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venerdì 3 agosto 2012

Un pensiero: concerti, permessi, voci dal coro


In questi giorni ci sono parecchie notizie che sarebbero musicali ma in realtà sono extramusicali, ovvero eventi che riguardano la percezione e la regolamentazione dell'attività live in Italia.
Parto dall'assunto che eviterò di dire "solo in Italia" (sarebbe troppo ovvio) perchè non conosco la situazione estera, anche la sensazione, per letture e viaggi è che sia ben diversa, migliore, più tollerata, di stati che comunque incoraggiano, sostengono e sono mediamente più giovani del nostro (paese vecchio per eccellenza).
La prima notizia fu qualche giorno fa, quando arrivo lo stop per il Bolognetti Rocks, gestito dal Covo e capace di dare una bella programmazione quasi sempre gratuita nell'estate Bolognese: una settimana prima del termine è stato sospeso il permesso per fare concerti.
Questione di regolamenti e (pare) di numero massimo di concerti possibili in un determinato posto.
Se a qualcuno pare assurdo, specie poi considerando che si tratta comunque di organizzare serate anche con cachet importanti a ingresso libero e quindi con grossi rischi economici, beh ben venga.
Non solo.
Qualche giorno dopo sul blog di Grillo appare una piccola demonizzazione della "movida" di Parma (nota città violenta del Nord) promuovendo come positivo il tentativo di limitare la gestione degli eventi nei centri città dopo le 21.
A cui segue una risposta di Max Casacci, casa Subsonica, di cui tutto si può dire ma a cui va riconosciuto il merito di avere lavorato per dare a Torino una scena musicale, con il proprio gruppo, con la produzione di altri e con la creazione di eventi (chi ha detto il Traffic?).
E che dice quello che è ovvio: non demonizziamo, semplicemente dobbiamo fare le cose per bene ma non possiamo davvero rientrare in una mentalità da persone di ottanta anni.
Ora: scivolare nelle pieghe problematiche della nostra nazione sarebbe retorico, scontato e pure ovvio, non lo faremo.
Semplicemente, per quel che serve, si vorrebbe ribadire un concetto, semplice e naturale: i ritrovi di giovani, la serate di musica (quali esse siano) così come la proiezione di un film o qualunque cosa possa essere il desiderio di condividere un pensiero artistico non può essere demonizzata.
Se un ragazzo si droga in una scuola, non vuol dire che è una scuola di drogati.
Se succede un ferito fuori da una discoteca, non si viene feriti se si va a ballare.
Se, infine, ragazzi e non ragazzi vogliono metterci impegno e soldi per creare qualcosa che sia cultura ci vogliono istituzioni che diano regole semplici e utili.
Non come, ne parlavo ieri per un'altra cosa, dover dipendere da ordinanze locali per poter organizzare live o djset (se vi chiedete a fini di decibel o altro cosa possa cambiare, non è chiaro a nessuno, ma pare che davvero si possa a volte scegliere solo una delle due modalità).
Non come dover suonare, a quanto ho letto (o visto, in prima persona all'Arena Civica di Milano) a volumi così bassi, se si è nel centro città, che già nelle prime file riesci a parlare tranquillamente con il vicino.
Nel momento in cui l'attività live finisce intorno alle 23, 23 e 30 massimo e dopo con volumi un pò più bassi si fa un pò di dj set, credo sia tutto tollerabile.
D'altra parte, se si sceglie di vivere in un centro città, si sa che sono spesso pieni di vita.
O dovrebbero.
Perchè poi si finisce a impedire di poter girare con un bicchiere dopo le 21 (di questo si parla a Parma) e poi a protestare se qualcuno rimane in piazza a chiaccherare a mezzanotte e infine di finirà a pensare ad aree chiuse per i giovani insonorizzate: ah,no quelli erano, come aree chiuse dico, i centri sociali, ormai passati alla storia come zone di disadattati, drogati e buoni a nulla.
Se la non conoscenza di un fenomeno (in questo caso la musica) deve portare all'insofferenza allora siamo davvero un paese anziano, stanco, che assurdamente gira felice per il mondo raccontando di queste "città che non dormono mai" di una Londra sempre accesa, allora davvero siamo Italiani che colonizzano le spiagge Spagnole d'estate per il divertimento e l'allegria, allora davvero mettiamo foto su Facebook di un cocktail in un club di New York scrivendo "questo si che è vivere" e poi rientrati in Italia facciamo manifestazioni e cartelli per il bar sotto casa che fa rumore.
E quindi siamo incoerenti e soprattutto poco giovani ma non di età ma di mente.
E dovremmo imparare che sono le idee e la cultura che ci hanno portato ad un mondo migliore, non una finestra abbassata, un doppio vetro costoso, per lasciarci guardare il programma di intrattenimento in prima serata, rinchiusi nel nostro mondo che è migliore di quello che non conosciamo.


lunedì 18 giugno 2012

Crolla il Palco dei Radiohead a Toronto, un morto, alcuni feriti.

Capita che in un blog ci si debba anche fermare a riflettere.
Che pure in questo "Il Negoziante", piccolo blog di una sola persona decisa a fare una piccola vetrina (senza pretese di oggettività) di ciò che di bello ha la musica, siano essi i concerti, i dischi, gli approfondimenti o le culture musicali, si si debba interrogare.
Non, questo no, a fare demagogia o quei sentimentalismi da due soldi che spesso coprono il mondo dei social network.
La notizia sta nel titolo e non c'è nulla da aggiungere.
Gli errori o i disastri stanno nella natura.
Ne sa qualcosa chi scrive su questa tastiera, svegliato il 20 maggio dal mondo che tremava, che era al lavoro tre ore dopo e vedeva la piazza del Comune dove era nato cadere in diretta televisiva, che passa davanti ogni giorno alla centrale dei Vigili del Fuoco di Ferrara sempre strapiena, che appena elaborato lo spostamento del concerto bolognese dei Radiohead da Piazza Maggiore all'Arena Parco Nord si ritrova quest'altra tegola.
Quella del crollo del palco dei Radiohead a Toronto, con la morte di un tecnico della batteria (Scott Johnson, che il nome lo merita scritto) e che segue di pochi mesi i crolli tutti italiani dei palchi di Jovanotti e Pausini è una tragedia grande e ferisce.
Non intendo esprimere opinioni, sui palchi non ci lavoro, le persone che lo fanno non so chi siano, passo parecchie sere dell'anno a vedere concerti (e comunque conosco quel pò di dietro le quinte che me ne fa apprezzare in pieno il lavoro) ma sarebbe pura faciloneria scrivere ora: ci vuole più sicurezza, ci vogliono più controlli.
La verità è che nessuno merita di morire di lavoro e ancor meno di musica.

