venerdì 31 ottobre 2014

[Ascolti] Subsonica - Una Nave in Una Foresta


Quasi nessuna band, nella storia, al settimo disco aveva ancora molto da dire.
Diciamolo, senza offesa alcuna: in quasi ogni storia, anche quelle destinate a segnare epoche, la parte più interessante del percorso artistico sta nei primi 5-10 anni, nel processo tra intercorre tra quell'urgenza giovanile e la maturità compositiva.
A volte coincidono, a volte raggiungono il climax dopo alcuni tentativi.
Dopo quel momento, c'è chi finisce la carriera, chi declina, chi prosegue per lungo tempo tentando nuove direzioni o dando piccoli cambi di colore a quelle già percorse.

Tutto questo per dire che, oggi, quando non siamo lontanissimi dai venti anni passati dal primo, omonimo disco dei Subsonica (1997) non abbiamo chissà quali pretese per la band di Casacci e soci.
Che pure è stata qualcosa per l'Italia: il gruppo indipendente (erano ancora gli anni della Mescal) che arriva in radio, in classifica (quando ancora contavano) che travolge Sanremo con Colpo di Pistola, che propone un genere preciso, riconoscibile, più esterofilo rispetto a tantissime altre band debitrici del passato della canzone italiana.
Non che sia un male, ma la proposta tra pop e elettronica dei Subsonica ha regalato qualcosa.
E' però evidente che la fase ispirativa sia in calando: 5 album in dieci anni e poi solo due in sette anni e soprattutto un disco, Eden, piuttosto debole, primo vero punto indietro di una carriera che aveva prodotto un acuto incredibile al quinto disco: L'Eclissi era un disco profondo, moderno, arrabbiato, suonato e prodotto in maniera sontuosa, vero seguito di quel Microchip Emozionale che aveva scosso una parte d'Italia.
Un tour con la band posta in orizzontale su una enorme scenografia di luci e onde sonore a porre quasi in secondo piano un gruppo in evidente stato di grazia.

Poi Eden e oggi Una Nave In una Foresta: dieci soli brani, per il disco più breve della band.
Qualcosa di buono, per i live in particolare (dimensione in cui la band ancora ha pochi rivali): Lazzaro, singolone da radio può funzionare, Tra le Labbra. Il lentone, pezzo che lentamente (forse da Incantevole in poi) si è diffuso nel popolo subsonico, non manca: Di Domenica, questa volta (ma quanto siamo lontani da Strade).
Però, quello che purtroppo è vero da dire è che rimane poco di questo disco: piacevole a tratti, dimenticabile per la maggior parte, senza difetti particolari, ma incapace di aggiungere qualcosa alla discografia della band.
In un best of, nessun pezzo rimarrebbe da segnalare.
Così come forse nessun pezzo tra i peggiori.
Un lavoro di mestiere, dunque, utile per un (sicuramente trionfale) tour, incapace di far gridare alla morte artistica ma nemmeno utile a far pensare ad un ritorno a quella forza che fino all'Eclissi aveva portato i Subsonica così in alto.
Forse è anche molto chiedere questo a chi si avvicina più ad i cinquanta che ai quaranta, a chi ha goduto di uno stabile successo ed ha raggiunto, tempo fa, quel climax raccontato all'inizio.
Per cui ci teniamo un disco onesto, le discrete idee che si scorgono quà e là: se poi nel futuro c'è spazio per un ultimo, grande guizzo, beh, noi siamo qui ad attendere con fiducia.


mercoledì 29 ottobre 2014

[Live Report] Damien Rice @ Teatro Linear 4 - Ciak, Milano

Quando, un paio di estati fa, avevo visto per la prima volta Damien Rice ne ero rimasto sorpreso.
Come probabilmente capita a chiunque si avvicina all'evento live di un cantautore dalla rarissima discografia (due capolavori, datati 2002 e 2006, un terzo album in arrivo nelle prossime settimane) e autore di brani intensi, autorali, emozionanti.
L'idea di un concerto tra voce e chitarra (a volte piano), del silenzio attorno, di una voce maestosa, di qualche brano diventato classico in questa età dove di classici non se ne vedono quasi più.
E invece: sorrisi, vino, tante parole, un finale con centinaia di persone sopra, a lato e sotto il palco, il battimani, un rapporto strettissimo tra pubblico e autore: qualcosa di vicino e autentico che a stonare (si fa per dire) erano quasi i brani stessi, impegnativi, circondati da racconti, momenti di estatico silenzio in una serata fiorentina ricordata, probabilmente tutti, con il buonumore.

