Visualizzazione post con etichetta ascolti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ascolti. Mostra tutti i post

mercoledì 27 aprile 2016

Una primavera in sintesi: tutto, in breve (parte uno)

Tutto è forse dire molto, ma come ogni primavera di nuove uscite ce ne sono state parecchie.
E nonostante (prima o poi bisognerà scriverne) questa epoca d'oro della disponibilità stia mandando in frantumi tutta quella che era la percezione musicale fino ad oggi, c'è ancora da tenere aperte le orecchie per sentire e trovare qualcosa di buono.

La bella notizia è una, anzi sono due: Haelos e Lapsey.
Due esordi freschi, due dischi belli, suoni moderni.

Partiamo, per signorilità con Lapsey, al secolo Holly Lapsey Fletcher, classe 1996, che è tra le prime candidate ad un radioso futuro e che consegna alle stampe (etichetta XL) Long Way Home, dodici brani che si muovono in diverse direzioni.
Una specie di James Blake che incontra il pop, si potrebbe dire.

Perchè se colpiscono le suggestioni futuristiche (Station, che rieccheggia dell'incontro tra Blake e Bon Iver ; Painter in odore di XX, Cliff) vi è un naturale talento melodico che potrebbe portare la giovane ragazza di York anche in settori ben più redditizi, quelli del pop da classifica (Hurt Me, primo singolo, Love Is Blind).
Con la speranza di rimanere in un ambito di autoralità e qualità così elevata, più che promossa.




Discorso che vale anche per Haelos, altrettando giovane trio (due ragazzi e una ragazza) che per farla semplice, si pongono come i primi veri eredi degli XX (e di quell'attitudine uscita dal disco solista di Jamie XX).
Tempi dilatati, voci ad intrecciarsi, melodie in crescendo, non manca niente per un disco che si apre con il duo Pray / Dust, ad illuminare il tutto.
La prima è Unfinished Sympathy dei Massive Attack, aggiornata (perfettamente) ai giorni nostri, la seconda una cavalcata memorabile già pronta ad entrare tra i brani dell'anno.
Il resto è una manciata di ottimi brani (Cloud Nine) e un'impeccabile produzione a sancire una già grande band.



giovedì 11 febbraio 2016

[Ascolti] Daughter - Not To Disappear


Giusti tre anni, per i Daughter.
Per un esordio non così facile eppure capace di ammaliare un pubblico di dimensioni non indifferenti (di questi tempi) , un pubblico colpito dalla splendida voce di Elena Tonra e dalle composizione intensissime, sospese tra il minimalismo degli XX e  esplosioni post-rock.
Not To Disappear (un titolo programmatico per la band?) ricalca in linea di massima le stesse coordinate sonore.
Forse rende pure più duri i suoni, le vibrazioni si ampliano, seguendo come indicato dalla band stessa, l'esperienza live che ha portato il gruppo verso una maggiore energia anche in studio.
Come per il primo disco, una media qualitativa piuttosto alta e alcuni picchi da ricordare.
Sicuramente Numbers, non a caso primo singolo, dall'incedere poderoso; interessante la ritmica sopra le righe (ma in sottofondo) di Alone/With You e, ultima da segnalare ma non ultima, la sensuale quanto sofferta Doing The Right Thing, manifesto della sicurezza compositiva dei Daughters.
Una band giovane, ma in qualche modo nata matura.
Certo, viene da chiedersi se la strada non debba in qualche modo cambiare nel futuro, ma se questo è il disco più difficile da una band (come tutti i secondi) c'è da esserne ben contenti.



mercoledì 11 novembre 2015

[Ascolti] El Vy - Return To The Moon


Sarà, forse, l'anno dei progetti paralleli riusciti.
Spesso non più di giocosi intermezzi, dopo la positiva recensione dell'incontro tra Bat For Lashes e Toy, eccoci a parlare bene del nuovo disco dei National del fortunato incontro tra Matt Berninger (voce dei National) e Brent Knopf (Menomena, Ramona Falls) che dopo una lunga amicizia si siedono infine insieme per dare vita ad un disco.
Annunciato senza troppo sfarzo, anticipato da diversi singoli, nobilitato da un tour tra Europa ed America che (come ovvio) non ci include tra le nazioni interessate, Return To The Moon suona essenzialmente come un intenso disco autorale.
Difficile sforzarsi di togliere dalla mente il nome National (con quella voce, Matt...) anche perchè di tanto in tanto la sensazione è che la penna sia quella della band di Matt (cosa  non è No Time To Crank The Sun, specie in versione voce e piano?).
Eppure che non lo sia è chiaro: la voce filtrata e il quasi blues che piacerebbe a Eels di I'm The Man To Be, le atmosfere quasi musical/jazz di Silent My Hotel, il poderoso rock di Happiness, Missouri.
Tutti elementi distintivi di un album da rock band che suona con sicurezza lungo undici brani che hanno pochi punti deboli e che si farebbero apprezzare anche se fosse un anonimo esordio.
Così, invece, la sensazione è di un avere avuto un regalo di lusso per questo inverno in arrivo.



domenica 25 ottobre 2015

[Ascolti] Sexwitch - Sexwitch


Un disco senza pretese. Senza futuro. Senza passato, quasi un'istantanea di un pomeriggio in studio.
L'incontro tra i Toy e Natasha Khan, ben conosciuta come Bat For Lashes.
Il rock da una parte, la dolcezza pop dall'altra.
Nel loro stringersi la mano, per qualche istante, esce la creatura Sexwitch.
Che è una gustosissima mezzoretta di tribalismi.
E che merita un ascolto.