Considero la musica (quella dei dischi e dei suoni, non sempre quello che ci gira attorno) come una delle più gioiose espressioni umane, capace di emozionare come e spesso più di altre arti magari considerate più nobili.
Ed invece la musica, nella sua trasversalità (tanto che fondamentalmente piace a chiunque) è qualcosa di grande.
E che ci cambia le esistenze, come pure un buon libro o un bel film.

Quindi sono notizie che non vorremmo mai commentare, o meglio leggere.
E non vorremmo nemmeno riconoscere in noi quel sentimento, quella vocina interiore che dice "ma a Bologna ci suonano poi vero?".
Poi viene da pensare che sia questo l'amore per la musica, proprio come l'amore vero: un sentimento spesso egoista, violento, indelicato, dove ami l'altra persona e vuoi essere amato, dove solo lo scambio funziona al meglio.
Se ami, ferisce più un bacio ignorato che un litigio.
Così, a ciò che io amo (la musica, i Radiohead, ma anche Ferrara, Bologna e il mondo in cui vivo) chiedo che si vada avanti.
Che si continui la magia, che ci stringiamo insieme per non rendere vano niente e non perchè theshowmustgoon ma perchè dobbiamo, dobbiamo davvero, riuscire a mantenere ogni singola cosa bella di questo mondo che spesso ci delude, ci inquieta, ci spaventa.

E allora, avanti.

venerdì 9 marzo 2012

Una risposta tra blogger

Di rado butto giù pensieri sulla musica o meglio, di rado cerco di "fare filosofia" della musica, di fare psicanalisi musicale.
Troppo imponente e vasto l'argomento, che nessuno qui vuole finire a fare quei titoli in stile "Focus" con banalità assunte a grandi rivelazioni (quelle cose da "perchè l'uomo assomiglia all'elefante" o "gli alieni esistono: ecco perchè").
Però a volte capitano riflessioni interessanti.
In questo caso tutto parte da "Il pop irrisolto" più che interessante articolo di approfondimento a mano di Francesco Marchesi sulla webzine Kalporz.
Un articolo che, in banali parole, cerca di riflettere su una tematica su cui già ragionavo da tempo e cioè che, al netto degli integralismi, tra classifiche e recensione si nota una tendenza, pur se in mille forme, ad ascoltare pop, anche tra le righe più d'avanguardia.
Non solo, si parla di un certo tratto comune: un pop irrisolto, appunto, vicino alla forma canzone ma disturbato, incerto, in bilico, come se (ma senza esserlo, viene ben specificato) fosse in qualche modo simbolo di un'epoca indecisa e instabile, priva di ideali e piena di segnali di decadenza e in certo modo di pessimismo.


Che in fondo, di pop si parlo spesso (non sempre) è verissimo.
Possiamo prendere James Blake come i Black Keys come i Portishead come Beirut come mille altri: la forma canzone c'è, la voglia di piacere c'è, le tempistiche e la struttura coincidono.
E allora? E allora, intanto, mi viene da dire che quello che "ascoltiamo noi" qualunque cosa voglia dire (ma chi legge ha capito e sa che è un mondo vasto che include generi diverse per simili attitudini) ha voglia di sperimentazione (magari sonora, magari testuale) e di emozione.
Il mondo "alternativo" ha ancora (e credo sempre avrà) quella capacità di essere puro, privo di patinature e produzione fredde che riempe il mondo mainstream.
Insomma: il brano di un qualche giovane uscito da Amici o Xfactor, giovani magari brillanti ma spesso incanalati nell'obiettivo di essere popstar, di saper interpretare altri cantanti del passato (ma perchè mai dovrebbero?) e attorniati da persone, produttori, costumisti che ne plasmano immagini e percorsi discografici, quel brano, si diceva, mai potrà essere (e mai è) delicato come un brano di Dente o emozionante come uno di Brunori Sas.
La Pausini non mai nel segno, al di là dei giudizi, quanto "Una Guerra Fredda" delle Luci della Centrale Elettrica.
Tre elementi citati non a caso, per tornare al pop irrisolto, il vero tema, e questa decandenza che si può ritrovare nei poveri cristi di Brunori, nella disillusione amorosa de L'amore non è Bello di Dente o nei versi glaciali di Vasco Brondi.
C'è davvero questa non compiutezza in ciò che ascoltiamo?
Si, quasi sempre: c'è nella decostruzione malinconica di James Blake, nelle paure dei Radiohead, in quella sensazione di viaggio irrisolto di Beirut o nella intensità di Bon Iver.
Ma in fondo è questo che siamo.
Questa generazione che acclama (giustamente) i suoni cupi ed ossessivi di Burial, che potrebbero essere le strade, i telefoni, i televisori, quell'impianto sonoro di sottofondo della vita in cui si nascondono spesso alienazione o paura per il futuro.
Siamo, si sa, la prima generazione da molto tempo a questa parte che, verosimilmente, vivrà peggio della precedente.
Così, anche il nostro pop, come la vita, è irrisolto, in bilico, spaventato, con momenti (certo) di felicità, altri di malinconia, tendenze elettroniche e escursioni acustiche, amore per il ritorno al passato e voglia di futuro che dobbiamo scrivere e che spesso viene immaginato, anche in musica, come decostruzione del presente e non come evoluzione.
Ma non potrebbe che essere così.

venerdì 20 gennaio 2012

Notizie che sembrano non avere collegamento. E invece..

E invece, in fondo ce l'hanno.
Notizia prima: chiusi i siti Megaupload e Megavideo.

