanzittuto: impossibile dimenticare che il primo Spartaco, quello della prima stagione, un indimenticabile Andy Whitfield è morto davvero.
Colpito da una terribile malattia, ci ha lasciato in dote tredici puntate dove lo schiavo si vede privare della libertà e della moglie, Sura e gettato nelle arene dei Gladiatori, dove in uno spettacolare arco narrativo si compie la maturazione verso ciò che muove la ribellione di Spartaco: il desiderio di libertà, l'odio contro la Repubblica romana, la vendetta per la morte della propria amata.
Spartaco diviene una leggenda nell'arena e guida la rivolta di un gruppo di gladiatori, in un'epica puntata finale color rosso, lasciandoci negli occhi un attore che non recita Spartaco: è Spartaco.
Purtroppo, come detto, si ammala, il canale televisivo, con grande umanità, lo attende alla guarigione impostando una ministagione di poco precedente agli eventi narrati nella prima stagione (dove conosceremo Gannicus).
Attesa vana: Whitfield muore.
Il suo posto lo prende Liam McIntyre, inizialmente in grosso debito (fisico e attoriale) ma man mano sempre più convinto e convincente nel ruolo.
Inutile spiegare il resto della trama: ben conosciuta è la ribellione, le disfatte dell'Impero Romano contro una ribellione guidata da uno schiavo forte quanto carismatico e intelligente, fino alla morte per mano di Marco Crasso, aiutato da un giovane Giulio Cesare.
Più facile spiegare l'estetica, visivamente vicina a 300, fatta di colori saturi, rallenty, telecamere che non si allontano, nè in battaglia nè fuori sui particolari forti.
Impossibile, invece, spiegare come possano divenire famigliari i personaggi, non solo il protagonista ma anche quelli attorno, da Crisso, amico-nemico a Gannicus, sorta di compagno di guerra mai veramente impegnato nella causa ma sempre fedele, un indimenticato Enomao a forgiare, nelle prime puntate, il carattere dei futuri Gladiatori, fino anche ad un disumano quanto pieno di carisma Crasso, unico a riuscire a placare e fermare Spartaco nella sua guerra.
Una bellissima scrittura, una trama incapace di rallentare, un ritmo dal veloce al velocissimo, un casting ben riuscito (tranne forse di Naevia) per una serie che va vista, questo è chiaro.
Perchè non c'è un motivo particolare per cui Spartacus funziona: funziona tutto e più avanza più convince, ci regala umanità dove si vede violenza, ci regala amore (etero, omo e solo sessuale, senza distinzioni) dove c'è vendetta e ribellione, ci mostra libertà d'animo in un mondo di schiavitù.
Lo fa con coraggio, con creatività e con ritmo.
E finisce in maniera epica, piena d'onore e senza lasciare alcun amaro in bocca.
E di quante serie lo possiamo dire, tutto questo?
giovedì 11 aprile 2013
[Serie Tv] The Walking Dead - Stagione 3
The Walking Dead è il fenomeno televisivo più importante degli ultimi anni, diciamo dal dopo Lost.
Lo è, ovviamente, a livello di ascolti, che definire record è a dire poco e con una crescita di pubblico che ha rari eguali (normalmente si assiste ad una stabilizzazione e un lieve declino anno dopo anno, qui il trend di crescita sembra non finire ancora).
Seguito anche in Italia su Sky con tempi ragionevoli (mi pare di avere capito con la versione originale sottotitolata il giorno successivo all'uscita della puntata) e inspiegabilmente assente sulle tv generaliste, per l'ennesima dimostrazione di una televisione immatura, questa terza stagione ha ulteriormente allungato il numero di puntate: sei quelle della prima, sperimentale stagione, tredici la seconda, sedici la terza.
Troppe.
Questo è il primo pensiero a bocce ferme: troppe.
Così anche quest'anno, assistiamo ad una serie che funziona a tratti, a strappi.
Perchè, intendiamoci, a volte sa colpire al cuore: la capacità della serie (e prima ancora del fumetto) è quello di ragionare sull'umanità spogliata delle proprie regole.