Ecco: è questo Sexwitch.
Un disco che non ha nessuna pretesa se non di divertire chi l'ha scritto e per riflesso chi ascolta, coinvolto per buona parte del disco in una serie di allucinate cover di pezzi di qualche decennio fa sospesi tra oriente ed Africa.
Lei, Natasha, diventa presenza sciamanica, urla, geme, accompagna, diventa acida, protagonista di lente performance sensuali e disturbanti.
Loro, i Toy, si spogliano delle strutture musicali e gli corrono dietro, batterie impetuose, bassi e chitarre alienanti, padroni della tecnica.
Un disco che funziona soprattutto (sono quattro su sei) nei momenti dove la velocità è più elevata: Kassidat El Hakka è il diamante da sparare a tutto volume in un club dove l'ora è tarda, l'alcolemia elevata e le luci bassissime.
Insomma il messaggio è chiaro: Sexwitch è un progetto assurdo, a volte a fuoco, leggermente a disagio nei momenti più lenti, assolutamente esperienziale in cuffia o ad alto volume.
Che si merita un ascolto.

giovedì 8 ottobre 2015

[Ascolti] Beirut - No No No


Si, in fondo è giusto premetterlo, perchè lo hanno già detto tutti: No no no è un disco riuscito a metà.
O più semplicemente, a volte poco ispirato.
Probabilmente perchè sofferto.
Dichiaramente: il periodo successivo al (buon) The Rip Tide è stato durissimo per Zach Condon, esaurito e di fronte al divorzio, magari addirittura con un collegamento tra i due eventi.
E sono passati quattro anni prima che il quasi trentenne originario del New Mexico si facesse sentire, con nove canzoni, per una mezzoretta di musica.

Però, d'altro canto, nei momenti migliori è sempre una piccola gioia sentire quel pop sbilenco, dall'accento nomade di cui Beirut è capace di essere esponente in grado di piacere ad un vasto pubblico.
Così, nel consapevole singolo che dà il titolo al disco (che potrebbe provenire da un disco del passato, senza problemi), nel soffice brio di Perth, nell'iniziale Gibiltair, si ritrova tutta quella magia, pur senza picchi degni di nota.
Certo, il calo è vistoso, in particolare nella seconda parte di disco.
Ma l'idea è questa, caro Zach: hai sofferto tanto e probabilmente pianto mille lacrime per partorire questo disco, essenzialmente per dire a te stesso "io ci sono ancora".
Ti aspettiamo, la prossima volta, per essere nuovamente trascinati da te.



mercoledì 26 agosto 2015

[Ascolti] Of Monsters And Men - Beneath The Skin


La sensazione è che del ritorno degli Of Monsters And Men non sia importato a nessuno.
Possibile essere in errore, ma quella onda travolgente (persino nel nostro paese, grazie Vodafone) che aveva portato la band (che dice di essere) islandese ad una certa celebrità ovunque, sulle note di Little Talks e con un primo, solido, disco d'esordio, fatto di pop intenso, raramente banale e potente, quell'onda si diceva, pare essersi un pò fermata, quattro anni dopo.
Potrebbe (eccome, se potrebbe) essere uno dei fenomeni dell'era dello streaming e del one hit, che trascina su e giù le band in un ottovolante dove diventa difficile crearsi un nuovo pubblico.
L'era dell'ascolto compulsivo ha portato, bisogna dirlo, ad un ascolto distratto: sentire tutto, per non sentire niente.
Al di là di questo, appare un peccato, specie in questa ormai morente stagione estiva, non avere reso il giusto onore a Beneath The Skin.
Che è, davvero, un more of the same, ma questo non può essere un motivo per non dedicare alcuni ascolti ad un nuovo piacevole disco dei ragazzi di Kevlaflik (cittadina sede dell'areoporto principale d'Islanda).
Stessa formula: due voci, cori energici, una batteria spesso possente, parecchio pop d'autore.
E quindi rimane poco da pensare se non: si fa ascoltare con piacere o meno? Eccome.
Dal singolo Crystal, con il suo incedere intenso, a cui fa da seguito ideale Wolves Without Teeth, al basso deciso che guida Slow Life verso intuizioni post-rock con qualche spruzzata dei Sigur Ros più accessibili, fino alla dolcezza di I Of The Storm, che con We Sink chiude il disco, in maniera convincente.
Se il difetto è il non avere cambiato niente, il pregio è il medesimo: nessun calo, un'altra dose di buoni brani.
Abbastanza per godersi il disco in queste settimane.