Nel giorno in cui parecchi siti importanti si sono chiusi per 24 ore per scioperare alla proposta di legge nota come SOPA (Stop Online Piracy Act) che potrebbe, se (difficile lo sia) rendere la vita molto più ardua alla pirateria, chiudono anche il sito di streaming video forse più famoso e uno dei più importanti raccoglitori di pacchetti audio/video.
Che, sia ben chiaro, la pirateria è cosa cattiva e sbagliata ma nella legge prevista darebbe troppo potere ha chi già ne ha tanto (approfondire qui se interessa) ma soprattutto è un ennesimo tentativo di dare restrizioni quando, perlomeno in campo musicale è già una battaglia persa.
Artisti importantissimi (e in numero sempre maggiore, ormai la totalità) regalano singoli in anteprima dei nuovi lavori (mp3 direttamente nella posta o solo da scaricare sul sito), spesso su qualche blog viene postato lo streaming completo del disco (che volendo è sempre facilmente scaricabile con programmi poco legali), c'è soundcloud che rende facile e veloce lo streaming e l'integrazione con piattaforme di blog e webzine.
Insomma: l'artista ha già accettato il fatto che il disco fisico non si vende quasi più, fatto salvo per gli appassionati che sono disposti ad acquistarlo (magari al banchetto del concerto) in cd o (sempre più) vinile.
Quindi, a chi giova questo costante tentare di rendere la vita difficile alla diffusione di contenuti musicali, specie quando è ormai dimostrato che da questi veicoli proviene gran parte della pubblicità, tra l'altro mirata e virale tramite piattaforme varie (vedi link via facebook dei contenuti della giornata)?
Quante date sold out avrebbero avuto I Cani senza Internet?
Nell'incertezza e nella speranza (ma forse no) che tante grandi aziende discografiche poco lungimiranti non facciano la fine (fallimento o grossa crisi) di BlockBuster, Kodak o in parte Nokia, passiamo alle belle notizie.
Collegate, si diceva, perchè la dimostrazione che il passaparola, l'apprezzamento e la qualità possono portare al successo è, negli ultimi anni, ben testimoniata dai The National.
Che ci hanno messo quasi 10 anni e 5 album per diventare da sconosciuti a popolarissimi.
Tanto che il buonissimo Alligator è entrato, nelle classifiche di 17 stati, solo in uno in una posizione e non propriamente in alto (n.165) mentre l'ultimo High Violet è entrato tra i primi dieci dischi più venduti in ben 12 di questi 17 paesi.
Avrebbero avuto la stessa possibilità negli anni novanta? Forse no.
Ad ogni modo, la notizia è che i The National sono i prossimi curatori dell'All Tomorrow Parties, date 7-9 dicembre 2012.

Per chi non lo conoscesse, la formula All Tomorrow Parties prevede che si dia ogni anno in mano la gestione della line up musicale ad un gruppo / artista, chiedendogli anche da curare una selezione letteraria e una cinematografica.
Si prende poi un posto (quest'anno è una delle location storiche, a Minehead, non lontano da Bristol, Inghilterra) con una capienza limitata, poche migliaia di persone e ci si faccia un festival.
In questo caso, 5000 circa persone in una specie di villaggio vacanze "requisito" da appassionati musicali per tre giorni, sotto la guida sapiente dei The National, che chiuderanno ovviamente con un loro concerto.
Già confermati per ora in scaletta anche, tra gli altri Owen Pallet, My Brightest Diamond, The Antlers, Tim Hecker.
Verosimilmente chi scrive ci andrà, quindi ne racconterò ampiamente.

Il collegamento sta tutto qui: gli appassionati di musica ci sono, chi è bravo ancora emerge, non è con la chiusura continua che si ottiene niente.
La musica è viva, vivissima.

martedì 3 gennaio 2012

Tra la percezione e la realtà



Periodo calmo, di poche uscite.
Queste settimane sono quelle tranquille, le cose importanti sono uscite, per qualche giorno ancora nessuno farebbe uscire un disco e quindi ne possiamo approfittare per qualche riflessione.
Ho trovato un interessante resoconto delle vendite negli Stati Uniti degli album che sono arrivati tra i primi 50 nella (sempre importante, per quanto si dica) annuale classifica di Pitchfork.
Una piccola selezione:


1. Bon Iver Bon Iver - 317,355
3. M83 Hurry Up, We’re Dreaming - 59,573
4. PJ Harvey Let England Shake - 62,000
11. St. Vincent Cruel Mercy - 44,334
12. James Blake James Blake - 47,372
15. Fleet Foxes Helplessness Blues - 277,541

26. The Field Looping State of Mind - 4,900
28. Cut Copy Zonoscope 51,000
32. Panda Bear Tomboy - 46,000
33. Fucked Up David Comes to Life - 19,000

46. Cults Cults - 25,000
48. Toro Y Moi Underneath the Pine - 19,381

A titolo di confronto ci sono due album in classifica prettamente mainstream

21. Jay-Z/Kanye West Watch the Throne - 1,143,674
27. Beyonce 4 - 971,264


Considerazioni:
- davvero ormai non si vendono più dischi. Beyonce è un'artista palesente pop, dal successo costante e senza gavetta, a suo nome, provenendo dalle Destiny Child. Ebbene, ha venduto dal primo al quarto album: 4,7milioni, 3,3 milioni, 2,9 milioni, 1 milione. 
- c'è una forte uniformità, in qualche modo, qualche tempo fa dischi di gente come Jay o Beyonce vendevano centinaia e centinaia di volte quelle degli artisti "indie", qualcosa come 5 - 10 milioni di copie contro 20mila copie o cinquantamila.
Ora, tralasciando un Bon Iver che è un pò un caso a sè, gente come m83, St Vincent o un Panda Bear vendono "solo" una decina o ventina di volte in meno. Forse hanno un pubblico più fidelizzato, più incline ad acquistare l'album.
- c'è come un livello che nella maggior parte è il livello della piccola nicchia: tra i sessantamila della notissima Pj Harvey e i 25 mila degli esordienti e nemmeno troppo chiaccherati Cults non c'è troppo distatto. Quasi si dicesse "per quella nicchia, qualunque genere sia, il livello è quello". A meno che non diventi Bon Iver (300mila) o  gli Arcade Fire (500mila) che diventano (imprevedibilmente) col passaparola e il tam tam della rete fenomeni anche commercialmente rilevanti.

