IL NEGOZIANTE - Consigli non richiesti su tutto che si possa definire interessante in questo mondo
domenica 25 ottobre 2015
[Ascolti] Sexwitch - Sexwitch
Un disco senza pretese. Senza futuro. Senza passato, quasi un'istantanea di un pomeriggio in studio.
L'incontro tra i Toy e Natasha Khan, ben conosciuta come Bat For Lashes.
Il rock da una parte, la dolcezza pop dall'altra.
Nel loro stringersi la mano, per qualche istante, esce la creatura Sexwitch.
Che è una gustosissima mezzoretta di tribalismi.
E che merita un ascolto.
Ecco: è questo Sexwitch.
Un disco che non ha nessuna pretesa se non di divertire chi l'ha scritto e per riflesso chi ascolta, coinvolto per buona parte del disco in una serie di allucinate cover di pezzi di qualche decennio fa sospesi tra oriente ed Africa.
Lei, Natasha, diventa presenza sciamanica, urla, geme, accompagna, diventa acida, protagonista di lente performance sensuali e disturbanti.
Loro, i Toy, si spogliano delle strutture musicali e gli corrono dietro, batterie impetuose, bassi e chitarre alienanti, padroni della tecnica.
Un disco che funziona soprattutto (sono quattro su sei) nei momenti dove la velocità è più elevata: Kassidat El Hakka è il diamante da sparare a tutto volume in un club dove l'ora è tarda, l'alcolemia elevata e le luci bassissime.
Insomma il messaggio è chiaro: Sexwitch è un progetto assurdo, a volte a fuoco, leggermente a disagio nei momenti più lenti, assolutamente esperienziale in cuffia o ad alto volume.
Che si merita un ascolto.
sabato 17 ottobre 2015
[Live Report] Glen Hansard @ Teatro Antoniano, Bologna
Ecco, cosa dire? Un gran concerto.
Una festa di lacrime, sorrisi, gioia.
C'è una curiosa affinità, il fattore Dublino, che potremmo inserire in un pacchetto di grandi concerti che hanno come collegamento la città Irlandese.
Il primo concerto visto qualche anno fa di Damien Rice, a Firenze, immaginato come sontuosa riproposizione dei toccanti brani e diventato una festa di risate, balli, racconti, vino, con tutta sorpresa.
Il concerto di Amanda Palmer, questa volta a Dublino, show di non so quante ore, tra gruppi spalla, chiacchere e un live di incredibile intimità tra cantante e presenti.
E ora, Glen Hansard, anche lui di Dublino e anche lui immaginato come un intenso e struggente concerto di canzoni, un concerto emozionale e invece.
E invece, si diceva una festa.
Molto popolata, perchè al sold out del piccolo ma caldo teatro bolognese si aggiunge una inaspettata formazione a dieci sul palco.
Non manca niente: chitarre, basso, batteria, fiati, violini, pianoforte.
Occasionalmente, poi, diventano undici o dodici, perchè il pubblico diventa parte vocale attiva, nei cori o nei ritornelli e in qualche caso protagonista, con qualche personaggio probabilmente saltato fuori da un intimo live in un negozio bolognese del pomeriggio e così abbiamo il tamburello di un attempato cinquantenne, la voce intensa del giovanissimo Leonardo, il duetto con un ragazzo, Dodo, dal pubblico.
E Hansard, splendido quarantacinquenne, nel pieno della maturità artistica, a presentare il secondo disco solista (più che buono) ad essere allo stesso tempo faro e presentatore.
Una voce di cui ringraziare non si sa chi e un pugno di belle canzoni.
Che poi, un pugno: vero che tra le varie band la carriera di Glen è bella lunga, ma immaginarsi quasi due ore e mezza di concerto era forse troppo.
Due ore e mezza che volano come fossero dieci minuti, in una atmosfera che pur essendo in teatro, riesce a diventare, agilmente, quella di uno spettacolo di strada.
Quella di una sera tra amici, quella di un grande artista che però annulla come niente la distanza tra band e pubblico.
