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lunedì 9 luglio 2018

[Live Report] Tanta Robba Festival, Giorno Uno, Cremona


A volte i festival, i concerti, le serate che dedichiamo alla musica sono attesi per mesi, date iconiche segnate in rosso in un calendario già ben nutrito di eventi.
A volte, invece, la situazione si ribalta: hai una sera libera, magari solo quella ed hai voglia di musica.
Sei affamato, la brami, la cerchi e questo ti porta a trovare una piccola data, di una piccola città di un piccolo festival.
Che poi "Tanta Robba Festival" così piccolo non è, soprattutto si configura con chiarezza come l'idea di un piccolo festival (dura tre giorni) ad entrata gratuita (e il pubblico è quello delle ferie di paese) con la piacevole varianza tra due palchi che funzionano più o meno a scalette scaglionate con qualche sovrapposizione, orientate in senso opposto in modo da non contrastarsi.
Infine, la sensazione è di una programmazione artistica che si avvicina al nazional/popolare/giovanile ma che nasconde il desiderio di una certa "indiependenza".
E questo infatti è il motivo che ci porta qui: il posto non è lontano, si presta ad una gita, non c'è costo e ci sono due artisti e mezzo che ci interessano.

Così, in un bel parco naturale ai confini della città, tra bancarelle del cibo ben più buone di ritrovi molto più blasonati in questa estate musicale, il primo live che ci interessava era quello dei Santii. (5).

I Santii sono la seconda vita artistica dei M+A, progetto di respiro più che internazionale che qualche anno fa, incrociato in un Home Festival, sotto ad un caldo tendone ci aveva regalato una bellissima impressione di musica da ballare, costruita in maniera intelligente e di un live set in grado di regalare sorrisi e soddisfazioni.
Ricordi passati: la nuova vita del progetto al momento, al netto della bella postazione con quattro lati di led ad avvolgere i suoni, è fatta di brani esili, di pop di stampo europeo, soprattutto di stampino, tra il pop danzato ed il rap. Dal vivo, quasi tutto campionato tranne le voci, una presenza scenica impalpabile e un entusiasmo adatto ad un pubblico under 16. Che pure questa sera c'è, per un trapper che apparirà nelle ore successive, ma non si scalda, a ragione, per qualcosa di così esile come questo live, che delude non poco.
Dal party dance di stampo europeo ai cd da autogrill di qualche anno fa il passo non è lungo, ma pare ben riuscito: risposta di pubblico e critica vedremo, ma per il momento il pollice è basso.

Per fortuna poi appaiono i Coma_Cose (7,5): il duo di Milano sta facendo parlare di sè da mesi, con una specie di rap pieno di influenze, militante milanese e del mondo di oggi e capace di sfornare almeno alcuni brani (il disco deve ancora uscire) che in un mondo ideale sarebbero la colonna sonora di questa estate .

Loro si, una vera band, batteria dal vivo, intesa sul palco, brani capaci di piazzarsi in mente e un pubblico sempre più coinvolto, con una Post Concerto già cantata a memoria da parecchi.
Certo, hanno 7-8 brani in canna e una cover (Sangue Misto), per cui appare disorientante che nel loro picco, ripartano poi rifacendo un paio di brani già sentiti all'inizio.
Ma sono una band in qualche modo già più grande della loro discografia e ci sta: ma ci sono piaciuti non poco.

Si era detto due artisti e mezzo perchè nel "preparare" la serata avevamo trovato, in opposizione a quel trapper da under 16, sull'altro palco, programmata Joan Thiele (6 e 1/2) graziosa ragazza che secondo le biografia pare essere partita da Youtube, passata per un successo da radio / televisione e poi, all'improvviso (qui entriamo nella storia) essere ripassata per sue origini (la Colombia del padre) e presentarsi ora, davanti ad un piccolo pubblico, sola sul palco a presentare il proprio disco "Tango".
E' un pop (fin troppo) accessibile ma di qualità: l'idea è che sotto una sensibilità personale e artistica non indifferente ci sia una certa urgenza di rimanere accessibile, quando pure ci sarebbe di più.
Ad esempio, una bella "Underwater" di voce e tastiera, su disco è molto più radio friendly, eppure il senso melodico e una musicalità di qualità sotto ci sono.

L'augurio è che in futuro possa spogliarsi di tutto: un disco voce, chitarra, piano e sussulti sonori latini potrebbe davvero essere piacevole.