venerdì 7 agosto 2015

[Ascolti] Tame Impala - Currents



Inutile negarlo: prima di questo disco ho sempre pensato ai Tame Impala come una band leggermente sopravvalutata.
Non che siano mancati, nella ormai nutrita discografia del gruppo australiano, i picchi, ma la sensazione era di qualcosa di incompiuto, imperfetto, indeciso.
Questo prima di Currents, e questo è il motivo per cui probabilmente non piacerà a tutti, ma allo stesso tempo piacerà a più persone.
Pronti, insomma, a diventare una band da grandi palchi, ora si.
Chiaro l'intento dalla dichiarativa Let It Happen in apertura: quasi otto minuti a dispiegare una melodia killer di quelle che segnano una estate, confezionata nell'involcruo di un brano che ha le ritmiche di una marcietta chill-out, quasi uscito dalla penna del migliore Washed Out.
Elettro-psichedelia? Volendo.
Qualcosa di simile, sempre volendo, a quell'istante creativo che permise agli Mgmt di creare un disco tanto bello quanto sottovalutato come Contratulations.
Currents si compone di ben tredici brani (anche se tre sono veloci abbozzi, pur di notevole valore) e ingrana la quinta in più di una occasione: The Less I Know Better mette sotto acidi i riff dei Black Keys, 'Cause I'm a Man è la ballad perfetta della scaletta, la chiusura di New Persons, Same Old Mistakes racconta un talento melodico purissimo e termina alla grande un album coeso, a fuoco e pieno di spunti interessanti.
Soprattutto, con la capacità (dei grandi dischi) di insinuarsi lentamente sottopelle, ascolto dopo ascolto. Finchè non lo ascolti una volta di più.

lunedì 15 giugno 2015

[Ascolti] FFS - Franz Ferdinand + Sparks



In fin dei conti (un incipit assurdo, ovvio) possiamo concludere che è una bella operazione.
Un raro esempio di superband: i Franz Ferdinand, alfieri di questo ultimo decennio e tra i pochissimi sopravvissuti di quella generazione rock di inizio decennio, uniti agli Sparks, ventitrè album all'attivo in una carriera nata negli anni settanta e sempre vitale.
Forse ha funzionato, l'unione, perchè non si è trattato di personalità di varie band unite in qualcosa di nuovo.
No, FFS è quello che ci dice il nome, l'unione di due band insieme a comporre in studio.
Il suono, giustamente nel mezzo, come alla voce, ad alternarsi Kapranos e Russel Mael; per un disco divertente, frizzante, estivo, dodici tracce estremamente godibili (sedici nell'edizione deluxe del disco).
Pare che tutto sia partito da Piss Off (già sentita nelle ultime settimane e brano conclusivo); ad opera degli Sparks, da anni in cerca di una collaborazione con la band di Glasgow.
Non è difficile trovare ottimi spunti dalla scrittura congiunta: Johnny Delusional è il singolone, ma si fanno ben piacere anche le sbilenche architetture (di casa Sparks) di Dictator's Son, The Man Without a Tan, killer il ritornello di Police Enconteurs, funzionale la disco-rock di So Desu Ne e The Power's Couple, in aria di musical glam-rock che già immaginiamo fare faville dal vivo.
Dal vivo, ecco: difficile non pensare ad occasione migliore per queste due band insieme.
Il disco scivola leggero e divertente, pronto ad arricchire (senza pressioni di album proprio, specie per Kapranos e soci) e garantisce un'estate di grandi pubblici.

Un'occasione da non perdere.


sabato 23 maggio 2015

[Ascolti] Jamie XX - In Colours


Il fenomeno XX è chiaro e noto a tutti.
Se si dovessero tracciare una decina di band fondamentali in questo nuovo millennio, loro ci sarebbero.
La coerenza nel progetto musicale, un'idea ben chiara e sviluppata da un quartetto (poi trio) di giovanissimi inglesi, a costruire un disco impiantato su una base elettronica e cantato deliziosamente a due voci, un disco subito iconico, largamente utilizzato anche da media di indirizzo popolare.
Il seguito, capace di confermare e allo stesso tempo evolvere il suono (alzando il battito medio, pur mantenendone le atmosfere, questo fu il colpo più importante) ha proiettato la band nella inusuale situazione di essere una band da cameretta, da piccolo club, con un pubblico da grandi palazzetti.
Dietro alla band si muove da tempo però una figura, verosimilmente l'elemento più geniale del gruppo: Jamie Smith, in arte Jamie XX, classe 88.
Che non tarda ad affermarsi.
Prima come remixer (indimenticabile la rivisitazione di Florence And The Machine , programmatica) poi come dj in molteplici festival estivi e non (di casa anche per parecchio tempo al Fabric di Londra).
Poi nel 2011, il nostro Jamie XX inizia a mettere il proprio nome su un disco, definibile di remix ma in realtà quasi un lavoro a quattro mani con Gil-Heron Scott, riscrivendogli in pratica tutto il disco e facendolo suonare a proprio gusto.
Tutti indizi chiari, per chi scrive, di una abilità non comune e di una sensibilità musicale rara, nel coniugare più generi e distaccarsi leggermente dal suono degli XX.
La musica di Jamie è fatta di ritmiche ossessive, spezzate, campioni che si rincorrono, una generale eleganza di fondo che non la rende (quasi) mai ballabile ma pure profondamente elettronica, cadenzata, di tanto in tanto quasi un incrocio tra qualcosa di dubstep e qualcosa di hip/hop .