Così, poco importante segnalare i picchi (anche se Bird of Sorrow è sempre una delle più belle canzoni degli ultimi anni) o le cose che rimaranno (come la Cover, infinita, in mezzo al pubblico, in un lento serpentone che porta fisicamente la band alla porta dell'uscita, di Leonard Cohen, dove Passing Trought diventa qualcosa degli Edward Sharpe).
Perchè c'è da dire solo una cosa: concerto maestoso, punto, a capo.
giovedì 8 ottobre 2015
[Ascolti] Beirut - No No No
Si, in fondo è giusto premetterlo, perchè lo hanno già detto tutti: No no no è un disco riuscito a metà.
O più semplicemente, a volte poco ispirato.
Probabilmente perchè sofferto.
Dichiaramente: il periodo successivo al (buon) The Rip Tide è stato durissimo per Zach Condon, esaurito e di fronte al divorzio, magari addirittura con un collegamento tra i due eventi.
E sono passati quattro anni prima che il quasi trentenne originario del New Mexico si facesse sentire, con nove canzoni, per una mezzoretta di musica.
Però, d'altro canto, nei momenti migliori è sempre una piccola gioia sentire quel pop sbilenco, dall'accento nomade di cui Beirut è capace di essere esponente in grado di piacere ad un vasto pubblico.
Così, nel consapevole singolo che dà il titolo al disco (che potrebbe provenire da un disco del passato, senza problemi), nel soffice brio di Perth, nell'iniziale Gibiltair, si ritrova tutta quella magia, pur senza picchi degni di nota.
Certo, il calo è vistoso, in particolare nella seconda parte di disco.
Ma l'idea è questa, caro Zach: hai sofferto tanto e probabilmente pianto mille lacrime per partorire questo disco, essenzialmente per dire a te stesso "io ci sono ancora".
Ti aspettiamo, la prossima volta, per essere nuovamente trascinati da te.
domenica 6 settembre 2015
[Live Report] Home Festival, Treviso: Giorno 1
Ammissione di colpa: dell'Home Festival non ne avevo mai sentito parlare.
A mia difesa: fino allo scorso anno, fondamentalmente era un festival che, a leggere le lineup, provava ogni anno ad aumentare il proprio pubblico rimanendo in una certa zona di sicurezza.
Se gli headlinear sono, negli anni, Subsonica, Africa Unite, De Gregori, Elio, Crookers, il pubblico a cui ti rivolgi è (paradossalmente) quello meno avvezzo al "festival", quel luogo magico, dove per tre giorni o più, su molteplici palchi, suonano gruppi di ogni genere.
Di quei gruppi che piacciono a chi segue la musica, per intendersi e non quei gruppi, come i nomi segnalati prima, che sono quelli ormai conosciuti da tutto il pubblico trasversalmente, che mediamente non va ai concerti, se non ai quei grandi eventi in cui si sente a suo agio.
Quel pubblico che non fa ricerca, ecco.
Invece quest'anno, sui radar è apparso l'Home Festival: un cast di nomi spesso internazionali, un prezzo di accesso bassissimo (tra i dieci euro del biglietto in maggio ai diciotto-venti in cassa il giorno stesso) e nel caso di cui parliamo, l'accoppiata Interpol + FFS (Franz Ferdinand + Sparks).
E dunque, prima dei live, parliamo di cosa è l'Home Festival: si, è un Festival.
Potenzialmente, osando, potrebbe diventare un vero e proprio festival di riferimento.
Perchè non è un monopalco, anzi, ce ne sono quasi troppi in un posto non enorme, a creare un miscuglio di suoni, nel primo pomeriggio (non mancano i vari dj negli stand) eterogeneo e piacevole.
Un palco principale, due tendoni di media capienza, un paio di altri piccoli stage, mercatini, aree dove si mangia e beve, presentazioni letterarie, una mini area luna park "per adulti": insomma, un sincero complimento perchè questa è la concezione moderna di festival musicale e se si dovesse riuscire, nei prossimi anni a cambiare qualche nome dei giorni successivi (Fedez, J-Ax, Simple Plan, Punkreas....) con qualcosa di più attinente al classico programma degli appuntamenti stranieri, beh... potrebbe diventare un piccolo vanto.