In conclusione, in una Italia un pò alla deriva musicale, divisa tra mille artisti a fare la stessa cosa e il mondo rap/trap a trainare le vendite, è stato interessante vedere e sentire altri suoni, altre proposte.
La sensazione è i futuri big dentro ci siano (Coma_Cose) e soprattutto complimenti a chi ha saputo creare un piccolo festival con un'anima ben più grande della piccola festa di paese.
Chissà se il cartellone dei prossimi anni riuscirà a convincerci a tornare...

giovedì 14 giugno 2018

[Live Report] Lcd Soundsystem @ Ferrara Sotto le Stelle



Sono passati tanti anni, davvero tanti.
Era il periodo in cui iniziavo a correre con uno dei primi Ipod.
La Nike aveva creato questo piccolo sensore, costo ventinove euro, che inserito nella scarpa restituiva tutti i dati sulla propria attività.
Aveva anche chiesto ad un nascente James Murphy, conosciuto come Lcd Soundsystem, di creare una colonna sonora per una corsa.
Lui aveva prodotto 45:33, dal minutaggio della traccia, una specie di suite in varie parti che accompagnava riscaldamento, corsa e defaticamento.
Fu persino criticato, Murphy: venduto, gli dissero.
Che pure fosse un esperimento di grande qualità e che nascondesse i semi del successivo album, Sound Of Silver (Someone Great, ad esempio) passò inosservato.

Ma quel momento, quelli di poco precedenti e quelli di poco successivi sono esattamente il centro della vicenda di Lcd Soundsystem, tornato otto anni dopo in Piazza Castello.
E' raro che una band che fa “ballare” sia tanto politica.
Ma il progetto sonoro di Murphy in qualche modo stride con la sua essenza interiore.
Ora, otto anni dopo, lo scioglimento dopo quel tour, l'incredibile serata di addio, la lunga pausa e lo strepitoso ritorno con American Dream raccontano il percorso umano di una persona destinata a lasciare il segno su un inizio di millennio.
E per quanto molti fossero dentro alla piazza per i bassi, la batteria, le note veloci di piano di All My Friends, scontata quanto perfetta chiusura, l'essenza stessa della piazza sapeva che la serata era il concerto di un autore, di più, di un uomo.

Il concerto di Ferrara, visto per una qualche fortuna da molto vicino è stata la celebrazione incerta e potente di qualcosa di interiore.
Di una band che ti fa ballare con un brano, You Wanted A Hit, che recita: “volevi una hit / ma forse non facciamo hit”.
Di un uomo che non ha una voce o un fisico da frontman, che pare dire la prima cosa che gli salta in mente perchè la sua dimensione naturale è quella della composizione in studio, lontano da un palco.
Che schiva l'essere divo proteggendosi con la band, un bicchiere di vino, una pausa al bagno.
Ti trasmette fragilità mentre ti fa ballare.
Ti trasmette tristezza mentre urla.
Ti trasmette emozione mentre si lascia andare, si avvicina al pubblico, sale sulle casse, si espone lasciandosi trascinare dall'interiorità, spogliandosi un attimo dalla goffagine, dal calore, dal magma sonoro prodotto.

In questo senso non c'è diversità da quei brani in cui il cantante, andiamo sul facile, Thom Yorke, va al piano e suona solo, con il proprio pubblico, nudo e fragile.
Pure se qui sul palco di persone ce ne sono sette o otto, tra torri di cavi, batterie, tastiere, microfoni, tutto vibra senza eccessiva perfezione tecnica, ma senza che questo sia importante.

E' tutto nell'essere generazionale: Murphy ha inventato un suono, ha suonato musica elettronica e composto ballate, si è avvicinato a Bowie, si è immerso negli anni ottanta o settanta, ha deciso di spegnere il progetto quando non lo ha sentito più vitale (o è semplicemente rimasto sopraffatto dalla grandezza che aveva preso) e poi lo ha rianimato, attuale quanto derivativo, personale quanto debitore.

Spesso, la musica che fa danzare non ha un contenuto politico o personale.
Eppure, la sensazione è che per molti, in quella piazza, i brani significassero qualcosa di più del divertimento.
Così, nonostante o forse grazie ad una scaletta assolutamente non scontata, non banale, non vicina ai gusti del pubblico ma concentrata sul proprio progetto, la gente era felice.
Ballava, si spingeva poco, saltava con gli altri, si sorrideva, viveva assieme il rito, con pochi giovanissimi, è vero, perchè questi tempi hanno altri suoni, ma con un fuoco sparigliato tra i venti ed i quaranta, quarantacinque anni, con la testa lontana dai vicini temporali, scacciati come per miracolo, piace pensare, dalla bellezza stessa di una piazza magica, chiusa, che avvolge come un guanto, il palco davanti, il castello dietro in queste sere che capitano, a Ferrara, d'estate.

