Ascolti: Mumford And Sons - Babel


Tre anni fa succedeva qualcosa che ormai è un evento raro: con un solo disco una band all'esordio diventava una band da stadio o quasi.
Rarissimo infatti vedere un disco folk di un gruppo sconosciuto essere recensito in maniera spesso entusiastica e vedere il seguito crescere di mese in mese.
Sigh no More era un disco in realtà non perfetto ma con una grandissima carica evocativa: la voce di Marcus Mumford, i potenti crescendo di alcuni brani, il suono distintivo (non originale ma il folk non necessita di rinnovamento come altri generi che fanno della sperimentazione la propria crescita).
Qualcosa di strano, si diceva, perchè se succede che pure in Italia (questa estate) questa estate il gruppo inglese abbia centrato due ampi sold out senza avere ancora fatto uscire il disco nuovo, in una sorta di tour di preparazione, allora davvero c'è un interesse che non è più quello della solita nicchia più o meno allargata.
Insomma, i Mumford And Sons sono ormai un fenomeno trasversale e mainstream.
Arriviamo a Babel, dunque.

Di Babel ho letto abbastanza in giro, tanto per farmi un'idea.
Sono tutte o molte pesantemente negative.
Eppure Babel farà ampliare ulteriormente le quote di fan della band.
Quindi arriviamo al dunque, scrivendo direttamente a Mumford e soci.
Cari ragazzi, il vostro disco non è così pessimo come scrivono o scriveranno quelli della critica specializzata. Ma non è nemmeno così bello come vi diranno i vostri fan.
Per un solo e semplice motivo: raramente mi è capitato di sentire un disco che si ripete con così grande meticolosità.
Se già il primo disco non era campione di varietà, qui sembra che in studio il gruppo si sia detto: "come possiamo ripetere The Cave o ancora meglio Little Lion Man?
E quindi ecco qui, Babel nella sua semplicità.
Una serie di (non sempre brutti) pezzi con una introduzione più o meno elaborata, il già temutissimo momento banjo che arriva in sottofondo, un ritornello di stampo epico, un momento poco prima del finale del brano in cui si accresce ulteriormente il pathos e via così.
Ma non è di struttura che parlo, è proprio di suoni.
Davvero, la chitarra suona spesso le stesse note, la voce mantiene la stessa impostazione, la batteria quella velocità, il banjo arriva in scena in quel preciso momento.

Così Babel, perchè i Mumford And Sons i pezzi li sanno scrivere eccome, è quel disco che ne senti un singolo in radio/youtube/dovunque si ascoltino i dischi oggi e ti esalti tantissimo, allora ascolti un altro brano e già pensi grande disco.
Solo che tre brani dopo chiedi con quel pò di rassegnazione qualcosa di diverso.
Forse è una band che dovrebbe ragionare su piccoli Ep.
Sarebbe imbattibile, fornirebbe materiale per colonne sonore e concerti di esaltazione collettiva.
Per è ora il pensiero è un mah, andata anche questa ma al prossimo disco se non variate qualcosa, così, non si va da nessuna parte.

Mumford & Sons – I Will Wait by BOBBB

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