Ma nel giorno uno, bisogna dirlo, la carne al fuoco c'è tutta: Interpol, Franz Ferdinand, Dente, Lo Stato Sociale, Bologna Violenta, M+A, Aucan, Populous e molti altri dividono fondamentalmente l'area con lo stage centrale con il rock, il tendone in fondo con l'elettronica e quello opposto con il cantautorato: tutto bene, tutto giusto.
L'esordio è con i brani finali di Davide Vettori (6,5), trevigiano, che con una buona carica racconta il suo cantautorato su decise basi elettroniche (a tratti, almeno in quel momento, ricordando qualcosa dei primi Subsonica).
Non male, così come, pur già rivisto e stravisto è l'amico Dente (7,5) che in questo momento sta portando in tour "Favore per bambini molto stanchi" , prima uscita letteraria, e che comunque regala la consueta oretta che non può non piacere, in versione solista, con quel mai noioso non prendersi sul serio e dialogare con il pubblico che, una volta di più, regala soddisfazioni.
Ci si porta dunque sul palco principale, per gli Interpol (8) che sul palco confermano quello che era parso su disco: sono tornati. Eliminato il quarto, omonimo disco, di nuovo in grado di scrivere buonissimi brani, onesti nel proporre, per gran parte della scaletta brani da Turn Off The Lights e Antics, fanno quello che hanno sempre fatto: suonano.
Parlano poco, si muovono poco, vestiti di nero. Ma la forza dei brani vale da sola il prezzo del biglietto. E quindi bentornati, davvero.
E' il momento di mangiare qualcosa (nota: stand vegano, sei una bellissima idea, ma dovresti comprendere che in un festival i minuti sono contati, quindi o sei veloce o nessuno rimane lì per 30 o 40 minuti in attesa di un piatto) ma riusciamo a sentire per qualche minuto un gruppo italiano di cui si è parlato molto, ma per ora mai incrociato dal vivo: M+A (7,5).
Il voto è un merito all'ottima impressione: incrociati tra l'altro su uno dei pezzi più belli (Down The West Side), il duo originario di Forli si dimostra capace di coinvolgere tutti e far ballare con il piglio straniero già ben riconosciuto in questi anni.
Siamo verso la fine della serata e mancano quelli che danno l'impressione di essere i veri e propri headliner: FFS (7,5).
Il progetto che unisce i Franz Ferdinand con la storica band degli Sparks ha ottenuto buoni consensi e funziona anche dal vivo.
Tutti i componenti chiariscono a voce e sul palco che è una vera e propria terza band a suonare: c'è spazio per qualche brano degli uni e degli altri e in gran parte per il disco assieme.
Ne esce fuori un live coinvolgente, su buoni ritmo, ovviamente meno scatenato di quando c'è la band scozzese da sola, ma che non manca di farsi piacere.
Ammirevoli poi gli Sparks, di cui non è dato sapere l'età, ma se sono in giro dagli anni settanta....
Un bilancio? Promossi tutti, dunque e pure l'Home Festival, che nei giorni successivi ha registrato numeri di pubblico anche maggiori.
Il consiglio è di provarci, a spostare ancora un pò di più l'asticella verso i grande festival europei, sia in termini quantitativi che, inevitabilmente in quelli qualitativi: la strada è quella giusta.
A mia difesa: fino allo scorso anno, fondamentalmente era un festival che, a leggere le lineup, provava ogni anno ad aumentare il proprio pubblico rimanendo in una certa zona di sicurezza.
Se gli headlinear sono, negli anni, Subsonica, Africa Unite, De Gregori, Elio, Crookers, il pubblico a cui ti rivolgi è (paradossalmente) quello meno avvezzo al "festival", quel luogo magico, dove per tre giorni o più, su molteplici palchi, suonano gruppi di ogni genere.
Di quei gruppi che piacciono a chi segue la musica, per intendersi e non quei gruppi, come i nomi segnalati prima, che sono quelli ormai conosciuti da tutto il pubblico trasversalmente, che mediamente non va ai concerti, se non ai quei grandi eventi in cui si sente a suo agio.
Quel pubblico che non fa ricerca, ecco.