Io, sul palco, non ho sempre visto in James Murphy la gioia di vivere e di suonare.
Io, da vicino, ho letto fragilità, fatica, esaltazione e paura, ho letto distacco e concentrazione, mestiere e estasi sonora, ho percepito la sofferenza dell'essere e la voglia di rispondere alle sfide della vita.
Come se questa seconda vita fosse migliore della precedente, come se Lcd Soundystem, otto anni fa, fosse un treno in corsa di un musicista e Lcd Soundsystem, oggi, sia invece la propria risposta a sé stesso.
You Wanted a Hit, inizia, dicendo che non le scrive le hit.
All My Friends, finisce, nutrendosi di questa energia per andare avanti, lasciandoci felici, colpiti, con la polvere sotto i piedi di una piazza che ha ascoltato un concerto non sempre perfetto e proprio per questo, profondamente importante.



mercoledì 21 febbraio 2018

[Live Report] Vok @ Covo, Bologna



Ogni appassionato di musica, ognuno di noi matti che continuano a divorare dischi, suoni, letture, che ancora si immergono in passioni devastanti, ognuna di noi persone che vivono piccole storie d'amore tra sè stessi e un disco, una band, una canzone, hanno dei momenti speciali.
La storia tra me e i Vok è a triplici o quadruple angolazioni: un disco piaciuto, l'interesse a provare a farli suonare dal vivo io in Italia (fallito) una data che poi arriva sotto casa mesi dopo, la possibilità di intervistare la band, o meglio la cantante, nel camerino del Covo (che è una specie di simbolo per chi, come me, al Covo ci è cresciuto) e poi sotto il palco, in un anonimo lunedì, con un cinquanta o forse settanta persone venute apposta per vedere questa piccola band, nata da poco, due Ep, un primo (bel) disco datato 2017, un pugno di belle canzoni che si muovono su un dream pop sognante, vicino ora agli XX, ora ai Portishead.
Un live carico di attese, con il pensiero di una band comunque giovanissima e che invece ti suona direi 15 canzoni, con precisione e potenza, una scaletta che si permette di partire a mille e di rallentare raramente.

Beh, allora forse più che una storia d'amore (che nasconde spesso una esagerata visione dell'altro) era stato un occhio clinico ad una band che merita già ora un pubblico più ampio, che se saprà mantenere la bella scrittura, il grande approccio live e quella capacità di suonare trip-hop ma contaminandolo con tutto quello che succede oggi, con una band che è si islandese, ma anche inglese, tedesca, americana, forse allora tra qualche anno non saremo più settanta, ma settecento.
Non dico di più, ma se c'è da innamorarsi di piccole realtà, allora una di queste, nel 2018, sono i Vok.

Per dirci di più, lo facciamo tra una settimana circa, ne parliamo con la cantante, su Propaganda, giovedì 1 Marzo, su Web Radio Giardino.



lunedì 16 ottobre 2017

[Live Report] Dear Reader @ Clandestino, Faenza


Il Clandestino, a Faenza, è un posto strano.

Da fuori, pare un bar. Un lungo tavolo, sulla sinistra, ne suggerisce chiaramente l'impronta di luogo per bere, con un certo gusto.
Sulla destra però, una piccola sala ("ristorante") una cucina (definibile acquario, totalmente di vetro trasparente) e una zona live con palco piccolo ma curato fanno pensare a qualcosa di più: un luogo, ecco.
La sala biliardo, a fondo sala, il bagno a cui si accede da una specie di porta finestra e la rampa di scale che porta ad una intima zona sopra elevata e che passa incurante tra la fine dell'acquario e il palco, fanno pensare a sei o sette pezzi, dal design in parte pure diverso tra loro, incastonati tra loro, che creano un qualcosa di nuovo.
Funziona però: certo, se chiedi qualcosa sul concerto, ti rispondono di chiedere alla persona che organizza la parte artistica, e se la cerchi dal vivo scopri che è quella signora che sta cucinando per tutti e che con fare vagamente burbero ti dice che se vuoi fare due chiacchere con la cantante del gruppo, puoi andarci, mica è di sua proprietà.
Sembra un luogo comunista, in sostanza, degli anni ottanta, di gusto ma non elegante, dove mangi bene anche se non sembra, dove c'è qualità in cocktail ed alcolici, ma la clientela è più quella del bar del centro di Faenza.
Fatto sta che, siamo qui, in questa allegra città, per chiudere un cerchio, aperto da otto anni, da una incantevole apertura datata 2009, al Covo di Bologna, prima di Get Well Soon, chiamata Dear Reader.
Una volta progetto a due, ora in sostanza solista di Cherilyn Macneil, una ragazza piuttosto dolce ed intensa, letteraria in un qualche modo, che viene dal Sud Africa, vive a Berlino e gira in un tour con una batterista russa, una tastierista americana e un violinista della Sardegna: cose che solo la musica può regalare, è una certezza.