Invece l'altra sera, al "teatro" tendone Linear 4 Ciak, poco estetico carrozzone verde di buona capienza piantato in una zona di Milano dove poco lontano (si è sentito di tanto in tanto) non mancava un circo, beh in questa data qualcosa è stato come quella supposta prima volta.
Intendiamoci: non c'è in questa annotazione l'idea di un meglio e di un peggio.
Solo che l'aggettivo "divertente" questa volta può essere sostituito con "potente".
Un uomo solo, spesso senza luci, di fronte ad una sparsa platea man mano sempre più vicina (al termine anche fisicamente).
Un uomo solo con la chitarra (e una veloce parentesi al piano).
Forse un uomo più impegnato a provare sè stesso (un pezzo nuovo si ferma a metà "devo ancora imparare bene la parole") ma non meno incline ad aprire cuore, mente e qualcosa del sè artistico al pubblico (Cold Water viene cantata con una spettatrice e il figlio a riprendere con lo smartphone dal palco, completamente spento per aiutare la, peraltro ottima, performance di lei).
Damien Rice l'altra sera a Milano era venuto a fare ciò che gli andava: un giro di presentazione, un rientro soft (ci vediamo il prossimo anno, annuncia), un brano con il Coro Barbarossa (Lodi, Milano), una chiusura che da Blower's Daughter s'incenda in Creep dei Radiohead, andata e ritorno, momento di voglia senza se e senza ma.
E ancora: Volcano con il pubblico ammaestrato e diviso in un triplo coro, a battere piedi e mani e diventare band nelle mani del nostro e subito dopo Cannonball, amplificatori spenti, unplugged come il termine suggerisce nella sua pura essenza.

Per provare, per mettersi a nudo, per piacere, per piacersi.
Due ore abbondanti di concerto, se ne hai incise due su disco fino ad ora, vuol dire non risparmiarsi, gettare l'anima, senza specchi, luci, amplificazioni, solo la voce e la chitarra che ora è delicata, ora violenta, ora elettrica, ora acustica, variazioni sul tema della vita, che Damien Rice prova a raccontarci.
Con successo, perchè è uno dei concerti più belli visti quest'anno (e non solo).

Setlist
The Greatest Bastard
Delicate
Woman Like a Man
Elephant
9 Crimes
The Professor & La Fille Danse
Volcano
Cannonball
Older Chests
I Don't Want To Change You
Cold Water
I Remember

Encore:
Colour Me In
My Favourite Faded Fantasy
Trusty And True
All I Have to Do Is Dream
The Blower's Daughter (Creep snippet)

martedì 21 ottobre 2014

[Ascolti] Caribou - Our Love


Ad un primo ascolto, Our Love è un disco leggermente sottotono.
Quarto sotto il nome di Caribou, settimo disco per Dan Snaith (se consideriamo le altre due creature a nome Manitoba e Daphni) l'album giunge in un momento non da poco per l'artista canadese, ad un passo da diventare, definitivamente, uno dei grandi nomi capaci di uscire dalla nicchia.
Perchè tra Andorra e Swim è successo molto, compreso un tour ad aprire per i Radiohead, una vittoria al Polaris Music Prize (premio per il miglior album canadese), diversi spot televisivi e l'inclusione, per Swim tra i 100 migliori album del primo decennio secondo Pitchfork.

E si diceva dunque di un inizio di ascolti un pò sottotono per questo Our Love.
Che ha però un pregio non indifferente: passano i giorni ma rimane un ascolto sempre più piacevole, di volta in volta più amico di questo estivo ottobre, di cui pare un pò la naturale controparte musicale.
Ovvero qualcosa che sembra (e dovrebbe) essere freddino e invece riscalda, senza esagerare.
Il singolo (pur non perfettamente riuscito, quasi incerto su quanto e come esplodere veramente) Can't Do Without You, la sensualità di (un pò anni novanta) di Our Love, l'inizio autorale di All I Ever Need e Back Home sono momenti che si candidano a nuovi momenti salienti della discografia del nostro.
Che poi ci sia qualche calo d'ispirazione (Mars, Second Chance) lo si perdona, anche grazie ad una zampata finale come Silver che pure omaggia, ridefinisce e appare sorella (omozigota) di Before di Washed Out.