Ed eccoci, al 2015, con il primo, totale, album a proprio nome.
Un passo non da poco, considerando che è in registrazione anche il terzo lavoro della band principale.
Ma è la chiusura di un percorso, non a caso non mancano due tracce da un ep uscito lo scorso anno (Girl/ Sleep Sound).
E gli incroci (futuri?) non sono pochi tra le band, se Romy presta la propria voce a due brani (e Oliver ad uno), di cui Loud Places è tra i migliori di quest'anno, sorprendente nell'evolversi in un ritornello corale quanto famigliare nella melodia che emerge sul finale.
Ma non ci sono solo deviazioni della traiettoria XX: lo spettro musicale di espande non poco.
La campionatura soul di I Know There's Gonna Be (Good Times) riporta ai vinili di qualche decennio fa e colpisce l'obiettivo, così come in direzione opposta è la cupissima Gosh in apertura, facilmente assimilabile a qualcosa di industrial se non fosse per quella geniale seconda parte dove la melodia diviene base per un sintonizzatore che si trasforma quasi in un assolo di chitarra: colpo da maestro.
C'è davvero poco su cui recriminare: Obvs è uno strumentale in pieno stile del remix di Florence e regge alla grande, Hold Tight un esperimento che funziona (territorio Four Tet) e si espande benissimo, i brani già noti recitano la loro parte.
Forse, si potrebbe dire, un disco all'opposto degli XX, non troppo coeso, trabordante di idee e intuizioni, meritevole di essere compreso nelle sfumature più ampie e capace di essere apprezzato (magari per una parte) da un vasto pubblico.

Le ampie speranze, insomma, sono pienamente ripagate.
Bravo Jamie, ti aspettiamo in un tour e presto anche con gli XX.

lunedì 18 maggio 2015

[Ascolti] Mumford And Sons - Wilder Mint


Con metodica precisione, prosegue la carriera dei Mumford And Sons.
Un album, dopo tre anni il seguito, dopo altri tre anni, eccoci a Wilder Mint, in tempo per festival estivi e grandi platee.
Ancora: un esordio tutto sommato originale, vibrante, con il banjo a dipingere le melodie.
Un secondo sulla falsariga, qualcosa che si potrebbe facilmente descrivere come "more of the same", una ricetta inalterata, leggermente meno convincente per l'ovvia mancanza dell'effetto novità.
E ovviamente, il grande successo di pubblico, anche in Italia.
Il motivo per cui spesso si arrivi ai grandi numeri e palcoscenici solo in un secondo momento, con i dischi meno ispirati, è di difficile comprensione (a meno di ripiegare sulla necessità di approdare sui grandi network, mentre nell'ambiente già magari si è passati a nuove big sensation, in una sorta di cambio di testimone).

Fatto sta che per la vera regola musicale di questi anni è il terzo album quello capace di fare capire cosa potrà essere una band.
Coraggiosi, dunque i Mumford And Sons. Che rinunciano al loro tratto distintivo, il banjo, superano l'atmosfera (se si può dire) indie-folk.
E diventano rock band. Da stadio.

Fin troppo semplice arrivare a questo dato e comportarsi con pregiudizio, fin troppo facile segnalare (le evidenti) ispirazioni a cui il gruppo inglese ha guardato.
La vera domanda è la tenuta musicale, la scrittura.
E in questo senso bisogna dire che Wilder Mint non è male.
Protagonista la voce di Marcus Mumford, di rara intensità, protagoniste chitarre e di tanto in tanto (vera novità) la batteria), si apprezza lungo le tredici tracce una media qualitativa affatto scarsa.
Prendiamo l'incipit: Tompkins Square Park (ok, si, pare un inedito dei National, ok, l'abbiamo detto) è poderosa e programmatica, a chiarire che il cambio stilistico non penalizzerà l'intensità emozionale.
Believe parte con qualche brivido (di timori..) ma si scioglie in un finale che renderà felici tutti dal vivo.
Rock band, si è detto: lo conferma The Wolf, secondo singolo bravo a dimostrare che la penna della band è ancora in forma.
Se dopo si rallenta un pò è solo nei ritmi, ci si mantiene su livelli apprezzabili fino a Snake Eyes che è un altro ottimo brano (e ricorda la forza di Little Lion Man).
Buona anche la chiusura: Hot Gates è il crescendo epico, la ballata che viene facile immaginare a chiusura di un live, con il pubblico a seguirne le note.

