Ascolti: Beirut - The Rip Tide


Io, ad essere onesto, il motivo per cui Beirut sia diventato Beirut non lo capisco.
Intendiamoci: non è una frase nel senso "come fa ad essere (quasi) famoso" per la bruttezza dei pezzi.
E' nel senso: un progetto così particolare, contaminato, che sa di indie (e Arcade Fire o Sufjan Stevens) quanto di Folk ma non è abbastanza, sa di Europa dell'Est.
Sa di Europa dell'Est ma riesce ad essere attuale, immediato e piacere agli americani come a tutti gli Europei.
Persino agli Italiani.
Al concerto dei National, dove Beirut apriva se non sbaglio per la sua prima data in Italia di sempre (perchè poi, non ci è dato saperlo) c'era una piccola folla molto rumorosa venuta apposta per questo venticinquenne.
Queste persone, o almeno alcune, non conoscevano i National, che in teoria stanno a grandi linee nella stessa categoria e con qualche spanna in più di celebrità per cui avrebbe più senso che il fan dei National non in tutti i casi conosca Beirut, non l'opposto.
Un fenomeno travolgente e trasversale insomma.
Mi ha dato l'idea di un pubblico tutto suo.
Ad ogni modo la carriera di Zachary Francis Condon, nativo Messicano e cresciuto negli Stati Uniti, assume ormai numeri importanti e verosimilmente aumenterà il suo pubblico con questo album.
La paura, in questo caso, è di una certà ripetitivà e perdità di brillantezza, in realtà The Rip Tide è un lavoro dove emerge una scrittura molto più sicura, l'utilizzo di sempre maggiori strumenti (Payne's Baye è in sostanza un lavoro orchestrale) e dove non mancano quei pezzi intimi e leggermente, come dire, circensi, che ce lo fanno amare.
Si impara ad amarlo, Beirut, per il bel live di qualche settimana fa, per un album, The Flying Cup che gira che è un piacere e per questo nuovo album che suona ottimamente, 9 pezzi per 33 minuti di musica, nulla che serva in più.
La sensazione è questa: manca una Nantes, per immediatezza (anche se forse è Santa Fe), ma l'album è migliore del precedente nel suo complesso.
Promosso, dunque.

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