La moralità, insomma, è il tema dominante: in un mondo senza leggi, concetti come famiglia, gruppo, fiducia sono arbitrari, personalizzati, scelti in base alla propria situazione e alla condizione di necessità di sopravvivenza.
Così, ecco una una stagione dominata da due temi fondamentali, lo scontro tra i due gruppi (i nostri protagonisti, alla prigione, e la cittadina di Woodbury) e la leadership.
Partiamo da quest'ultima: bene (o male, a seconda della fiducia in un mondo migliore) la glacialità imposta ad un Rick finalmente meno buonista, più cinico: è lui a gridare nel ponte tra le due stagioni "this is not a democracy anymore"e come tale sceglie di accettare o meno persone dall'esterno, di sacrificare qualcuno, di eliminare il processo democratico.
Lo fa, però, con l'interesse del gruppo in mente.
Diverso invece è il Governatore, a capo della fortificata cittadina di Woodbury, personaggio che passa in poche puntate dal carismatico e potente all'inquietante, scivolando in spirali di violenza, follia e in una moralità, sviscerata nell'ultima puntata "in questo mondo o uccidi o muori. Oppure muori e uccidi" che segna la sua disumanizzazione: ancora vivo, dopo avere follemente ucciso il suo gruppo, il Governatore vaga come un errante, affamato di sangue, senza uno scopo, divenendo, in un certo senso, uno di loro.
Cosa ci aspetta nel suo futuro non si sa.
Sicuramente c'è molto da scrivere, invece, nel futuro di Carl: da infelice bambino diventa uomo (suo il vero cambio di prospettativa della stagione, felicemente intuito da Glen Mazzarra) si spoglia della giovinezza e nell'ultima puntata uccide a sangue freddo un ragazzo ormai disarmato: quanto possa rimanere dell'umanità in un mondo dove ogni istante potrebbe essere l'ultimo è difficile da dire.
E difficile è anche spiegarlo ad un bambino (giovane uomo?) che ha dovuto uccidere la madre incinta, mortalmente morsa, per salvare il futuro fratellino.
Ecco i grandi momenti, i momenti intensi di Walking Dead segnano chi guarda: ce ne sono anche in questa stagione, però tutto ancora non esplode, si accontenta, in particolare nel lento finale di stagione che ci prepara per svariate puntate allo scontro tra le due fazioni e finisce poi nell'anticlimax, abbozzando un finale che non è un finale, non rasserena nè inquieta e non lascia quella sensazione di voler dire "ok e adesso???" che, per esempio, sapeva fare magistralmente Lost nelle conclusioni tra una stagione e l'altra.
Sicuramente il futuro (economico e televisivo) della serie è al sicuro: la speranza è che, visto il nuovo, ennesimo cambio alla direzione della sceneggiatura (ora affidata a Scott Gimple) si possa assistere allo sbocciare finale di una serie che può permettersi tutto, a livello di tematiche ed invece troppo spesso inducia, attende, si accontenta.
Ed è un peccato.
lunedì 18 marzo 2013
[Serie Tv]: House Of Cards
Scelgo di recensire, o meglio di trattare riguardo a House
Of Cards poco prima di vedere la puntata che ne conclude la prima stagione.
E’ una scelta consapevole, per avere in comune con
l’eventuale lettore ignaro un telo nero a nascondere il probabilmente
emozionante finale che finale non potrà essere.
Forse, quando arriverà in Italia, House Of Cards verrà
trattata come una qualunque serie televisiva.
Cosa che non è, o meglio non del tutto, essendo la prima
produzione originale ad ampio budget (100milioni di dollari!) di Netflix,
gigante dello streaming americano che quindi non solo fa uscire la serialità
dalla televisione ma addirittura rende la serie subito disponibile, completa di
tredici episodi vicini all’ora di durata.
Niente slot di ascolti, niente rating di pubblico, niente
pause/premiere/finali di stagioni, tutto è lì, da un giorno all’altro, come fu
per In Rainbows dei Radiohead.
Ma questa è analisi del come, mentre qui si vuol parlare del
cosa.
E cosa è House of Cards?