Non male insomma, davvero.
Wilder Mint riesce (vero Editors del terzo album?) a cambiare atmosfere e suoni, pur mantenendo attitudine e buona scrittura. I Mumford and Sons sono oggi diversi, ma piaceranno allo stesso pubblico.
Forse anche a qualcuno di più.

 <

martedì 5 maggio 2015

[Ascolti] Blur - The Magic Whip


Caso strano quello dei Blur.
Una band di cui si è scritto molto: il grande ritorno, la reunion, il disco che aleggiava da anni.
Come se la band si fosse spenta, separata.
Vero, da una parte, visto che l'ultimo disco (il sottovalutato Think Thank) è datato 2003, ben dodici anni fa.
Vero anche, però che di Blur non si è mai smesso di parlare.
Damon Albarn ha pubblicato con i Gorillaz (2001, 2005, 2010) con i The Good, The Bad And the Queen (2007) e a proprio nome, con l'ottimo Everyday Robots (2014).
Coxon, poi, aggiunge i propri album solisti (2004, 2006, 2009, 2012).
E poi i Blur, a proprio nome: il primo concertone evento (2009), un singolo (Fool's Day, 2010) e un altro ancora (Under the Westway, 2012).

Insomma, diciamolo: non se n'erano mai andati.
Si erano solo allontanati, esplorato e curiosato, sperimentato (Albarn) o continuato ciò che amavano fare (Coxon).
Ma il brand Blur è troppo forte e continua ad accrescersi, l'esatto opposto della nemesi della band, quegli Oasis che guardano al passato con nostalgia e a due carriere parallele mai piene di soddisfazione.
I Blur, invece, sempre loro stessi, talentuosi, meno immediati ma vincenti sulla distanza.
Tornano con The Magic Whip, insieme di abbozzi e registrazioni, rimaste nell'aria per anni e poi finite, dodici tracce per un album che non aggiunge nemmeno tanto alla storia della band.
Non fosse che si tratta di un altro ottimo album.

Un greatest hits non programmato: il brit pop suona forte nell'apertura di Lonesome Street (potrebbe essere un estratto di Parklife) così come in I Broadcast e in un pezzo che potrebbe facilmente diventare un piccolo, innocente classico come Ong Ong.
Ma c'è anche tanto dell'Albarn solista, le ballate lente e soffuse come New World Towers o Mirrorball.
E non mancano le sperimentazioni, le imperfezioni, quel qualcosa di sghembo: Ice Cream Man e il suo incedere su una giocosa base elettronica e il lievemente tono epico di There Are Too Many of Us.

Forse, ecco, si, manca qualche brano destinato all'immortalità, una Song 2 o una Tender.
Ma c'è un altissimo livello medio, una conferma di una abilità rara nel piegare pop e rock nella propria direzione.
E la certezza di una band che, come si era scritto, non se n'era mai andata.
E' sempre stata qui.


mercoledì 22 aprile 2015

[Ascolti] I'm From Barcelona - Growing Up Is For the Trees


Arriva al quinto album l'enorme (28 elementi) collettivo svedese.
Un gruppo di cui, obiettivamente, ci si occupa troppo poco.
Si, certo è pop, semplice pop, eppure il gruppo riesce ad nobilitarne la parola: immediatezza, cori, ritornelli, melodie irresistibili: questi sono gli I'm From Barcelona.
Una band che, tra l'altro, riesce ad essere riassumibile in una parola, durante il live: festa.

E che non smette di trovare variazioni alla propria formula.
Così Growing Up For The Threes è fedelissimo al suo passato: Lucy è il brano nuovo che pure pare di avere già sentito mille volte e funziona anche alla volta mille ed uno, Gotta Come Down è la ballata lenta corale, Sirens il brano indie-pop pronto a farsi piacere nei dancefloor alternativi così come il singolo Violins, Benjamin trova il ritornello che si fa cantare al primo ascolto e che dal vivo sarà una gioia.
Nessun riempitivo, nessuna variazione, qualità come in passato: sarà poco ma per l'ennesima volta ecco uno dei dischi da ascoltare in rotazione durante l'estate.
Ascoltare, cantare, ballare...