Certo, questa è una classifica americana, verosimilmente in Europa certi valori cambierebbero ma è comunque indicativa, in un mondo sempre più globalizzato e caratterizzato da scene musicali si, ancora esistenti mentre da pubblici sempre più settoriali e indipendenti dal luogo di nascita bensì dalle proprie preferenze.

In questo quadro è bello, bellissimo, vedere di fianco all'aumento del download digitale (che perlomeno aiutano artisti e la legalità) come sia rispettata sempre più la mia previsione  e cioè il ritorno al vinile: in Inghilterra ad esempio +44% e quasi 350mila dischi venduti, numeri ancora piccoli ma che preludono, a mio parere, al futuro scenario migliore, ovvero la massa al download digitale, l'appassionato e fan al vinile (oggetto fisico meraviglioso e dal bel suono) e il vero incasso dall'artista dal concerto, appuntamente sempre più di massa e abitudine da consolidare anche in Italia, dove pure si vedono bei segnali, nonostante le sempre difficili condizioni per le produzioni medio / piccole.

E voi che futuro vedete per la musica?




martedì 20 dicembre 2011

Cover non autorizzate e che in fondo non lo sono

Nel 2008 i Portishead hanno pubblicato il loro terzo album.
Detto tra parentesi che è un capolavoro, vi è un brano (a mio parere) su tutti: The Rip. Nella sua semplicità, avvolto dalla voce di Beth Gibbons che a metà brano si fa lentamente da parte per un'esplosione strumentale di rara bellezza.
Non aggiungerei troppo su questo: semplicemente la batteria che incalza, la voce che diventa strumento e quella sequenza di note le trovo semplicemente meravigliose.
Non solo io viste le belle cover casalinghe (Thom Yorke ).
L'anno successivo, una band completamente diversa, peraltro fino a quel momento non troppo amata dalla critica, fa esplodere la propria carriera con un lungo brano di otto minuti.
Sono gli Horrors con Sea Within a Sea, pubblicato senza troppo clamore sul sito della band e che gode nella seconda parte di un'altrettando meravigliosa parte strumentale. Non solo: molto simile, come se al finale di The Rip fosse stato aggiunto l'alone musicale degli Horrors, con una voce non più melodica ma spettrale e una batteria più sostenuta.
Leggendo i crediti, però, ne usciva che il produttore era lo stesso.
E quindi, veniva da pensare, un brano splendido e una band in ascesa, viene ripresa l'idea della canzone e con lo stesso produttore le affinità ci possono stare.
Solo che non è finita.
2011.
Beirut esce con "The Rip Tide". Settimo brano dell'album, "Vagabond".
Stessa sequenza, pur essendo in tutto e per tutto un brano di Beirut. Ovvero, seconda parte con questa "melodia" stavolta suonata con altri strumenti, una batteria stropicciata e il cantato tipico del cantante di Santa Fe.
Probabilmente sono casualità (o forse no) e sicuramente non c'è l'ombra del plagio: si tratta di tre splendidi brani, tra i migliori di questi anni ma mi rimane sempre l'impressione che tutto parta da quella sequenza dei Portishead.
Tutto qui, solo per condividere la storia di una canzone che mi perseguita.
Che ne pensate?
Video: - The Rip - Portishead
Sea Within a Sea - The Horrors
Beirut - Vagabond


lunedì 12 dicembre 2011

Era meglio prima, o forse no.



Prima di passare, nei prossimi giorni (si, lo faremo anche su questi lidi) ad affrontare il tema della classifica di fine anno, tema su cui si potrebbe discutere per giorni, volevo parlare un momento di esperienze di ascolto.
Partiamo dal fatto che io sono tutto tranne che un nostalgico.
Ascolto mp3 da anni, inizio ad accettare la possibilità che i libri siano in formato elettronico, guardo serie tv in lingua originale tradotte da volenterosi ragazzi, ho pure lo smartphone, insomma, pienamente inserito nella generazione digitale.
Avendo ventisei anni, ho vissuto, in ordine, gli ultimi stralci di vinili casalinghi, l'epoca d'oro delle musicassette, la nascita prima diffidente e poi dirompente del cd, gli anni di Napter-Winmx-Emule-Torrent, Itunes e l'Ipod e in misura minima lo streaming (mai vissuto come sufficiente anche senza il possesso ma utile come anteprima).
Tutti con i loro pregi e difetti.
Le cassette ad esempio, terribili nel loro dover essere girate a metà, pessime come suono e soprattutto con il fenomeno del deterioramento ascolto dopo ascolto. Pessimo.
Meglio il cd, il mezzo della mia adolescenza. Ricordo i cd, costosi (40mila lire circa) e importanti.
Li compravo, mi mettevo in camera e facevo almeno un primo ascolto con cuffie buone e scorrendo i testi traccia dopo traccia.
Un'esperienza importante: ti dava tutto, anche se in tanti casi si sentiva molto peggio di ora.
Con gli mp3 non succede così. Nemmeno con gli streaming integrali che pure gli artisti stessi mettono del disco.
Non li senti pieni di valore, non ti metti lì ad ascoltare con la stessa religiosa attenzione.
Già da un pò di tempo, così, ho imparato a tornare indietro.
Acquistare su Amazon il mio bel vinile, lato A e lato B, giradischi in camera con buone casse e ogni tanto ascoltare per il piacere di ascoltare.
Ma non è nostalgia questa.
Poi vado a correre e amo poter avere l'Ipod al braccio o la macchina che legge un cd con decine e decine di mp3 riscrivibili dove divoro ad alto volume tutto ciò che è uscito da poco o dà tanto.
Però è bello tornare indietro ogni tanto.
Ho la speranza che anche i giovanissimi non imparino (li vedo) ad ascoltare playlist da youtube con casse del monitor o poco più e che sempre meno ascoltino "quello che passa in radio", la frase che ogni appassionato musicale teme come la lebbra.
Voi che ne pensate?