Non è, se non in minima parte, il palcoscenico di definitivo
pareggio (sorpasso?) della televisione sul cinema, con episodi diretti da David
Fincher e Joel Schumacher e soprattutto da una gigantesca interpretazione di
Kevin Spacey.
House of Cards è un attualissimo (e violentissimo, in questo
senso) sguardo all’oggi, all’etica dell’oggi.
Di più: è un viaggio infernale nella mancanza di valori
dell’oggi.
Non con quell’autocompiacimento, quella cosa un po’
Movimento 5 Stelle “Fa tutto schifo, cambiamo tutto” no, qui c’è il “così vanno
le cose qui.”
Ambientata tra politica e società, tra Casa Bianca e
incursioni domestiche, la serie narra fondamentalmente del lungo percorso di
Frank Underwood (Spacey) dalla mancata nomina di segretario di stato in poi.
Non sappiamo molto del prima.
Dopo, però, con spietato realismo seguiamo la silenziosa
vendetta di Frank, nella riconquista del potere.
Ed è il potere il percorso affrontato puntata per puntata.
Potere di carica, potere per età, potere per seduzione,
potere per interesse.
Assoluzioni: nessuna.
Non è assolta Zoe, affascinante giornalista che imbastisce
un gioco tra seduzione e interesse lavorativo con Frank, perdendo ogni
brandello di stima per sé stessa e del lavoro che fa.
Non è assolto Peter Russo, rampante candidato ex (?)
alcolizzato, sfruttato da Underwood per una gloria immeritata e che quando,
però, prende coscienza di sé e sembra diventare uomo, fallisce la prova più
semplice, in apparenza (quella d’amore) rovinando sé stesso e la propria
carriera fino ad una spirale di autodistruzione.
Non sono assolti i vari politici, mostrati deboli,
ricattabili o ricattatori, né i giornalisti,l’opposto di quelli di The
Newsroom, qui arrivisti, faziosi o almeno disinteressati alla morale di quello
che fanno.
Non lo è, infine, nemmeno Claire, moglie di Underwood, in apparenza
comprensiva, dura quanto basta, vicina al marito e poi invece, anche lei,
infedele, infelice, non meno inaffidabile.
Non a caso non ci
sono bambini, in tredici ore di sceneggiatura, se non di sfuggita i figli di
Russo.
Tranne forse lei, Zoe, a cui Francis chiede di chiamare il
padre nel giorno della ricorrenza, e che chiude la telefonata tra i gemiti del
sesso orale che lui le pratica, mentre lei risponde “ma tu non hai figli” e
lui, diabolico, sussurra “davvero non ne ho?” prima di ributtarsi sul suo
corpo.
E non lo puoi ammirare, Underwood, si incisivo, efficace,
oratore,scaltro, si tutto questo ma quanta oscurità si muove in lui?
Interpretato sontuosamente da Spacey, Frank Underwood,
spiega, alla telecamera, in un meraviglioso gioco meta-televisivo, le
macchinazioni, i personaggi, la sua filosofia di vita.
A volte, dopo una frase importante, giro il ghigno verso la
telecamera, solo un’occhiata, parla a te, spettatore, rendendo forse mai come
prima d’ora protagonista aggiunto, complice e per questo, puntata dopo puntata,
ti si conficca nel petto, con tutta la sua tragica violenza, (quasi) sempre celebrale, spesso disumana.
E’, House of Cards, uno degli show più realistici mai
scritti, mostrandoci una politica di compromessi, di favori, le necessarie
utilità di comodi, raccontandoci (vedi Girls) delle disfunzioni dei sentimenti
in una società aliena che spazza via tutto, dove in basso si chiede giustizia e
lavoro e in alto si sogna potere, tanto potere.
Uno sguardo che fa male, ma è necessario.
In un’epoca fatta spesso di personaggi televisivi malvagi ma
affascinanti e con moralità diverse (Dexter? Benjamin Linus di Lost?) in questo
torbido non c’è risalita, luce, sogno, innocenza.
E quindi, si, ferisce , House of Cards, proprio come la
realtà, proprio come lo sguardo tagliente di Frank, rivolto a te spettatore.
Ma non guardarlo sarebbe chiudere gli occhi verso un mondo.
Il nostro.
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