Ascolti: The XX - Coexist


Questo è il disco probabilmente più atteso di questo periodo.
Che non è un periodo da poco, se si considerano le importanti uscite (per qualità o pubblico) che si susseguono giorno dopo giorno: Animal Collective, Vaccines, Anthony And The Johnson, gli stessi Yeasayer di cui parlavamo nel precedente post.
Però, gli Xx. Uno di quei debutti destinati a rimanere nella storia, una miscela magica per un disco (omonimo) caapce di coinvolgere e farsi amare da un pubblico piuttosto grande, pur essendo un disco fondamentalmente scarno, lento e privo di singoli.
Pezzi che si fanno cantare si, ma quando mai, in questa epoca, ti ritrovi a considerare gli XX cantabili?
Eppure è successo.
Nel frattempo, poi, se n'è andata una e così sono rimasti in tre, Romy (lei) Oliver (lui) e Jamie, terzo che non ci mette la voce ma diciamola tutta è uno dei fenomeni più grande di questi ultimi anni musicali.
Da bravi ragazzi poi, non hanno avuto fretta, gli Xx, facendo passare tre anni dal primo disco, lasciando spazio per le attività soliste di Jamie e poi con un tour iniziato qualche mese prima dell'uscita del disco, per rodare il tutto.
Tour che abbiamo visto pure noi.

E così arriviamo a Coexist, che fa in copertina una scelta estetica di quelle riuscite.
Prende la X del gruppo, loro simbolo, nel debutto nera e semplice e la colora, ci fa passare sopra luci e ombre e una specie di arcobaleno nel mezzo.
E questo potrebbe chiudere la recensione, perchè il disco è esattamente questo.
Passando alla domanda principale: è bello? Si.
Quando l'esordio? Forse un filo meno, ma non potrebbe essere diversamente.

Riesce poi in un'operazione miracolosa, alzare (a volte) i ritmi e rimanere sullo stesso suono.
E partiamo all'ascolto, di questi undici brani.
Angels e Chained, già sentite, che sembrano voler esplodere e non lo fanno sono la continuità con il primo disco.
E poi il primo botto (la ricordiamo live) Fiction, che ci mette in mostra in tre minuti i nuovi Xx, la solita voce suadente, le note leggere in sottofondo e poi una cassa decisa che pure non fa diventare mai il tutto "tamarro".
Semplicemente delicato.
Try, avvolgente e poi Reunion che sviscera nuovamente questo equilibrio magico.
Ora, non vogliamo stare qui a descrivere ogni brano ma solo rendere un concetto.
Coexist vive di leggeri strappi e rallentamenti, come un giro in bici in collina tra piccole ascese e lente discese, curve panoramiche e vento leggero sul viso.
E cala la qualità? No.
Non cala in Missing, uno dei brani più sentiti ed emozionanti della discografia della band, che potrebbe essere per loro quello che per una band rock è l'unplugged, non cala nella pur leggera Tides, di quelle canzoni che vivono su tre accordi tre ed eppure sono belle ed intense.

E in fondo, Our Song, un regalo finale, il più sincero, un pezzo d'amore, un leggero sottofondo, versi che parlano di un rapporto difficile.
Insomma, Coexist è un disco bello, molto.
Non si discosta troppo da quello precedente ma ci aggiunge molto, mantiene la stessa sensibilità melodica, la capacità di essere scarni, essenziali, con le sole note che servono, nulla di più, in completa vicinanza con l'essenzialità carpita di James Blake e che si oppone all'orgia di suoni proveniente da New York in questi anni.
Sia questione casuale, di un tempo diverso o di scena musicale, non è dato saperlo nè ci interessa.
Ma siamo di fronte ad un nuovo grande disco, di quelli che riempiranno parecchie serate romantiche, accompagneranno numerose colonne sonore, amplieranno il pubblico (già grande) di una delle band più misteriose di questi anni che invece di dedicarsi alla più classica esuberanza rock dei ventanni ha deciso di essere diversa.

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