Ma se un disco è piacere all'ascolto, allora per buona parte di Our Love possiamo considerarci soddisfatti, pur consapevoli della mancanza di un guizzo come in passato.
Soprattutto perchè, consapevolmente e non, si continua ad ascoltarlo giorno dopo giorno: è sempre il segnale di buona musica.

martedì 14 ottobre 2014

[Ascolti] Perfume Genius - Too Bright


Il difficile è sempre il terzo album, per quanto si dica la stessa cosa del secondo.
Perchè il secondo album può essere una ripetizione, una piccola variazione, può contenere materiale che era rimasto fuori dall'esordio.
Insomma, si può tirare fuori, ecco.
Diverso è il terzo disco, dove, spesso la carriera di un buon artista può essere sul limbo tra il salto verso una (più o meno moderata) notorietà o la delusione per l'inizio di un declino.
Non è mica facile continuare a scrivere ottimi dischi, è giusto dirlo.

Difficile dire se il terzo disco di Mike Hadreas, classe 84, di Seattle, sia un salto avanti o indietro. Forse uno scarto laterale.
Perchè, nonostante in rete se ne parli quasi ovunque in termini ottimi, Too Bright convince (purtroppo) a metà.
Quello che è certo che il terzo disco del nostro in arte Perfume Genius è quello con la tavolozza dei colori più ampia, strumentazioni che si aprono, elettronica che si inserisce ed un parziale, ma notevole, distacco da quell'intimismo voce - pianoforte che aveva caratterizzato sinora il suo percorso musicale.
Ovviamente gran parte del discorso, in questi casi sta in quanto lo scarto sia efficace.

E di cose buone, buonissime in Too Bright ce ne sono parecchie: le due ballate I Decline, in apertura e No Good, sono dirette eredi del passato e confermano (in particolare la seconda) lo straordinario talento compositivo del nostro ragazzo.
Così come riuscita è Queen, uno dei pezzi pop più belli dell'anno, con il suo incedere quasi tribale nel mezzo.
Ma forse si è invece calcata un pò troppo la mano in un trittico da va da My Body a Grid a I'm a Mother, dove la voce di Mike si espande in urla, distorsioni vocali, filtri industriali: nessun processo alle intenzioni ed alla voglia di sperimentare, ma i risultati sono così così.
Intendiamoci: buona parte dell'album è su ottimi livelli (da tenere in mente almeno la traccia che dà il titolo al disco) ed è innegabile la maturazione di un artista partito da un primo disco essenzialmente lo-fi, prodotto autonomamente.
La speranza è che rimanga, in futuro, l'apertura artistica, eliminando alcuni eccessi che un pò stonano, in un contesto così sensibile, perchè per il nostro Perfume Genius il futuro potrebbe essere davvero radioso.

martedì 30 settembre 2014

[Ascolti] Thom Yorke - Tomorrow's Modern Boxes


L'altro giorno, così per caso, come accade di tanto in tanto nell'universo Radiohead è uscito qualcosa.
Non il nuovo disco della band, ma il secondo solista a portare il nome di Thom Yorke.
Strano pensare a come tanti immaginino oggi il quintetto inglese come una creatura in dubbio divenire, quando è semplicemente in un momento di grande esuberanza creativa: per il batterista Phil Selway è in uscita in questi giorni il secondo disco a proprio nome, per Johnny Greenwood quest'anno una colonna sonora (Ineherent Vice, di Paul Thomas Anderson) e vari lavori orchestrali.
Per il nostro Yorke è recente l'avventura Atoms For Peace e ora questo nuovo disco, uscito con sobrietà: un messaggio sul sito, un torrent sbloccabile e un prezzo più che popolare (poco più di 4 euro e mezzo) per otto tracce a comporre un lungo ep (o un piccolo album).
Che ci dice cosa? Che ancora, Yorke è stregato dall'elettronica. Dalle pulsazioni, dalle convulsioni ritmiche di cui era in qualche modo strano progenitore (Idioteque è uno spartiacque datato ormai quattordici anni fa) e che ora mantiene in vita, anche se il periodo d'oro della dub step, del pulsare lento ed ossessivo, delle ritmiche sincopate, pare un attimo svanito.