Concludo con un bel vinile recentemente recuperato su amazon (santo amazon!) ovvero uno dei "primi" Iron And Wine, al suo primo grande disco (secondo della carriera) "Our Endless Numbered Days".
Questo si, un bel acquisto da vinile, camera e silenzio tutto intorno.

sabato 15 ottobre 2011

Giovani poco giovani

Sono in piazza a Bologna. Una visita al recentissimo Apple Store, nelle cuffie il nuovo album di Dente di cui parleremo presto, connessione in 3G. L 'idea e ' che sia siamo ormai digitali, pure nella bistrattata italia. Siamo sul treno anche se in bilico. Una cosa pero ' mi piace meno. Girare in molti negozi di dischi. Vedere giovani con le maglie dei Nirvana. Dischi dei Pink Floid in nuove edizioni. Io dico basta. Basta a giovani esaltati per i Joy Division, Pearl Jam,  gente di vent 'anni che nei dj set balla solo i Cure. Non ci stiamo piu ' costruendo ricordi musicali. Ogni generazione ha i suoi ricordi piu ' o meno colletivi. Tranne la mia,  la nostra. Se tra dieci anni nomineremo gli Arcade Fire o i Kasabian o i National quasi.nessuno ne sapra ' niente. Non parliamo di gente  meno famosa. Non mi sta bene ma c 'e ' poco da fare. Ad ogni dj set,  conversazione musicale la trama e ' la stessa. Per questo un po '  ci provo con questo blog, anche se alla fine e' spesso un parlare tra persone dello stesso mondo, senza coinvolgere molto il resto delle persone. Ma va bene. Domani si riparte parlando di Italia e di questo Io Tra di Noi.

lunedì 8 agosto 2011

Ci sono gruppi che l'Italia non la vedono.

Non è mica bello.
Ormai anche l'Italia (evviva) ha una florida stagione concertistica e se pure quest'anno abbiamo visto come al moltiplicarsi delle occasioni corrisponda spesso una buona riuscita su numeri piccoli quanto una  caduta sui numeri grandi (Heinken?) è vero che ci sono sempre più date interessanti e ci sono anche nuovi posti dove fervono novità (ad occhio, Veneto e Puglia sembrano le regioni più grintose ultimamente, pur se con approcci diversi).
Però ci sono eccezzioni.
Che fanno venire il nervoso.
Se per gente come i White Lies, Interpol o i Josh T. Pearson / Anna Calvi in questi mesi vi sono numerose occasioni anche vicine temporalmente e localmente, è vero che gruppi su questi lidi amatissimi non ci degnano di concerti da anni.
Esempi importanti:
Bon Iver: dal 2008 vi sono segnati su Setlist.Fm 91 concerti. Per uno dei nomi più chiaccherati e importanti del cantautorato, mai una volta in Italia. E se è vero che più di meta delle date sono negli Stati Uniti, non è difficile notare 5 date in Germania, 3 in Olanda e Belgio, 2 in Francia, 1 in Danimarca, Svezia... Ora è un uscito il nuovo album e il tour europeo prevede parecchie date: esatto, nessuna in Italia. Perchè mai?
Vampire Weekend: 224 concerti dal 2007, in Italia...2. Ma nel 2008, appena uscito il loro album. Tutto il tour successivo, niente da fare. Motivo? Mah.


Vicino ci è andato Sufjan Stevens, 116 concerti segnati su Setlist e ci siamo salvati con l'indimenticabile data a Maggio per Ferrara Sotto le Stelle, altrimenti non lo avremmo visto mai nei sette anni precedenti.
Se dite che sono tutti nomi americani, beh, andiamo in Inghilterra.
Doves e Elbow, due tra le realtà più acclamate nel mondo brit rock.
Doves: dal 2000 104 date, 1 una in Italia, pare ad un Festival. Anno 2000, undici anni fa. Quattro album su cinque non li abbiamo sentiti.
Elbow: band campione pure di incassi, viene  su 142 concerti, 1 volta nel 2003, una quest'anno per poche decine di minuti all'Heineken Jammin Festival prima di  Negramaro, Verdena, Fabri Fibra e in buona compagna degli Interpol .
In sempre buona compagnia, Black Keys (una data nel 2008 negli ultimi 8 anni) e Foals (idem, una data).

Insomma, che si deve fare?
Sognamo un minifestival di due giorni con questa line up, ci sarebbe da divertirsi.

domenica 26 giugno 2011

Un Riassunto: Radiohead, tra Hype e musica.


Anno 2011, anno dei Radiohead?
No. Perchè musicalmente è stato meno sconvolgente che in passato, pur con ottime cose.
Qui lo diciamo e senza pensieri, pur considerando molto buono il materiale uscito.
Ma pensiamo a cosa stanno facendo e cioè confermare la distruzione del concetto album di cui abbiamo già trattato alcune volte in questo blog.
Già tempo addietro parlarono di voler evitare di mantenere il percorso album-tour e di dare vita a progetti più estemporanei. Ep, magari.
Ora: The King of Limbs è un Ep, lo sappiamo bene. Otto tracce per trentasette minuti di musica ben suddivisi (secondo chi scrive) per un lato A (quello più vicino al dubstep, fino a Feral) e un lato B più slegato e vicino a Hail To Thief (per la sua eterogeneicità di suoni).
Ed era febbraio.
Un album corto di cui si è sussurrato per parecchio che fosse solo la prima metà di un doppio.
Non era vero.
Però, per il Record Store Day hanno dato alle stampe un 12" di ottima qualità, quel Supercollider/The Butcher che aveva ridato luce ai vari strumenti della band inglese.
Finita così? No, passati un ulteriore paio di mesi, ecco l'inedito suonato live nell'esibizione che andrà in onda presto sulla BBC, "StairCase", con un'altra assoluta novità, il doppio batterista acquisito.
E poi roba di pochi giorni fa, l'esibizione a sorpresa al festival di Glastombury, con un ennesimo inedito, The Daily Mail
che fa pure girava come inedito in possibile pubblicazione già da tempo.
Insomma: una band completamente fuori dal percorso album, che pubblica il materiale man mano che viene composto, suona a sorpresa (certo, potendoselo permettere) in grossi festival e che appare pienamente padrona del suo percorso artistico ma pure in netta contraddizione con il corso naturale.
Sta cambiando la musica (lo fa sempre) e stanno cambiando i modi di fruirla e ci pare che siano sempre i Radiohead a impostare certe strane.
Per cui onore e grande attesa per le future sorprese.

lunedì 13 giugno 2011

La crisi dei Festival? No.