Invece quest'anno, sui radar è apparso l'Home Festival: un cast di nomi spesso internazionali, un prezzo di accesso bassissimo (tra i dieci euro del biglietto in maggio ai diciotto-venti in cassa il giorno stesso) e nel caso di cui parliamo, l'accoppiata Interpol + FFS (Franz Ferdinand + Sparks).
E dunque, prima dei live, parliamo di cosa è l'Home Festival: si, è un Festival.
Potenzialmente, osando, potrebbe diventare un vero e proprio festival di riferimento.
Perchè non è un monopalco, anzi, ce ne sono quasi troppi in un posto non enorme, a creare un miscuglio di suoni, nel primo pomeriggio (non mancano i vari dj negli stand) eterogeneo e piacevole.
Un palco principale, due tendoni di media capienza, un paio di altri piccoli stage, mercatini, aree dove si mangia e beve, presentazioni letterarie, una mini area luna park "per adulti": insomma, un sincero complimento perchè questa è la concezione moderna di festival musicale e se si dovesse riuscire, nei prossimi anni a cambiare qualche nome dei giorni successivi (Fedez, J-Ax, Simple Plan, Punkreas....) con qualcosa di più attinente al classico programma degli appuntamenti stranieri, beh... potrebbe diventare un piccolo vanto.
Ma nel giorno uno, bisogna dirlo, la carne al fuoco c'è tutta: Interpol, Franz Ferdinand, Dente, Lo Stato Sociale, Bologna Violenta, M+A, Aucan, Populous e molti altri dividono fondamentalmente l'area con lo stage centrale con il rock, il tendone in fondo con l'elettronica e quello opposto con il cantautorato: tutto bene, tutto giusto.
L'esordio è con i brani finali di Davide Vettori (6,5), trevigiano, che con una buona carica racconta il suo cantautorato su decise basi elettroniche (a tratti, almeno in quel momento, ricordando qualcosa dei primi Subsonica).
Non male, così come, pur già rivisto e stravisto è l'amico Dente (7,5) che in questo momento sta portando in tour "Favore per bambini molto stanchi" , prima uscita letteraria, e che comunque regala la consueta oretta che non può non piacere, in versione solista, con quel mai noioso non prendersi sul serio e dialogare con il pubblico che, una volta di più, regala soddisfazioni.
Ci si porta dunque sul palco principale, per gli Interpol (8) che sul palco confermano quello che era parso su disco: sono tornati. Eliminato il quarto, omonimo disco, di nuovo in grado di scrivere buonissimi brani, onesti nel proporre, per gran parte della scaletta brani da Turn Off The Lights e Antics, fanno quello che hanno sempre fatto: suonano.
Parlano poco, si muovono poco, vestiti di nero. Ma la forza dei brani vale da sola il prezzo del biglietto. E quindi bentornati, davvero.
E' il momento di mangiare qualcosa (nota: stand vegano, sei una bellissima idea, ma dovresti comprendere che in un festival i minuti sono contati, quindi o sei veloce o nessuno rimane lì per 30 o 40 minuti in attesa di un piatto) ma riusciamo a sentire per qualche minuto un gruppo italiano di cui si è parlato molto, ma per ora mai incrociato dal vivo: M+A (7,5).
Il voto è un merito all'ottima impressione: incrociati tra l'altro su uno dei pezzi più belli (Down The West Side), il duo originario di Forli si dimostra capace di coinvolgere tutti e far ballare con il piglio straniero già ben riconosciuto in questi anni.
Siamo verso la fine della serata e mancano quelli che danno l'impressione di essere i veri e propri headliner: FFS (7,5).
Il progetto che unisce i Franz Ferdinand con la storica band degli Sparks ha ottenuto buoni consensi e funziona anche dal vivo.
Tutti i componenti chiariscono a voce e sul palco che è una vera e propria terza band a suonare: c'è spazio per qualche brano degli uni e degli altri e in gran parte per il disco assieme.
Ne esce fuori un live coinvolgente, su buoni ritmo, ovviamente meno scatenato di quando c'è la band scozzese da sola, ma che non manca di farsi piacere.