Ma non per lui, che, diciamolo, fa onestamente ciò che gli piace e basta (e la proposta senza intermediazione è una risposta al modello Spotify da cui la band si è tolta qualche tempo fa, discussione su cui sarebbe interessante fare un'approfondimento).
E ci consegna così un piccolo Eraser parte seconda, meno intimista, non meno interessante.
Forse meno capace di rimanere nella mente, forse senza il motivo chiave, capace però di piacere: Interference, voce e piano è di antico splendore, il crescendo di The Mother Lode è un viaggio oscuro e appagante, la dolce ballante Truth Ray, attraversata da suoni al contrario (chi ha detto Life in a Glasshouse?) e la chiusura di Nose Grown Some, delicato affresco di mezzanotte su un talento destinato ad appoggiarsi in mille e più direzioni senza dimenticare di diventare, di tanto in tanto, magico come è sempre stato.

Pazienza dunque se There Is No Ice si perde un pò su sè stessa (ma quanto deve piacere a Yorke, ce lo si immagina a ballare a casa propria) così come a successiva Pink Section, che spezzano un pò il ritmo e forse, volendo si potevano tralasciare.
Perchè c'è comunque, in Tomorrow Modern Boxes l'essenza, a tratti, di quell'ottima musica che oggi è un battito elettronico, una voce tormentata ed affascinante, di tanto in tanto un pianoforte sommerso.
E tanto ci basta, un piccolo gradito regalo che vale i pochi euro che costa.





martedì 23 settembre 2014

[Ascolti] Alt-j - This Is All Yours


Due anni.
An Awesome Wave veniva dato alle stampe il 25 Maggio 2012; circa due anni prima dei primi vagiti di questo This Is All Yours, ingombrante seguito, a dire poco.
Perchè (come a quasi nessuno, in questi ultimi anni) all'allora quartetto inglese è bastato un esordio folgorante per essere, oggi, uno dei nomi di punta della scena musicale, apprezzati trasversalmente anche perchè difficilmente inquadrabili in un genere.
Perchè, per quanto si legga ovunque che "in fondo avevano ripreso quà e là" nel primo disco della band c'era una tale forza, varietà, presenza di idee, un serbatoio così traboccante di novità che doveva per forza andare così.
E quanto grande sia stato il salto sta nel ricordo live della band sulla nostra penisola: in prima posizione in un A Perfect Days, fatti suonare nel primo pomeriggio contemporaneamente all'apertura della fila (scelte intelligenti italiane) e quindi persi per gran parte del set da chiunque non fosse tra i primi a passare.
Poi, un tour di posti di piccola/media capienza (per me fu il Bronson di Ravenna) e infine l'annuncio di una data unica milanese, il prossimo febbraio, subito sold out e meritevole del trasferimento al Mediolanum Forum, dove tante band ben più navigate non possono ancora suonare e prezzi tra i 30 e i 36 euro, più prevendita (troppi, per la cronaca).

Nel mezzo, un lunghissimo tour, l'abbandono a inizio anno del bassista, Gwil Sainsbury.
Probabilmente, qualche screzio con la casa discografica, viste le esplicite dichiarazioni su "Left Hand Free" scritta in 20 minuti, per compiacere una etichetta preoccupata per l'assenza di un singolo orecchiabile nel disco.
Un piccolo divertimento che, in fondo, non è nemmeno così da buttare, nell'economia del disco.
Piazzato alla casella cinque, in una scaletta che un pò fatica a decollare.
Perchè, diciamolo: la sensazione è che Intro e Arrival in Nara siano entrambi due (discreti) brani d'apertura, solo che posti consecutivamente, un pò stonano.
Il primo, intrecci vocali e un finale orientaleggiante non dispiace, il secondo perde invece invece un pò di verve, lasciando per fortuna lo spazio al primo pezzo di valore: Nara.
Ecco, Nara è il pezzo che ti aspetti dagli Alt-j, partenze e ripartenze, crescendo, tastiere, un guizzo nel finale.
E fa apertura ad un trittico, chiuso dalla già citata Left Hands Free, che svela in mezzo Ever Other Freckle (casa discografica, non era un buon singolo questo?) intensa e dalle ritmiche spezzate.

Se leggendo, l'impressione è di un disco altalenante, è tutto giusto e si conferma lungo l'ascolto del resto: un intermezzo (Garden Of England) un'ennesimo brano, ben scritto ma altrettanto lento e dilatato (Choise Kingdom) e poi Hunger of The Pine, prima traccia svelata dalla band e, con il tempo dalla nostra possiamo dirlo, un buonissimo pezzo.
E di nuovo, un momento quasi folk (Warm Foothills) e un finale un pò in discesa: non male The Gospel of John Hurt, maluccio Pushes (impalpabile) discreta Bloodfllod parte 2 e non certo, se pensiamo a Taro, il finale di Leaving Nara.