Ci dicono che il festival in italia è nudo.
No.
Non è il pubblico italiano ad essere diverso e se in parte lo è deriva tutto dalla logica conseguenza di una cultura organizzativa e civile sbagliata negli anni.
Intanto, per essere chiari, noi di festival, in italia, ne abbiamo pochi.
Il festival prevede più palchi, la giornata intera di concerti, il campetto con decine di migliaia di giovani.
Da noi anche la cose più grosse iniziano alle 3 o le 4 del pomeriggio, a mezzanotte o poco più sono finite e sono solo lnghe giornate di musica: 3,4,5 artisti che si susseguono.
E diciamo, piuttosto, che il cast di questo Heineken era impostato in una maniera che non mi viene in mente come possa essere successo, a gente che organizza da anni,di scriverlo.
Basta fare un paio di giornate internazionali e una italiana, visto che Vasco Rossi bisogna sempre averlo, piazzando Cremonini Fabri Fibra e Negramaro lo stesso giorno e gli altri puntare sugli stranieri, magari aggiungendo agli Headliner Coldplay gli Strokes per il secondo giorno e più o meno il resto della programmazione era già a posto.
E non è vero che c'è questa crisi: spuntano ovunque festivalini estivi, ovvero gruppi di date a pagamento o anche gratuiti, solo ieri è spuntato un radar
festival a Padova con Juck, I'm From Barcelona e Adam Green tra gli altri.
Siamo quindi cresciuti in un cattivo contesto e siamo pecoroni nell'adeguarci, con masse di persone a beatificare ogni santo anno per il Ligabue, Vasco Rossi o Negramaro, fieri di una italianità che non sappiamo nemmeno cosa sia (votare oggi please), figli di un paese vecchio che fa solo petizione perchè si abbassino i volumi (San Siro?) e tutto finisca entro le 11 e mezza o mezzanotte mentre in Spagna, Francia, Inghilterra, Germania, Svizzera, Belgio, Serbia e quasi ogni altro stato europeo si celebrano giorni di festa e riti collettivi basati semplicemente su amore per la musica e condivisione di spazi.
E i nostri figli cresceranno così, stato unico dove i Festival con F maiuscola non si possono fare e dove non si investe sul farne crescere uno, sperando sulla buona (buonissima) volontà di piccoli indipendenti che per fortuna ogni anno ci regalano parecchie soddisfazioni.

Dai regaliamoci un sorriso, con la Festival Song di Adam Green (30 giugno live unplugged a Bologna, 6 luglio dj set a Padova)

martedì 7 giugno 2011

Musica Liquida: Kaiser Chiefs, ICloud e moderne fruizioni della musica


Non so se ve ne siete accorti.
Ma se dovessero chiedervelo tra qualche anno è esattamente in questi giorni che sta cambiando tutto.
O meglio, se ne stanno creando i presupposti.
E' una rivoluzione, apriamo gli occhi.
Antefatto: mp3 e banda larga hanno reso a disposizione di tutti ogni contenuto musicale, senza che ci giriamo troppo intorno.
E di pari passo sta evolvendo il sistema distributivo: i Radiohead con l'ormai storico Up-To-You misero in vendita un album facendo decidere all'acquirente il prezzo e si sono ormai tolti dal mondo discografico, vendendo direttamente in prima persona i loro cd (almeno in un primo momento).
E poi sono seguiti esempi simili anche di band più piccole.
Si è sfaldato il meccanismo casa discografica-radio-negozio di dischi, la prima perchè il mondo social riesce a portare alla ribalta artisti anche con semplici webzine o passaparola, le radio aggiungono contenuti parlati (o moriranno) e il negozio di dischi è già ormai defunto, sorretto in minima parte dai negozi di vendita online.
Ma diciamolo: pagare per un oggetto non fisico (l'mp3) è difficile, non a caso c'è un piccolo ritorno di acquisto ma non sul cd ma sul vinile (ne abbiamo parlato qui ).
Questo è il quadro attuale. Anzi era.
Poi due cose rapide in pochi giorni.
Una band, non certo indimenticabile ma comunque di una certa fama, ovvero i Kaiser Chiefs.
Propongono un nuovo album che album non è: 20 brani disponibili, ognuno ne sceglie i dieci preferiti, si fa la copertina e paga.
Svanisce il concetto di album. Cosa si dovrebbe recensire in questo caso? Tutti e venti i brani? I migliori? I migliori per chi?
Non è finita: ICloud.
Ormai si sapeva e ora è ufficiale.
Nuvola online: tutti i propri contenuti, anche (soprattutto) quelli musicali, vanno a finire in un nostro spazio virtuale, e nella declinazione Apple con un qualunque dispositivo noi abbiamo la nostra libreria pronta.
Che sia accendere il computer, usare l'Iphone, scrivere sul tablet e per logico futuro, accedere a internet tramite televisore o automobile o quant'altro, non esiste più supporto fisico.
Probabilmente, esisterà sempre meno anche il concetto di album. Avremo semplicemente ciò che ci piace.
E non si pensi si tratti di un servizio di streaming in abbonamento, non è "io compro un disco e Apple me lo tiene nello spazio".
No,no. Anche ogni pezzo che abbiamo personalmente. Le nostre migliaia di mp3 precedenti, tutte vengono da Itunes riconvertite e ricodificate e messe in questo spazio infinito.
Avrà successo? Penso di si.
Costa 25 dollari all'anno e con quelli avremmo tutta la musica che vogliamo, dove vogliamo, sempre associata a noi.
Il futuro è qui, forse.