Ammirevoli poi gli Sparks, di cui non è dato sapere l'età, ma se sono in giro dagli anni settanta....
Un bilancio? Promossi tutti, dunque e pure l'Home Festival, che nei giorni successivi ha registrato numeri di pubblico anche maggiori.
Il consiglio è di provarci, a spostare ancora un pò di più l'asticella verso i grande festival europei, sia in termini quantitativi che, inevitabilmente in quelli qualitativi: la strada è quella giusta.
mercoledì 26 agosto 2015
[Ascolti] Of Monsters And Men - Beneath The Skin
La sensazione è che del ritorno degli Of Monsters And Men non sia importato a nessuno.
Possibile essere in errore, ma quella onda travolgente (persino nel nostro paese, grazie Vodafone) che aveva portato la band (che dice di essere) islandese ad una certa celebrità ovunque, sulle note di Little Talks e con un primo, solido, disco d'esordio, fatto di pop intenso, raramente banale e potente, quell'onda si diceva, pare essersi un pò fermata, quattro anni dopo.
Potrebbe (eccome, se potrebbe) essere uno dei fenomeni dell'era dello streaming e del one hit, che trascina su e giù le band in un ottovolante dove diventa difficile crearsi un nuovo pubblico.
L'era dell'ascolto compulsivo ha portato, bisogna dirlo, ad un ascolto distratto: sentire tutto, per non sentire niente.
Al di là di questo, appare un peccato, specie in questa ormai morente stagione estiva, non avere reso il giusto onore a Beneath The Skin.
Che è, davvero, un more of the same, ma questo non può essere un motivo per non dedicare alcuni ascolti ad un nuovo piacevole disco dei ragazzi di Kevlaflik (cittadina sede dell'areoporto principale d'Islanda).
Stessa formula: due voci, cori energici, una batteria spesso possente, parecchio pop d'autore.
E quindi rimane poco da pensare se non: si fa ascoltare con piacere o meno? Eccome.
Dal singolo Crystal, con il suo incedere intenso, a cui fa da seguito ideale Wolves Without Teeth, al basso deciso che guida Slow Life verso intuizioni post-rock con qualche spruzzata dei Sigur Ros più accessibili, fino alla dolcezza di I Of The Storm, che con We Sink chiude il disco, in maniera convincente.
Se il difetto è il non avere cambiato niente, il pregio è il medesimo: nessun calo, un'altra dose di buoni brani.
Abbastanza per godersi il disco in queste settimane.
venerdì 7 agosto 2015
[Ascolti] Tame Impala - Currents
Inutile negarlo: prima di questo disco ho sempre pensato ai Tame Impala come una band leggermente sopravvalutata.
Non che siano mancati, nella ormai nutrita discografia del gruppo australiano, i picchi, ma la sensazione era di qualcosa di incompiuto, imperfetto, indeciso.
Questo prima di Currents, e questo è il motivo per cui probabilmente non piacerà a tutti, ma allo stesso tempo piacerà a più persone.
Pronti, insomma, a diventare una band da grandi palchi, ora si.
Chiaro l'intento dalla dichiarativa Let It Happen in apertura: quasi otto minuti a dispiegare una melodia killer di quelle che segnano una estate, confezionata nell'involcruo di un brano che ha le ritmiche di una marcietta chill-out, quasi uscito dalla penna del migliore Washed Out.
Elettro-psichedelia? Volendo.
Qualcosa di simile, sempre volendo, a quell'istante creativo che permise agli Mgmt di creare un disco tanto bello quanto sottovalutato come Contratulations.
Currents si compone di ben tredici brani (anche se tre sono veloci abbozzi, pur di notevole valore) e ingrana la quinta in più di una occasione: The Less I Know Better mette sotto acidi i riff dei Black Keys, 'Cause I'm a Man è la ballad perfetta della scaletta, la chiusura di New Persons, Same Old Mistakes racconta un talento melodico purissimo e termina alla grande un album coeso, a fuoco e pieno di spunti interessanti.