E insomma, visto che Dear Reader, in fondo, avevo provato a farla suonare io, a Ferrara, senza riuscirci, e che siamo venuti in contatto via mail, ci vado, al "ristorante" a disturbare questa Cherilyn per farci due chiacchere.
Un quarto d'ora è troppo da riportare parola per parola, ma diverse sono le cose interessanti che ci siamo potuti raccontare.

In una intervista che leggevo venendo al concerto, dove ti chiedevano quanto fosse coraggioso mettersi così a nudo in una canzone, rispondevi che non lo è tanto scrivere la canzone, quanto pubblicarla e cantarla in pubblico.
E non vorrei chiederti come scrivi le canzoni, lo fanno tutti, sarebbe noioso, ma perchè scrivi una canzone, cosa ti porta, ora, oggi a scriverla.
Sai, dipende. Alcune volte, semplicemente arriva. Non so esattamente come, perchè la sto cantando, in un qualche modo arriva. 
Ma è una immagine, un sogno, una poesia?
E' qualcosa che già esiste, in un qualche modo la prendo e la faccio mia. Certo, qualche volta è qualcosa di più deliberato, quando ho scritto Rivonia avevo deciso di scrivere un album in quella maniera, di parlare di quell'argomento, mi sono seduta e ho deciso di farlo: è un'altra maniera ancora.
All'inizio è sempre qualcosa che nasce per me, non penso ad altro.
Certo, con il tempo si può provare a mettersi seduti e decidere di scrivere musica, ma è sempre qualcosa che nasce da un'esigenza, di profondo.
Non è come dire "scrivo una canzone per la radio", non è facile nemmeno decidere che tipo di musica possa uscire. Ad esempio a me piacciono anche altri generi musicali, anche musica più pesante, ad esempio, conosci i Deerhoof?
Certo!
Ecco, mi piacciono, però non è che sono in grado di decidere che tipo di musica posso scrivere, quel suono non lo potrei scrivere io.
Possiamo dire che ci sono cose che ci piacciono e cose che possiamo produrre, non sempre coincidono.
Esatto, si. In un qualche modo è come se questa fosse la mia voce unica per il mondo.

Parliamo della linea, durante questi anni di carriera, dall'esordio datato 2008 all'ultimo disco, Day Fever  e di come l'evoluzione di questo percorso sia un pò lo specchio della crescita, del diventare donna.
Questa totale onestà, questo mettersi a nudo mi fa venire in mente di chiederle che sensazione è, come ad esempio questa sera, suonare in un piccolo locale, davanti a cinquanta o cento persone, che probabilmente faticheranno a capire i testi, quanto è difficile mettersi a nudo in questo modo.
Cheryl racconta come a suo modo possa essere più semplice, ma allo stesso tempo descrive l'importanza delle parole nel percorso artistica, almeno il 50% del significato della canzone è nelle liriche e si augura che anche di fronte ad un pubblico non madrelingua possa in qualche modo trasmettersi l'energia, arrivare la sensazione di ciò che viene cantato.
Mentre ero in macchina pensavo: non voglio chiederle, come si fa sempre, con quale artista vorrebbe collaborare. Quello che ti vorrei chiedere è: qual'è l'artista con cui vorresti collaborare..ma che non ammetteresti mai? Qual'è il tuo guilty pleasure?
L'artista che quindi non ammetterei mai? 
Si, tipo Justin Timberlake.
Oddio, no! (ride).
E' troppo facile dire Bjork!
Non saprei. Da una parte mi viene in mente una passione della mia infanzia, la band Chicago. La band vecchia! Dall'altra parte... pensandoci...forse il mio guilty pleasure sarebbe cantare in un musical!
Oddio, quelle cose in cui la gente inizia a cantare da un momento all'altro, sale sul tavolo e balla, senza motivo.
Si! Il mio preferito è My Fair Lady!
Parliamo quindi della sua passione per i vecchi musical. Le racconto del mio orgoglio, lo scorso anno, nel portare mia moglie a vedere La La Land, pluripremiato e il suo totale sdegno e non apprezzamento (nemmeno Cheryl è riuscita a vederlo) e conveniamo su Chicago, raro esempio di musical in grado di piacere veramente a tutti.
Le consuete chiacchere sull'ottimo cibo italiano, che quasi ti obbliga a riempirci di cibo portano a racconti di artisti passati da queste parti con evidenti segni di apprezzamento verso la nostra cucina (non ne faremo i nomi, per preservare l'aura del grande nome).
E poi è ora del live (vabbè, arriveranno le ore 23, ma la battaglia per iniziare i concerti ad umano orario, almeno durante la settimana, è persa in partenza).
Un live che racconta una bella conferma di una ottima voce e di una proposta particolare, un cantautorato dalla buona scrittura, dagli arrangiamenti importanti e dal suono pieno che dal vivo viene reso con tutti e tre i musicisti di supporto ad aggiungere le proprie voci.
La setlist si muove con importanza verso l'ultimo disco, senza dimenticare la recente cover di Beck  a sparigliare un pò le carte, e diversi estratti dal passato, come la bellissima e forse più celebre Down Under, Mining tra le punte più preziose di un ottimo live che soffre forse solo di un pubblico un pò distratto.
Ma ci sta, è mercoledì sera, l'ingresso è gratuito e la sensazione è che sia stato un regalo apprezzato da quella piccola fetta di pubblico che era, quella sera, al Clandestino, per Dear Reader.
Un gioiellino art/pop di cui non si parla troppo ma che ha fatto veramente piacere rivedere.