lunedì 6 giugno 2011

Sullo stato della critica musicale


C'è bisogno di critica musicale? Di qualcuno che giudichi un album?
Forse no, anche se pure di questo tratta questo blog.
Non arrivo a fare questo ragionamento su complesse basi teoriche o altro ma su banali e freddi dati.
Questo blog cresce: 50,80, anche 120 visitatori quotidiani, che per uno spazio aperto da una manciata di settimane la soddisfazione non manca.
E da persona curiosa osservo cosa cerca la gente per arrivare qui.
Quali strade, link o chiavi di ricerca usa.
E lo dico onestamente: una parte rilevante del traffico proviene da "nomeartista + megaupload/torrent".
Arrivano qui perchè cercano il disco e non un'opinione su di esso.
E questo viene da riflettere sul fatto che se ancora serve il critico cinematografico ("faccio bene a spendere i miei 7euro per il cinema?") o d'arte o la prova di uno smartphone, sull'album in fondo il passaggio si può saltare.
Trovo un nome figo, ne sento un brano o due su youtube/soundcloud e poi mi scarico tutto il pochi minuti, spesso meno di quelli che impiegherei a cercare e leggere le 4 o 5 cinque recensioni necessarie a farsi un'idea della qualità dell'opera.
E quindi siamo tutti critici. Non a caso i forum pullulano esperti sapienti pronti spesso a scagliare tutto il loro furore in poche ermetiche righe di disapprovazione per ogni disco.
Dunque, chissà a quanto serve, la critica.
Forse serve non per l'egoistica presunzione di una conoscenza superiore ma solo per la voglia di condivisione.
Ad ogni modo, finchè almeno alcune delle chiavi di ricerca conterrano solo il nome dell'artista e non il tentativo di download, noi siamo qui.
Perchè piace parlre di ciò che si ama, tutto qui.

lunedì 23 maggio 2011

Delle classifiche e delle pene


Chi scrive è uno di quelli nati con la tecnologia.
Prima vista di sfuggita, su un 286 improbabile ma che ha regalato la conoscenza dell'oggetto stesso e reso possibile il desiderio di un futuro vero computer, che fu un Pentium 150, Windows 95 e molti più problemi di quelli che ci sono oggi.
Erano gli anni del modem a 33k con le tariffe ad orari fissi (se sforavi era la fine) mentre attualmente scrivo dal mo divano su un Macbook portatile con il Wifi a velocità nemmeno allora lontanamente sognate.
A metà di questo percorso circa, metà decennio scorso, ragionavo, scrivendo per una rivista online, di un futuro scenario in cui classifiche di vendita nei negozi e vendite digitali sarebbero state diverse.
Il popolo di Internet.
Il popolo di giovani, di curiosi, nomi piccoli che vendevano e diventavano casi grazie al semplice passaparola, l'annullamento del mondo mainstream e del cartello delle radio e la semplice meritocrazia musicale.
Ora mi rendo conto che sognavo solamente.
Ora che Internet è di tutti, tutto si è bilanciato.
E questa nazione, pur con tutte le sue belle cose (e con un sottobosco musicale spesso interessante più di quanto si voglia ammettere a causa di una, pur comprensibile, esterofilia) manca di basi.

Però la diffusione (vedi mp3) della musica ad un pubblico per forza più vasto, eliminando di fatto la preselezione radio e con il potere di webzine e affini ha ampliato di molto il parco concerti, che in effetti pur se pieno di casi isolati è sempre più interessante.
Manca il grande evento collettivo ma c'è un impegno sempre più variegato nelle località più disparate.
Va bene quindi.
Anche se domani sera vado a vedere Sufjan Stevens e non sarà percepito come il grande evento quale è il ritorno dopo sette anni in Italia di uno dei musicisti più interessante di questi anni, pur con i suoi difetti.
Del live ne parliamo domani sera, ora lascio in eredità al post una cover di Atmosphere dei Joy Division, fatta da tali Shimmering Stars, gruppo indie canadese che suona come i Raveonettes rallentati e dilatati dopo un ascolto dei Fleet Foxes (e vale la pena avere un blog anche solo per inventare queste pseudodefinizioni chiare solo a chi le scrive).
Pezzo che non ho ben chiaro da dove provenga ma che ha una dolcezza e qualità degne di non essere perse per strada.
Buonanotte, il negoziante per stasera chiude le serrande.
Atmosphere ( cover) by ilnegoziante

sabato 14 maggio 2011

Il vero futuro è il vinile


Pur se di poco, ho potuto vivere le fasi fondamentali dei supporti musicali.
I miei genitori, infatti, avevano un impianto stereo con un giradischi, usato raramente e già allora debole ricordo di un meraviglioso passato.
Eravamo a fine anni ottanta, le cassette imperversavano e costavano 20-25 mila lire, con tutto quel sottofenomeno che ti portava ad avere nei negozi di dischi anche le cassette copiate a circa metà del prezzo.
Ce n'erano, di negozi di dischi, un'enormità.
Ma si affacciavano già i cd: 35-40mila lire, tantissimo, ma un oggetto esteticamente più bello, senza l'orrendo difetto di rovinarsi dopo tot ascolti, la possibilità di ascoltare nell'ordine preferito.
Erano belli i cd. Ma hanno ucciso la continuità, snaturato l'ordine con cui l'artista impostava il disco.
Poi, il mondo dell'mp3, lo sappiamo tutti. Napster, Winmx, Kazaa, Emule, Torrent, Itunes e il digitale legale.
Ora, il disco sta morendo: chi vendeva 100mila ora con 10mila è contento.
I vari dischi di platino o oro erano roba da mezzo milione o milione di copie, ora è da 50mila o poco più.
Non parliamo del singolo: quello, quel cd da 5 o 6 mila lire con il pezzo e una bside o remix è scomparso proprio.
E quindi?
Quindi siamo tornati all'inizio.
Si perchè i vinili sono stati conservati in vita dai dj e ora riappaiono nelle case, persino nei negozi.
Anche al Mediaworld per dire e basta andare su Amazon.it per trovare tantissimi vinili anche dal mondo indipendente, anzi soprattutto forse.
Perchè è bello il vinile.
Ha quel fascino imponente dell'oggetto grande e delicato, un suono caldo, ti costringe ad ascoltare per intero tutto il lato e a fare silenzio intorno a te.
Lo rispetti un vinile, non lo appoggi come un cd ovunque, che tanto poi lo copi in tre secondi, no, lo tieni ben curato e gli dai un bel posto in casa, perchè si noti.
E allora, download gratis per tutt, vinile per gli appassionati, modello impostato sui concerti e produzione di vinili/cd/altro direttamente dall'artista all'ascoltatore.
Si può andare avanti solo così e sarà un bell'andare avanti in fondo.

mercoledì 27 aprile 2011

Dovessi,oggi.