lunedì 6 aprile 2015

[Ascolti] Sufjan Stevens - Carrie And Lowell


Che Carrie and Lowell sia uno dei dischi più importanti degli ultimi anni è chiaro praticamente a tutti.
Lo dice un dato semplice: le recensioni uscite.
Fiumi di parole, voti altissimi, paragoni altosonanti, ottima scrittura: quasi che il disco sia talmente bello da rendere necessaria una recensione che si spinga vicino, emuli la delicatezza e l'intensità del disco.
Che è banale quanto doveroso raccontare nei suoi presupposti: la morte della madre che l'aveva abbandonato da bambino, una morte che pure lacera improvvisamente il cantautore, quasi a porre fine ad una storia di cui credeva non fosse ancora scritta la parole fine.
Un senso di smarrimento e d'un tratto le sperimentazioni eclettiche di The Age of Adz scompaiono, per lasciare spazio ad un intimismo autorale che ci ricorda si, Illinois, ma con un grado maggiore di anima dentro.
La sensazione, ascolto dopo ascolto, recensione dopo recensione, è che Carrie and Lowell sia un disco scritto per sè, una versione in musica di un dolore portato per anni ed esploso di colpo.
Non c'è il sorridente Sufjan Stevens, nell'indimenticabile concerto a Ferrara di qualche anno fa, che chiudeva festoso un concerto colorato e vibrante.
C'è l'anima.
Qualcosa di simile all'intensità di Bon Iver, chiuso solo, in montagna, a inventarsi For Emma, Forever Ago, a schiudere un amore in note e parole in un disco.
Ed è difficile, sinceramente, parlare di un brano unico: spicca quasi tutto, in un album sommesso eppure intenso, picchi emotivi di una montagna russa lunga quarantaquattro minuti di riflessioni sulla vita e (soprattutto) sulla morte.
Note di chitarra, di piano, qualche coro in aiuto, un disco quasi lo-fi, uno straordinario talento melodico per un disco che finirà in tutte le classifiche (intelligenti) di fine anno.
L'arte più pura, insomma, un film in bianco e nero in un'epoca dove spesso sono gli effetti speciali a dominare, questo è Carrie And Lowell.


venerdì 27 marzo 2015

[Ascolti] Will Butler - Policy


Queste sono le cose che mettono in crisi ogni fan.
Per chi scrive gli Arcade Fire sono, indiscutibilmente tra i più importanti gruppi di questi millennio appena iniziato, nonchè una delle rarissime band capaci di unire critica e pubblico in un percorso musicale vario, personale e di altissimo livello.
Un gruppo, unito (ricordiamo il dolorosissimo ed emozionale Funeral ad inizio carriera).
E poi, qualche mese fa, esce la notizia: l'album solista di Will Butler.
Che, a dirla tutta, chiunque ha pensato: ma è il cantante? No, quello è Win.
Will è il fratello, polistrumentista della band, che si divide tra tamburi, tastiere e quant'altro sul palco.
Esatto, quello che gira con il tamburello e salta come un forsennato.
E che pure non è nuovissimo a lavori discografici, non fosse altro per la nomination all'Oscar per la colonna sonora di Her composta con Owen Pallett (altro nome che chi segue gli Arcade Fire conosce bene).
Ma un disco solista? Si.
Otto tracce, ventisette minuti (grazie al cielo) per un disco che è tanto "dimenticabile" quanto piacevolissimo.
Che vuol dire che non si prende un secondo libero, getta otto tracce a ritmo mediamente alto, divertenti e caciarone, per un disco che non sarà in nessuna classifica di fine anno, ma rischia di accompagnare parecchi viaggi.
Chiarissima la divisione: sei brani veloci, due lenti, di cui uno mediamente ben riuscito (Finish What I Started, in odore di anni sessanta, che a dispetto di una voce non indimentabile è piuttosto carina) e uno meno (Sing To Me).
Per il resto tanto divertimento: Anna è il singolone (elettro-pop che pare uscito da certi anni ottanta scanzonati) ma non ci annoia in tutto il resto: Son Of God suona Arcade Fire in un bel ritornello sospeso tra cori e voce principale, Something's Coming e What I Want sembrano, in particolare l'ultima, usciti da un (bel) album di Graham Coxon, Take My Side in apertura e Witness in chiusura sono più vicini agli anni settanta e si fanno cantare volentieri.
Tanta varietà, poche tracce e un suono divertito che guarda a modelli nuovi ad ogni brano.
Una piacevolissima sorpresa, insomma.


martedì 24 marzo 2015

[Ascolti] Tobias Jesso Jr - Goon



Goon ha diverse traduzioni, è una parola di strada.
Può voler dire goffo, scagnozzo, poco intelligente.
Non è un complimento, insomma.
Difficile sapere se Tobias Jesso Junior si veda così, ma possibile, lui che viene da una storia cinematografica e difficile: un trasloco (Vancouver, Canada verso Los Angeles, America) un incidente (il suo),  il ritorno a casa, la malattia della madre e un pianoforte trovato in casa in cui iniziare per caso a comporre qualcosa (lui che è chitarrista e non ha mai cantato, solo scritto).
Però ci può stare, per chi quel trasloco l'ha fatto sette anni fa e arriva solo ora al primo disco.
Sette anni, quando ne hai poco più di venti, possono essere quelli che ti portano dal giovane sognatore al rancoroso adulto.