sabato 2 settembre 2017

[Live Report] Home Festival - Giorno 1 - 31/8



Non è nemmeno, spero, necessario l'abusato discorso che potremmo riassumere in festival/italia/mondo. Ovvero: siamo una rara anomalia, l'unico paese forte (e non) che pure non è in grado di avere almeno una rassegna musicale, di più giorni, con più palchi, di livello internazionale, capace di richiamare qualche decina di migliaia di persone, sotto "lo stesso tetto".
No. Noi chiamiamo festival la rassegne mono concerto che si svolgono in due mesi, le due sere consecutive con headliner e gruppo spalla, spesso chiamiamo festival una giornata unica con più band.

Chi è stato all'estero, non solo nelle ridenti Inghilterra o Spagna, ma anche in Polonia, Germania, Francia, Norvegia, Islanda, ovunque, sa che invece esistono questi più o meno bellissimi non luoghi, che diventano luoghi, in grado di accontentare più gusti, più età e più generazione e fare vivere alcuni giorni consecutivi, assieme, con l'idea di musica e stare assieme.
Nei casi migliori, senza nemmeno sapere chi suonerà al momento dell'acquisto del biglietto, perchè si è appassionati e si sa che si troverà sempre qualcosa di bello.
Da un pò di tempo c'è una piccola, parziale eccezione e si chiama Home Festival.
Non è ancora quello di cui sopra, ma si legge, nelle line up, negli spazi, nei prezzi, l'idea di aumentare anno dopo anno l'offerta per diventare qualcosa di cui sopra, ovvero un Festival, con la effe maiuscola.
Avevamo già seguito l'edizione 2015, nella sua prima e più interessante giornata  e abbiamo avuto la possibilità di tornarci quest'anno.

Prima di tutto, gli spazi: Home Festival è poco fuori Treviso, una medio grande arena polverosa, con un palco centrale di livello assoluto, due tendoni coperti per i concerti di medio livello, un altro paio di tendoni fondamentalmente per dj set ed elettronica, un piccolo ma forse sottovalutato parco all'aperto e tanti ulteriori spazi da vivere: aree cibo, aree relax, piccole bancarelle, area skate, un paio di terrazze, tutto organizzato con una certa precisione: i rifiuti vi vengono quasi tolti dalla mani e messi personalmente nel bidone giusto della differenziata, il sistema dei token è umano (con possibilità di rimborso a fine serata di quelli rimasti) l'acqua è gratuita per chi vuole, i bagni presenti e c'è pure un piccolo Home Garden per chi vuole fermarsi in tenta durante il festival.
Insomma ci siamo, piacevolmente e con diversi miglioramenti logistici rispetto all'edizione 2015.

Poi c'è la musica.

Nel nostro caso, inizia nel piccolo palco Home, con I'm Not Blonde (6,5), duo milanese, matrice elettro pop, ci credono talmente tanto che finisci per crederci pure tu. Proposta in realtà musicalmente semplice ma un impatto live divertente e capace di attirare l'attenzione: sono lo studente che non prenderà mai dieci, ma vince di simpatia.
Dal palco piccolo a quello enorme che ospita, un pò in sordina, a inizio serata, i The Horrors (7,5).