Dovessi oggi, vender dischi in Italia, cambierei mestiere.
Probabilmente, nemmeno aprirei e se l'avessi fatto, mi chiederei il perchè di tale scelta.
Perchè io, che pure faccio l'infermiere e di missioni me ne intendo (e che pure di professione e non di missione voglio sentire parlare) mi rendo conto che sarebbe un'impresa, un folle tentativo di fare sopravvivere qualcosa che sta sfuggendo da questa epoca.
Siamo inondati come mai di musica, eppure non la possediamo.
Un concetto unico nel mondo dei media e delle arti: il film lo si vede, lo si possiede (in dvd, blu-ray, divx, si pure così) un libro ancora si compra, si sfoglia e se anche è inchiostro virtuale (alla fine ci stiamo arrivando) rimane sempre un libro, lo leggi, attento alle parole.
Il quadro lo vai a vedere, una foto la fai, la osservi, ne studi le angolazioni e l'arte che viene dietro.
La musica invece si permette di stare in sottofondo: in automobile, mentre corri, mentre dai l'aspirapolvere, durante il servizio di un telegiornale, nella scena toccante del film, nella radio al lavoro o nel locale dove entri.
Pure dove sarebbe importante, come in discoteca raramente è la prima attrice: fa da contorno ai riti sociali che vi ruotano vicino.
Rimane forse il concerto ma anche quello è un indissolubile mix di compagnia, coinvolgimento, aspetto visivo, il toccare nel salto o nel gesto o nell'urlo o nella lacrima o nella dedica, tutti istanti che compongono l'esperienza concerto che solo a volte è solo o quasi musica.
Eppure piace a tutti: piace a chi conosce tre cantanti in croce e sono Vasco, Ligabue e i Modà (attuali sostituti dei Negramaro). Piace a chi guarda la televisione e ascolta i talent. Piace all'anziano che conosce solo Sanremo e poco più. Piace al giovane rapper, piace all'indie-snob, a quello che-la-musica-è-finita-nel (aggiungere data a caso).

E questo forse è il suo più grande successo: essere diventata da media tradizione da fruire (vado a vedere il film, leggo il libro ecc) a presenza costante di ogni cosa, tanto da avere dato un nome alla sua assenza, e cioè silenzio. Non esiste un nome per un assenza degli altri media.

Ecco perchè poi nasce questo blog, così come ne sono nati mille altri.
E muoiono i negozi di dischi, perchè nessuno li compra più, ma in fondo li possiede tutti perchè ci siamo evoluti affinchè fosse possibile questo.
P.s. sotto in streaming un gruppo così figo che non li conosce nessuno, nè per il primo incantevole album, nè per questo secondo che parte lento ma alla fine è per almeno metà splendido.
Stateless - 'Ariel' (Album Version) by Ninja Tune

venerdì 15 aprile 2011

Riflessioni

Riflettiamoci, davvero.
Pare assurdo tutto questo clima di reunion.
Alcune cose belle, per carità, mi vedrei volentieri i Primal Scream che rifanno Screamedelica tutto.
Però c’è questo strano fenomeno di hype e hype di ritorno.
Mi spiego: c’eravamo tutti a vedere Anna Calvi al Lokomotiv (sold out) così come c’eravamo tutti a vedere gli XX al Covo l’anno scorso (soul out più duecento persone fuori).
E ci sono tutti (un altro mondo) a vedere gli Skunk Anansie oggi, ci sono tutti a vedere gli Strokes ora, headliner come l’anno scorso fu per la reunion per una sera dei Libertines o l’anno prima di quella dei Blur.
Che certe cose vanno pure bene, per carità, ma pare che in queste cose, a volte, ci sia più la ricerca dell’evento che l’evento stesso.
Io non mi spiego perché band che facevano duecento persone, si sciolgono e dopo dieci anni ne fanno mille, non sta nulla giusta cronologia delle cose.
O fa come se facendo fatica ad avere oggi “cose importanti” da vivere, ci creassimo hype di ritorno per cose che “non ci siamo resi conto che erano importanti”.
Un po’ come i Massimo Volume, che pare raccolgano ora il successo di pubblico facendo (bene) le stesse cose che facevano (benissimo) a fine anni novanta.
C’è poco di generazionale, oggi.
Di questi ultimi anni, forse gli Arcade Fire.
Per tutto il resto c’è la piccola grande nicchia, quel piccolo nugulo di persone che non riempono uno stadio ma fanno strabordare un piccolo club, ci sono sempre più concerti (perché i dischi non si vendono) e gente che paga per andarci.
E poi ci sono i forum, le persone che scrivono per criticare e sminuire i gruppi che non amano o per sdoganare personaggi al limite dell’imbarazzante, circoli viziosi di opinioni svolazzanti con l’intento premeditato di far parlare, con il gioco, favorito dalla socialità della rete, di sentirsi tutti come i redattori di Rolling Stone di Almost Famous, di essere rock’n’roll quando si è solo ragazzi smarriti sul treno di una passione chiamata musica.
E quindi ci siamo dentro, pure qui chi scrive, dal bancone immaginario di un negozio desolato, dove suona a ripetizione un disco amato mese dopo mese, quell’esordio di Bon Iver che attende trepidante un seguito, anticipato oggi da cinquantuno-misteriosi-secondi che potrebbero essere niente come (si dice) l’inizio del disco.
E in fondo, semplicemente, ci piace tutto questo.
Bon Iver Site
"Skinny Love" Live - Bon Iver

Propaganda - Stagione 2, Episodio 3

La puntata numero tre di questa stagione è stata densa di musica. Musica e novità e qualche parola nel mezzo, per presentarla e raccontarla...