Non per Tobias.
Che convoglia emozioni, sogni e racconti di questi anni in qualche demo e a cui la ruota gira, con la mano di diversi produttori "grossi" dietro e un hype sempre più rumoroso a annunciare il primo disco.
Hype giustificato, per il classico album che magari non dice niente di nuovo, ma quello che dice, è fatto alla grande.

Voce e pianoforte, in primis.
Qualche strumento ad ampliare lo spettro sonoro.
Ma fondamentalmente una prestazione autorale già matura, un disco sparso verso gli anni settanta di una California con il vento in faccia, una sottile malinconia (la splendida ballata di un amore perduto di How Could You Babe), qualche momento più vivace (For You) per un disco capace di mantenere un livello altissimo lungo tutte e dodici le tracce di cui si compone.

Scontato dirlo ma vero: Goon suona come un piccolo classico, un disco assolutamente capace di lanciare un carriera e regalare una gran bella ora di musica.
Con quella sensazione di avere trovato qualcuno capace di distinguersi nel prossimo futuro.


sabato 7 febbraio 2015

[Ascolti] Emmy The Great - S (Ep)


Quando si incontra un artista durante un viaggio, ci si affeziona.
Se poi l'incontro con Emmy The Great è stato in un bel locale di Glasgow, ancora di più: una delle più belle città dove ascoltare musica al mondo, probabilmente.
E di Emmy non avevamo notizie da quattro anni, da quel Virtue che ne confermava tutti i buoni risultati dell'esordio, consegnandoci una cantautrice giovane e di talento.
Così è piacevolissima la sorpresa di questo inizio 2015, con questo S, quattro tracce, ad anticipare verosimilmente un nuovo album.
Soprattutto un signor EP: Swimming Pool è il singolo, con alla voce l'aiuto nientemeno che Tom Fleming dei The Wild Beast, ad impreziosire una piccola perla pop dall'atmosfera sognante.
Ma non è tutto qui: Social Halo sembra un pò (a causa di un campione in sottofondo) un (bel) pezzo di Moby, di quei lenti alla Natural Blues e si apre splendidamente nel mezzo, Social Planet è invece il pezzo più radiofonico, quasi accattivante e infine la delicata Somerset, zuccherosa quanto riuscita a chiudere un ottimo mini disco.
La sensazione è che in questo pugno di tracce ci sia già un ulteriore salto di qualità rispetto ai due album precedenti della nostra Emmy.
Se queste sono le premesse per un disco intero, l'aspettativa diventa più elevata di quanto si potesse immaginare.




lunedì 2 febbraio 2015

[Ascolti] Belle And Sebastian - Girls In Pacetime Want To Dance


Un outing diretto, chiaro e netto: in linea di massima al sottoscritto i Belle And Sebastian non piacciono particolarmente.
Piacevoli per un brano o poco più, sulla lunga distanza mi sono sempre risultati più o meno indigesti, poco espressivi, troppo legati ad una estetica musicale incapace di risultare attraente, pur riconoscendone le indubbie capacità compositive.
Forse per questo (o più probabilmente per il cambio di sound) questo nono disco in studio, programmatico già dal titolo, proprio questo che ha ricevuto valutazioni più modeste che in passato, mi è discretamente piaciuto.
Perchè questa volta la band di Glasgow ha voluto far divertire e quasi (anzi si, dai, diciamolo) ballare.
Così, al netto di qualche brano perfettamente ascrivile alla discografia classica (Ever Had a Little Faith?, uno di quei brani che i Belle And Sebastian continuano a scrivere da anni con buoni risultati) si fa piacere tutta quella scanzonata serie di brani in cui l'atmosfera è quasi da pista da ballo.
Anni novanta per The Party Line, anni ottanta per The Power of Three, pura disco music (riuscita) in Enter Silvia Plath, le divertenti percussioni di Perfect Couples: almeno metà disco avanza allegro e fa scivolare bene anche gli episodi più classici come la traccia d'apertura Nobody's Empire per un disco nel complesso più che godibile.
Piccola chicca, la lunga (oltre sette minuti) Play For Today che con i suoi cori nel finale si presta ad essere uno dei dischi chiave per una corsa all'aperto nella prossima primavera.
In conclusione il disco giusto da fare ascoltare a qualcuno che non ha mai amato i Belle And Sebastian: potrebbe essere la volta buona per cambiare idea.