La sensazione è quella di tanti gruppi con le chitarre oggi, purtroppo fuori fuoco in un'epoca che si è spostata su altri suoni, eppure, fedelissimi a sè stessi, mettono in piedi un set potente, sicuro e di gran qualità. Migliorati anche rispetto a quando li abbiamo visti all'Estragon, presentano in chiusura anche il nuovo singolo Machine, che ben figura.
Sono quello che potrebbero essere i Joy Division oggi, non se li filerà quasi nessuno, ma fanno la loro gran figura.
C'è un pò di pausa e esce quello che almeno per questa serata (ma anche le successive, da scaletta) è un difetto abbastanza chiaro nella logistica degli orari: in diversi momenti della serata ci sono band che partono in contemporanea e momenti di quasi ferma. In sostanza, rarissimi i set sfalsati, costringendo a scegliere, invece magari di godere di show parziali, che pure in queste occasioni è una scelta accettabile.
E questo porta anche a potenziali congiunture di pubblico, che si muove negli stesso orari da un palco all'altro: ieri l'affluenza non era colossale, se lo fosse stato, poteva creare disagi.
C'è comunque modo di respirare l'essenza di Demonology Hi-Fi (6)
progetto di Ninja e Max Casacci, ovvero molto dei Subsonica, che con il buon amore per la band principale, suonano davvero all'antica: jungle e bassi a profusione per un suono di metà anni novanta. Oltre al loro materiale, reinterpretano qualcosa, come Aurora Sogna e Disco Labirinto: così così, ma c'è chi balla.
Così come c'è molta gente ad attendere quelli che sono un pò gli headliner, i Duran Duran (6?).
Un paio di generazioni in ascolto, con maglietta e indole da fan a cui non interessano altro che Le Bon e soci, per una esibizione energica e compiaciuta. Il frontman pare avere ancora 40 anni, da parte di chi scrive, a parte un paio di intuizioni pop, non paiono niente di indimenticabile, ma rispettiamo il pubblico.
Siamo in crescere e arriviamo alla parte centrale della serata.

Piuttosto interessante e raffinata "l'apertura" di Godblesscomputer (7) di cui evidentemente è il caso di recuperare un pò di discografia. Chill wave di classe, ritmi un pò rallentati, una certa eleganza di fondo che fanno ben disporre e ci preparano al live più atteso della serata.
Ci sono i Soulwax (9)
nome che si poteva pensare quasi disperso e invece tornato prepotentemente in scena quest'anno con From Deewee, nato da una quasi jam session in studio e che si presenta con tre (!) batterie, macchinari e tastiere di ogni tipo.
Tanto dell'ultimo disco e una Ny Excuse a ricordare il passato, in mezzo un'ora totale di ritmi, percussioni, onde sonore, capaci di suonare tanto rock quanto elettronica.
Il miracolo tiene anche live, anzi, si accentua: potentissimi i brani, con l'innesto di Igor Calavera alla batteria e mostra un pò in giro che anche certi generi musicali si prestano bene ad un approccio live.
Sinceri applausi.

Siamo in fondo: l'Istituto Italiano di Cumbia (7) collettivo di nove artisti capitanati di Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti) porta parecchi sorrisi e balli, con la sua cumbia, qualcosa dei 99 posse più ritmici, un patchanka sonoro che ben si presta ad un festival.

E in conclusione, sarebbe tra i più attesi, ma noi li abbiamo già visti, c'è l'ultima data prima di una lunga pausa di Moderat (7), nel tendone più grande.
Questa volta li ascoltiamo con distacco, con la mente al live dei Soulwax, confermandone le qualità compositive, i bei visual ma anche una certa freddezza dove il live è quasi solo il canto e che poco aggiunge ai bei dischi prodotti in questi anni da questa fusione che è diventata quasi progetto principale.
Solo un pò freddi, ecco.


Finisce qui, la lunga giornata all'Home Festival, con le prime gocce e un cielo quasi a giorno pieno di lampi e fulmini, preludio di un maltempo, vento e pioggia che provocheranno nella prima mattinata danni tali da dover far cancellare il giorno 2 dagli organizzatori, contando di sistemare tutto in tempo per le serate di sabato e domenica.

Insomma: il bilancio non è affatto male, Home Festival.
Spaziare tra più generi (non abbiamo nè citato nè visto, ad esempio The Bloody Beetroots e Frank Carter & The Rattlesnakes), proporre più palchi e offrire spazi, logistica e "confort" di qualità non sono cosa da poco e la crescita di anno in anno fanno comprendere che l'ambizione c'è e le capacità pure.
Contiamo allora di esserci nuovamente nei prossimi anni, con il sogno di una line up sempre più vicina a quelle di livello europeo, con un pubblico che sappia crescere di pari passo e seguire l'avventura.
Diciamo ancora sottovoce, ma forse, in qualche anno, potremmo pure avere anche noi "il festival".






