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martedì 14 gennaio 2014

[Visioni] Disconnect


Quel che bisogna evitare, parlando di Disconnect, è di inserirsi in una stucchevole analisi dei rischi della tecnologia e di Internet in particolare.
Perchè è di questo che si titola in questi giorni, quasi che sia naturale escludere il mezzo (Internet) dal problema (l'incomunicabilità), per il facile inseguimento di quella disanima della paura del futuro che fa sempre vendere qualche copia in più, regalando facili discussioni da bar su quanto una volta si stava tutti meglio.
Sgombrato il campo da questo, il primo film di Henry Alex Rubin (direttore di svariate pubblicità e un paio di documentari, il secondo dei quali Murderball candidato all'Oscar) segue la scia tracciata qualche anno fa da Crash, intrecciando cioè vicende apparentemente slegate tra loro fino a farle legare ed esplodere su se stesse.
Una frode bancaria occorsa a Cindy e Derek (il nostro Eric di True Blood), uno scherzo virtuale sfuggito di mano a due ragazzini, il reportage su un webcam boy da parte di una giornalista locale.
Nessun cattivo, realmente all'orizzonte tra i protagonisti, perchè al di là delle vicende narrate che si susseguono verso un drammatico crescendo, quello che resta è la tematica dei personaggi soli, chiusi nel loro mondo, chiusi in un non dialogo che porta per caso o per conseguenza diretta allo scontro, all'errore, alla tragedia.
E se quindi si riesce a comprendere che nulla o poco del messaggio stia nei (pur presenti) pericoli della vita online, quanto dall'assenza di quella reale, rimane un buon film, non indimenticabile ma ben girato, con almeno un momento di grande estetica cinematografica, un'ottima colonna sonora.
Insomma una visione almeno consigliabile.

lunedì 8 aprile 2013

[Visioni] Un Giorno Devi Andare - Giorgio Diritti


Punto primo, respirare un film italiano che sappia essere internazionale è sempre bello.
Perchè, certo, la commedia guarda quasi sempre al popolo che la scrive (in altre parole l'umorismo Italiano è tale come quello francese o americano lo sono, per quanto comprensibili e divertenti da altre nazioni) ma è raro trovare un film italiano che sappia essere storia, che non parli insomma (ogni riferimento alle fiction italiane è puramente voluto) di provincia, di dialetti, di paesini, di santi, di carabinieri, che non sia macchietta di chi scrive sapendo che chi guarda si vuol riconoscere e ridere (o piangere) di sè.

Giorgio Diritti, al terzo film dopo Il Vento Fa Il Suo Giro (2005) e il premiato L'uomo Che Verrà (2009) si allontana dall'Italia sin da subito, ambientando la vicenda di Augusta, donna che perde il figlio e viene abbandonata per questo (forse) dal marito, in Brasile.
Se il tema del viaggio come percorso personale, di crescita o dopo un evento, è uno dei temi più classici di ogni scrittura, la scelta vincente di Diritti è quella di non giudicare.
Nemmeno di raccontare troppo, in fondo.
Conosciamo Augusta in barca, a fianco di una suora, in una meravigliosa prima parte di grande impatto visivo (la natura Brasiliana aiuta non poco), la seguiamo in una cittadina, dentro una piccola comunità e concludiamo in una ultima parte dove Augusta è sola, su un'isola, dove si rifugia.
Dei tanti temi accarezzati (la religione, la povertà, il capitalismo, il confronto tra la vita vissuta da chi possiede e da chi cerca di sopravvivere, l'amore, l'amicizia, la violenza) nessuna vive di un giudizio.
E questo fa vincere il film: troppo facile sarebbe stato scivolare nei pantani della retorica, sia in un senso che nell'altro, troppo facile ad esempio sarebbe stato voler fare intendere che la rinascita può avvenire dalla semplicità e dalla povertà chi non avendo niente condivide tutto o troppo facile sarebbe stato fare una critica alla nostra società.

Invece no: minuto dopo minuto, scena dopo scena, con leggeri accenni di una Augusta che pare trasportata dagli eventi come la barca sul fiume, conosciamo personaggi, situazioni, luoghi, intrecci e poi passiamo avanti.

E poi, d'un tratto il film finisce, aperto, senza voler arrivare a dirci "ecco, questo è il senso della vita".
Ben recitato, opportunamente (alleluja) sottotitolato in tutti i personaggi Brasiliani che sentiamo quindi nella loro lingua, evitando maldestri doppiaggi, il film scorre piacevole, a tratti emoziona, lascia qualcosa.
E se non è quindi, magari, un capolavoro, è pur sempre, di sicuro, un ottimo film.
Consigliato.

lunedì 22 agosto 2011

Indie Film: fenomenologia. E derivazioni.

Ieri sera, finalmente dopo anni, sono riuscito a recuperare la visione di La Mia Vita a Garden State, film del 2004, scritto e recitato da Zach Braff, che se non sapete chi è, dico solo il protagonista di Scrubs e se ancora non vi dice niente, potete saltare al prossimo post.
Leggendo dei premi ricevuti dalla colonna sonora, e vedendone la freschezza narrativa, ho ripensato ad un altro più che bel film di un paio di anni fa, quel 500 Days Of Summer (da noi uscito con 500 giorni Insieme, perdendo il delizioso riferimento al nome della protagonista).
In comune, storia (o meglio tematiche) e colonne sonore.
Nel primo film Coldplay (era il 2004) Shins, Zero 7, Iron And Wine, Nick Drake e parecchi altri.
Nel secondo originali o cover di Doves, She And Him, Wolfmother, Feist e poi Smiths e altri.
E ce ne sono parecchi: Juno per dire un grande successo.
C'è tutto un mondo.
Un mondo Sundance Film Festival, storie veloci e montate a ritmo di videoclip su brani "nostri".
Qualcuno potrebbe trovare stucchevole ma non io.
Film che raccontano i sentimenti di oggi nel mondo di oggi con le canzoni che dovrebbero, forse, essere le nostre.
Così, non ci troveremmo a essere, probabilmente, in futuro ricordati per le cose da bambini che giocano agli adolescenti (3 Metri sopra il Cielo) o adolescenti che giocano a essere adulti (Twilight) e nemmeno a adulti che fanno gli adolescenti (il mondo di Vasco Rossi, Ligabue, vecchi e seguiti da un pubblico sia vecchio che giovane a testimoniare un salto di generazione).
Dare un bacio sui National, dovrebbe succedere oggi. Ballare sui Vampire Weekend e struggersi sugli Arcade Fire, regalare cd romantici con Anna Calvi e Bon Iver.

Certo, è successo pure che per il secondo Twilight in colonna sonora ci fossero: Thom Yorke, Death Cab for Cutie, Ok Go, Grizzly Bear o Editors ma forse è stata conseguenza dei successi scritti sopra.
Insoma, tutto per dire che di belle storie raccontate con belle canzoni che-conosciamo-solo-noi e-non-chi-guarda-affianco-a-noi c'è sempre un piacevole bisogno.

Detto questo, dobbiamo segnalare un disco, che pur sempre un blog musicale state leggendo.
E allora ci ricolleghiamo a 500 Giorni Insieme, film che più Indie non si può dove protagonista è la più indie delle attrici, Zoey Deschanel, che ha pure un gruppo tutto suo e nemmeno male.
Si chiamano She and Him e questo è un bel pezzo dal Volume 2 uscito un annetto fa..



Propaganda - Stagione 2, Episodio 3

La puntata numero tre di questa stagione è stata densa di musica. Musica e novità e qualche parola nel mezzo, per presentarla e raccontarla...