Soprattutto, con la capacità (dei grandi dischi) di insinuarsi lentamente sottopelle, ascolto dopo ascolto. Finchè non lo ascolti una volta di più.
venerdì 3 luglio 2015
[Live Report] The Chemical Brothers / Flume / Moods @ Rock in Roma
Esattamente vent'anni sono passati dalla pubblicazione del primo disco a nome The Chemical Brothers.
Impossibile, per chiunque, in quel momento pensare a vent'anni dopo, un nome ancora nel pieno della propria attività, impossibile pensare ad oltre diecimila persone a Roma, armate di selfie stick, Go Pro e probabilmente qualche pasticca di decennio ormai passato in archivio.
Impossibile, per chi scrive, immaginare, fino a poco tempo fa, nemmeno di poter partecipare, con un veloce treno che in due ore percorre Bologna e si arrampica a Roma, veloce come le note che i fratelli chimici buttavano su disco già vent'anni fa.
Eppure eccoci qua, scelta Roma per contingenze di turni e per un opening act particolare, rispetto alla più vicina Padova, aggiungiamo l'ippodromo delle Capanelle alla lista dei luoghi visitati per un concerto.
Non male, l'arena, ben organizzata rispetto al solito standard italico e capace di garantire un discreto respiro anche un pubblico ampio come questa sera.
Opening Act, si diceva.
Archiviati i salentini Moods, per niente male, in arrivo a breve col primo disco, capaci di far intuire un buon impatto sonoro (si vedrà); ci sistemiamo sotto il palco per la prima uscita in Italia di Flume, australiano di cui si è parecchio parlato per il disco d'esordio.
Inserito in scaletta in sordina, ben poco chiaccherato, alto è invece l'interesse per una esibizione abbastanza riuscita.
Ovviamente difficile, in un'arena così vasta, conquistare con un djset a ritmo medio, ma non si fa dispiacere il ragazzo: visual anni novanta dietro e una grande cassa sotto la strumentazione tengono il ritmo di pezzi nuovi e vecchi, confermando tutte le proprie qualità (bello anche l'inedito di questi giorni Some Minds)
In attesa di un contesto più piccolo (vedi alla voce un piccolo club, qualche centinaia di persone e bassi potenti) sale l'attesa per una band che, invece, si esalta nelle grandi arene.
Che poi si è detto band, ma è un duo; si è detto un duo ma c'è solo Tom Rowlands, affiancato per questo tour da Adam Smith, colui che cura la parte visiva dello show.
E che è, inevitabilmente un ingrediente fondamentale della ricetta Chemical Brothers dal vivo.
Luci, visual, uno spettacolo grafico prima ancora che sonoro: questa è l'esperienza.
Che possa piacere o meno, diversissima per chi è abituato agli strumenti suonati, ma non meno coinvolgente.
Perchè l'attitudine è live, eccome, una scaletta studiata, un'apertura da boato e per rompere il ghiaccio (Hey Boy, Hey Girl) salti e balli che si diffondono per una buona mezz'ora.
La cosa che stupisce è il dopo: tutto tranne che paraculo, si potrebbe dire.
Tra pezzi nuovi, divagazioni, momenti dilatati, nella parte centrale lo show dei Chemical si permette di rallentare i ritmi, fare pensare oltre a ballare, consente a qualche tamarro di accennare un "dajjje e pppommpaaaa".
E invece no, si rallenta, per riesplodere solo successivamente, concludendo con Under the Influence / Galvanize / Music Response / Block Rocking Beats che spostano nuovamente l'asticella verso il livello "delirio generale".
Una lunga outro, The Private Psychedelic Reel è l'altra eccezione che stupisce, per niente semplice e in tendenza contraria al classico finale di concerto che prevede una qualche hit largamente attesa a chiudere.
E se in un live "normale" questo sarebbe un punto d'onore, in questo caso è una piccola pecca.
Perchè, diciamolo: quando esplodono i pezzi migliori, grazie anche ad uno spettacolo visuale raro da trovare altrove, l'esperienza The Chemical Brothers è, vent'anni dopo, tra le cose migliori ancora su questa terra, se si vuole chiudere gli occhi e lasciarsi andare.