martedì 13 gennaio 2015

[Ascolti] Benjamine Clementine - At Least For Now



Non ci voleva un genio.
Il primo ascolto di Cornestone, dall'omonimo Ep, raccontava già (quasi) tutto di Benjamine Clementine.
Ne raccontava l'intensità, la forza, quella capacità di trasmettere qualcosa di emozionante. Magari imperfetto, da smussare, ma sicuramente emozionante.
Inserito da subito nel radar, nonostante lo strano silenzio della rete, siamo oggi, nei primi giorni del 2015, a raccontare la storia del primo grande disco di quest'anno.
La storia del ventiseienne sospeso tra l'Inghilterra natia e la Parigi dove per diversi anni ha vissuto senza casa è racchiusa in undici tracce che mantengono tutte le premesse di una vita nomade e non facile, una storia che probabilmente solo per una casualità (un amico che ci crede, un agente dall'occhio lungo) arriva oggi ad una grande distribuzione e ad un verosimile grande futuro.
At Least For Now si configura come un disco quasi acustico, in gran parte dominato da voce e pianoforte e un'intelligente produzione che aggiunge, quà e là, alcuni arrangiamenti aggiuntivi, senza eccessi.
E brilla.
Brilla tutta la parte energica del disco, come il primo estratto Nemesis a cui si affiancano idealmente Adios (e l'intensissimo finale) e le già note Condolence e London, quasi metà disco dove il nostro stampa una serie di gemme per cui parecchi autori più note pagherebbero volentieri.
Ma non finisce qui: l'apertura doppia di Winston Churchill Boy (archi e note di pianoforte in uno splendido crescendo) e Then I Heard A Bachelor's Cry, portano subito l'atmosfera in un territorio da jazz club parigino e fanno un pò pensare a Anthony Hegarts.
Non mancano la già citata Cornestone e un piccolo intermezzo  (Se Clementine on Tea And Croissant) che ha il sapore del canto di strada.
Ma su quella strada, su quelle metropolitane, per terra, Benjamine Clementine è destinato a non tornare più.
Perchè il disco conferma un talento compositivo cristallino: come detto a maggio, c'è tutto un luminoso futuro davanti.

giovedì 8 gennaio 2015

[Ascolti] Lily & Madeleine - Fumes


Cresciute, di poco. Un annetto è passato da quando su queste pagine si recensiva l'omonimo disco di esordio delle due (giovanissime) sorelline Jurkiewicz.
Un esordio che non ha fatto così tanto clamore ma capace di ergersi dalla media per la buonissima qualità compositiva e supportato da chi scrive come per chiunque appaia giovane e di buon potenziale per il futuro.
A pensarlo è anche nientemeno che Sufjan Stevens, che pubblica per la seconda volta il disco delle due ragazze.
Com'è allora Fumes?
Cresciuto, di poco.
Mantiene la stessa ricetta originale (folk armonico, ritmi dilatati, due voci diverse ad intrecciarsi) aggiunge qualche elemento che non cambia il gusto ma lo impreziosisce con garbo (qualche chitarra elettrica, le aperture pop di Cabin Fever e Rabbit) e in alcune occasioni centra il bersaglio (Fumes, che dà il titolo al disco e The Wolf Of The Street, ad esempio).
Così, se al primo disco si scriveva di qualcosa di non nuovo e pure gustoso, anche questo inverno pare che le ragazze dell'Indiana siano state in grado di lasciare su disco un buon pugno di canzoni perfette per questa fredda stagione.
Da mantenere nel radar, con l'augurio di un ulteriore salto di qualità al prossimo disco.


venerdì 19 dicembre 2014

[Ascolti] Tv on the Radio - Seeds


Non ho nessun problema a dire di non avere mai digerito fino in fondo i Tv On the Radio.
Destino condiviso con tutta una serie di band provenienti (è un caso s'intende) dall'area di New York, dove possiamo ad esempio citare senza troppi problemi gli Animal Collective o i Grizzly Bear.
Tutte band mediamente buone, capacissime di ottimi lampi musicale, ma che alla prova di un disco o di una carriera per intero, un pò fanno dire: boh.
Così è stato un pò per curiosità che è partito l'ascolto a Seeds.
E dopo qualche giorno, quasi sottovoce, è giusto dirlo: beh non è mica male.
Accessibile, aggressivo, vivace.
Non è il disco dell'anno, ma Seeds è un disco diverso dal passato e pure di piacevole ascolto.
Ottima è già l'apertura di Quartz, che ha un solo difetto, quello di non esplodere del tutto fino in fondo.
Ed è un peccato che quel mid tempo non si scateni come meriterebbe: se il mondo fosse giusto da questo brano uscirebbe un grande remix.
Energia che non manca invece in buona parte del disco: dal singolo Happy Idiot (un pò paraculo, giusto dirlo) alle schitarrate di Winter e Lazerray.
E che comunque piazza una buona sequenza di bei brani: Careful You (un pò anni ottanta) la ballatona Trouble sono solo esempi di una buona ispirazione generale per un disco che si muove distintamente lungo diversi territori con un approccio molto più pop rispetto al passato.

Segnati dalla morte di Gerard Smith, bassista, nel 2011, la sensazione è di un disco celebrativo ma non di chiusura: un evento traumatico ed un percorso che ha portato ad una maggiore voglia di immediatezza, di amore per la propria musica.
E forse è questo il diverso al passato, per cui questa volta il pollice è in alto, miei cari Tv On The Radio.

Propaganda - Stagione 2, Episodio 3

La puntata numero tre di questa stagione è stata densa di musica. Musica e novità e qualche parola nel mezzo, per presentarla e raccontarla...