lunedì 10 luglio 2017

[Live Report] Sohn @ Anfiteatro del Venda

Per prima cosa: l'Anfiteatro del Venda non è un anfiteatro.
Non è uno spazio. E' un'invenzione e ne stiamo parlando in positivo.
Vai verso Padova, svolti verso le terme euganee, poi ad un certo punto inizi ad arrampicarti per cinque o sei chilometri come fosse una gita di montagna, tornanti, curve secche, strada che speri sempre più di non incontrare una macchina in senso inverso.
Il navigatore però è sicuro di sè stesso.
Trovi un ragazzo che ti dice: svolta a sinistra, arriva in fondo, gira la macchina e parcheggia nel primo posto libero, così siamo già in fila per la discesa.
Scendi dalla macchina, 3 minuti a piedi dove realizzi di essere nel niente, tra le colline venete, le viti, i paesi con le luci in sottofondo in una serata fresca.
Poi una salita ripida, le luci come fosse un festival di una volta, una baracchina con vino, birra e panini e arrivi all'Anfiteatro: ovvero una conca naturale, il palco in basso, la gente seduta attorno dove vuole, il panorama sullo sfondo.
Come sia venuto in mente non è dato saperlo, quanto funzioni bene sarà provato nel corso della serata.


Detto questo, eravamo qui per la musica, sentiamo un paio di pezzi di Santamanu, che sta chiudendo il suo set di apertura e poi ci lasciamo coinvolgere dal buon set di L I M, ovvero il progetto solista di Sofia degli Iori's Eyes. 
Che è nei dintorni della proposta di sohn, ovvero un pop elettronico e ben prodotto, con una voce che a volte è canto e a volte strumento, ritmi a volte dilatati a volte più raccolti: piacevole.

Ma siamo qui per Christopher Taylor, in arte Sohn, inglese ormai stabilito a Vienna e esponente di quel genere non bene definibile ma chiaro nato da James Blake in poi.
Nel suo caso un pò meno lavoro sulla voce, che dà l'idea di una produzione meno digitale rispetto a Blake, di melodie che spesso nascono da tastiere e pianoforte e vengono poi arricchite di elettronica intorno.
Se il primo album era pieno di ottimi brani e il secondo non è da meno, valeva la pena di vederlo dal vivo? Si e ancora si.
Perchè (quasi contrariamente alle aspettative) il live è probabilmente il live che quasi nessuno ha visto ma che meritava di non essere perso in questa estate.
Forse trecento persone hanno potuto assistere alla perfetta messa in scena dei due album (generosa la scaletta, che ha toccato gran parte della produzione discografica), in formazione a 4, con due batterie e led luminosi davanti agli strumenti, a formare un anello di suoni e luci dietro al cantante, con il consueto cappello, al centro del palco.



Una voce perfetta, lo scenario unico, un pubblico in attenta contemplazione hanno contribuito man mano a far pensare: ma perchè siamo così pochi?
Ne esce una scrittura ottimale, una band capace di fare uscire il suono al suo meglio, momenti intensissimi come Rennen / Falling, dall'ultimo album. O come la brillantezza di Lights e Lessons, dall'esordio.
Ne esce potensissima Hard Liquor, che magari su disco è solo una bella apertura ma live rimane impressa per un paio di giorni buoni.
Bassi intensi e delicatezza vocale, grande scrittura fanno emergere Sohn dalla media, era una idea maturata su disco ma la certezza è che dopo il live, chi era presente, terrà pienamente in considerazione questo ancora giovane artista.







sabato 9 luglio 2016

[Live Report] Mogwai @ Ferrara Sotto le Stelle


Per chi scrive, arrivare all'ultima data di Ferrara Sotto le Stelle senza averne calcato la piazza è in qualche modo deludente.
Un senso di mancanza, per l'estate che è (e deve essere) stagione piena di concerti e, in misura spesso maggioritaria, basta fare due passi a piedi verso il centro per vedere qualcosa di (spesso) incredibile.
Invece, quest'anno, sfortunate coincidenze lavorative hanno impedito la partecipazione a tre date (AstroFestival, Glen Hansard, Wilco + Kurt Wile) che pure avrebbero visto il loro biglietto ben presente, se possibile.
Fatto sta che il calendario recita "riposo" nell'ultima data, in qualche modo la più particolare: Mogwai play Atomic.
Ovvero, l'intera trasposizione dal vivo dell'ultimo disco-progetto della storica band di Glasgow, che negli ultimi anni ha convogliato gran parte della propria produzione artistica in colonne sonore: da Les Revenant, a The Family (serie tv Abc) a questo Atomic, film di settanta minuti, prodotto dalla Bbc scozzese, per raccontare mezzo secolo di atomica, paure e risultati di questa energia, convogliata in bombe come in progresso.
Un film di soli spezzoni reali, dalle immagini di Hiroshima ai giorni (quasi nostri) e di fatto avvolto dalla musica dei Mogwai.
Una serata esperenziale, dunque.
Il film proiettato dietro alla band, i componenti in assoluto silenzio, il disco per intero.
Sicuramente non un concerto per tutti, nemmeno se si parla di post rock.
Ma la forza dei brani, l'atmosfera del concerto e l'impatto di alcune scene non ha fatto mancare alcuni brividi.
O meglio, qualche momento di angoscia.
Perfetta quindi la colonna sonora: dall'inquietudine quasi elettronica di U-235 alla fragorosa apertura orchestrale di Ether (che paiono i Sigur Ros di Takk, senza Jonsi) all'indiscutibile bellezza di Fat Man, fragorosa ed indovinatissima chiusura del documentario e del concerto.
Senza una parola di più, avvolti dalle distorsioni, lasciano il palco i Mogwai.
Qualcosa di strano? Si, certo. Qualcosa da vedere? Altrettanto.