Giudizio positivo, insomma, pari alle alle (alte) aspettative
P.s. Sometimes i Feel So Deserted, con la voce di St. Vincent si candida facilmente ad essere un nuovo classico nella discografia della band.
Impossibile, per chiunque, in quel momento pensare a vent'anni dopo, un nome ancora nel pieno della propria attività, impossibile pensare ad oltre diecimila persone a Roma, armate di selfie stick, Go Pro e probabilmente qualche pasticca di decennio ormai passato in archivio.
Impossibile, per chi scrive, immaginare, fino a poco tempo fa, nemmeno di poter partecipare, con un veloce treno che in due ore percorre Bologna e si arrampica a Roma, veloce come le note che i fratelli chimici buttavano su disco già vent'anni fa.
Eppure eccoci qua, scelta Roma per contingenze di turni e per un opening act particolare, rispetto alla più vicina Padova, aggiungiamo l'ippodromo delle Capanelle alla lista dei luoghi visitati per un concerto.
Non male, l'arena, ben organizzata rispetto al solito standard italico e capace di garantire un discreto respiro anche un pubblico ampio come questa sera.
Opening Act, si diceva.
Archiviati i salentini Moods, per niente male, in arrivo a breve col primo disco, capaci di far intuire un buon impatto sonoro (si vedrà); ci sistemiamo sotto il palco per la prima uscita in Italia di Flume, australiano di cui si è parecchio parlato per il disco d'esordio.
Inserito in scaletta in sordina, ben poco chiaccherato, alto è invece l'interesse per una esibizione abbastanza riuscita.
Ovviamente difficile, in un'arena così vasta, conquistare con un djset a ritmo medio, ma non si fa dispiacere il ragazzo: visual anni novanta dietro e una grande cassa sotto la strumentazione tengono il ritmo di pezzi nuovi e vecchi, confermando tutte le proprie qualità (bello anche l'inedito di questi giorni Some Minds)
In attesa di un contesto più piccolo (vedi alla voce un piccolo club, qualche centinaia di persone e bassi potenti) sale l'attesa per una band che, invece, si esalta nelle grandi arene.
Che poi si è detto band, ma è un duo; si è detto un duo ma c'è solo Tom Rowlands, affiancato per questo tour da Adam Smith, colui che cura la parte visiva dello show.
E che è, inevitabilmente un ingrediente fondamentale della ricetta Chemical Brothers dal vivo.
Luci, visual, uno spettacolo grafico prima ancora che sonoro: questa è l'esperienza.
Che possa piacere o meno, diversissima per chi è abituato agli strumenti suonati, ma non meno coinvolgente.
Perchè l'attitudine è live, eccome, una scaletta studiata, un'apertura da boato e per rompere il ghiaccio (Hey Boy, Hey Girl) salti e balli che si diffondono per una buona mezz'ora.
La cosa che stupisce è il dopo: tutto tranne che paraculo, si potrebbe dire.
Tra pezzi nuovi, divagazioni, momenti dilatati, nella parte centrale lo show dei Chemical si permette di rallentare i ritmi, fare pensare oltre a ballare, consente a qualche tamarro di accennare un "dajjje e pppommpaaaa".
E invece no, si rallenta, per riesplodere solo successivamente, concludendo con Under the Influence / Galvanize / Music Response / Block Rocking Beats che spostano nuovamente l'asticella verso il livello "delirio generale".
Una lunga outro, The Private Psychedelic Reel è l'altra eccezione che stupisce, per niente semplice e in tendenza contraria al classico finale di concerto che prevede una qualche hit largamente attesa a chiudere.
E se in un live "normale" questo sarebbe un punto d'onore, in questo caso è una piccola pecca.
Perchè, diciamolo: quando esplodono i pezzi migliori, grazie anche ad uno spettacolo visuale raro da trovare altrove, l'esperienza The Chemical Brothers è, vent'anni dopo, tra le cose migliori ancora su questa terra, se si vuole chiudere gli occhi e lasciarsi andare.
Giudizio positivo, insomma, pari alle alle (alte) aspettative
P.s. Sometimes i Feel So Deserted, con la voce di St. Vincent si candida facilmente ad essere un nuovo classico nella discografia della band.
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