Ascolta Ether

martedì 16 febbraio 2016

[Live Report] Massive Attack + Young Fathers @ Teatro Geox, Padova


Ci sono band che non possono essere come altre.
Seminali, di culto, imprescindibili.
Così sono i Massive Attack, al primo album (addirittura) nel 1991 ma in grado di sembrare ancora oggi nuovi, poderosi. Immancabili.
Forse il fatto è anche un altro: solo cinque album, in questi oltre venticinque anni di carriera.
Qualche Ep, collaborazioni, colonne sonore. Ma solo cinque album.
Un nuovo Ep, poche settimane fa, Ritual Spirit, in grado verosimilmente di tracciare il nuovo doppio binario che il collettivo di Bristol intende intraprendere: cupo ed ossessivo (Dead Editors e Voodoo In My Blood) e profondamente classico, in termini della band (Ritual Spirit e Take It There, con alla voce  nientemeno che Tricky).
Un tour di rodaggio, quindi, per qualche pezzo nuovo e per anticipare il presumibile non lontano ritorno.

Ma l'Ep contiene un'altra collaborazione, con gli Young Fathers, che abbiamo il piacere di vedere dal vivo, alle puntualissime otto di sera di questa domenica sera, in un Teatro Geox pieno al sold-out già da qualche tempo.
Tre ragazzi (quattro sul palco) non proprio sconosciuti (Mercury Prize nel 2014) che propongono quello che più può suonare oggi come un disco negro nel termine migliore: profondo, oscuro, rappato, con una batteria ossessiva e ripetitiva, tre voce ad incrociarsi e poi dividersi senza soluzione di continuità. Un collettivo.
Che sia qualcosa di buono sul disco è chiaro, che dal vivo possano essere pure meglio è una sorpresa, piacevole sorpresa, perchè ci fanno un figurone. Da seguire.



Ore nove e quindici (grazie Geox, per averci regalato umani orari) entrano sul palco loro, i Massive Attack.
O meglio, una decina di persone, due batterie, basso, chitarra, tastiere, effetti digitali e una sezione voci che si permetterà di aggiungere ai membri fondatori 3d e Daddy G anche Martina Topley Bird, Horace Andy, Deborah Miller, Azekel e gli stessi Young Fathers nel finale.
Ne segue un continuo alternarsi di voci, sensazioni, suoni.
Che sono per quarti gloriose note che emoziona sentire dal vivo e per un quarto nuove suggestioni che non promettono niente di rassicurante.


Intendiamoci, non in termini di qualità. Ma di cupezza.
E arriviamo al vero elemento del concerto, che se già in passato era politico ed attuale, in questo tour sembra davvero militante.
Nei video dietro ai brani scorrono infatti fiumi di parole, titoli di giornali, numeri, statistiche.
Foto, video. Tra il tanto dell'oggi (si arriva fino a Genesi, ucciso in Egitto) c'è soprattutto spazio per la tragedia Siriana, con un indirizzo finale che porta alla pagina della band su una organizzazione per i rifugiati .

E l'effetto è straniante, inutile negarlo.
La bellezza della musica e la straziante tragedia scorrono assieme, con gli occhi a dividersi l'attenzione.
Inutile raccontare così la scaletta (si, c'erano Teardrop, Angel, Inertia Creeps, Safe From Harm, i pezzi nuovi, tutto a posto) o il suono (potentissimo, attualissimo) o il contatto con il pubblico (assente).




Ecco, sono i Massive Attack, il collettivo Massive Attack, sceso in tour a raccontarci grande musica e grandi tragedia.
A volte la musica sceglie di essere militante, di disfarsi del suo essere sottofondo e farsi doppiamente protagonista.
Pollice in alto, altissimo.




Propaganda - Stagione 2, Episodio 3

La puntata numero tre di questa stagione è stata densa di musica. Musica e novità e qualche parola nel mezzo, per presentarla e raccontarla...