Ho voluto, una volta tanto, descrivere l'intero ascolto per rendere quella sensazione di un disco che non è per niente da buttare (anzi, permangono momenti, passaggi, idee difficilmente riscontrabili altrove) e pure dà la sensazione di durare un pò troppo, di essere a volte leggermente monocorde.
Che forse avrebbe meritato una piccola sfoltita nella durata e un paio di mesi in più nella scrittura.
Un disco che sospende il giudizio: non li bocciamo, non li glorifichiamo.
Il prossimo passo sarà quello decisivo.

sabato 13 settembre 2014

The Leftlovers - Stagione 1


The Leftlovers è, prima ancora di tutto il resto, una serie anomala.
Programmata in estate, dalla sempre santa e venerabile Hbo che concede libertà a Damon Lindelof (probabilmente la vera mente dietro a Lost, di cui ha scritto personalmente ben 45 episodi e di cui ha tenuto, o cercato di mantenere, il timone fino alla fine) per adattare sullo schermo un libro di Tom Perotta, che partecipa attivamente alla scrittura.

Anomala perchè narra di persone, di storie, di reazioni.
Si spoglia di uno dei mantra di Lost, ovvero il mistero e la spiegazione dello stesso.
In questo senso è più vicino a The Walking Dead, che non indugia nel perchè sia avvenuta l'infezione nel mondo, ma ci racconta gli esiti sulla popolazione mondiale.

The Leftlovers ci racconta di ciò che succede dopo.
Dopo un giorno, di tre anni precedente all'inizio della narrazione, in cui è scomparso il due per cento della popolazione.
Non c'è motivo, spiegazione. Da un istante all'altro, un numero enorme di persone nel mondo è scomparso, svanito nel nulla.
Un qualcosa di così sottile, silenzioso, violento eppure senza sangue, dolore, lutto.
Non ci sono più.

Come accade per ogni dolore, ognuno dei protagonisti della piccola comunità di Mapleton, protagonista della serie, viene vissuto diversamente.
Negato, affrontato, combattuto, tentato di spiegare.
Si incrociano fede, ragione, piano di lettura diversi: la (tentata) razionalità di Kevin, la voglia di reagire di Matt, il doppio volto di Nora che ha perso tutti e continua la sua vita a dispetto di una sofferenza forse maggiore rispetto a chiunque altro portato dentro.
E poi, loro, certo: i Guilty Remnants, i colpevoli sopravvissuti, silenziosa setta che ha abolito la parola, si veste di bianco e ferisce costantemente la città nel tentativo di fermare quella voglia di andare avanti nonostante ciò che è successo.
No, loro, capitanati da Patti e da un misterioso ed organizzato piano che verrà svelato con chiarezza solo nell'ultimo episodio, vogliono fare affiorare il dolore, spingendosi verso una vita diversa.

Voler affrontare The Leftolovers in cerca di risposte, di trama e di adrenalina è sbagliato.
Cercarsi invece dentro le emozioni, le ferite, i dolori, la narrazione di personaggi e persone porta invece a ritrovarsi in alcuni dei migliori momenti della stagione televisiva.
Gli episodi dedicati a Matt e Nora e le ultime puntate, in particolare, regalano nuovamente quell'abilità di Lindeloft di tratteggiare persone mai in bianco e nero, proprio come in Lost (che in fondo la cosa che faceva meglio era quella, raccontare le persone).
Ognuno, positivo o negativo che sia, agisce secondo la propria sofferenza ed il proprio modo di affrontarla e Lindeloft lascia crescere e svilupparsi questo dolore spostando il focus della vicenda su diversi personaggi che poi si incrociano, svaniscono, ritornano, quasi mai protagonisti in prima linea, spesso protagonisti per un attimo, (di nuovo) proprio come in Lost.



 Sorretto, poi, magnificamente dalle musiche di Max Ritchter, che aggiunge non poco a lunghe scene di sguardi, azioni silenziose, disperazione e gioie, quando è capace di lasciarsi andare alla semplice narrazione dei sentimenti (e lo fa spesso, sempre di più man mano che la stagione prosegue) The Leftlovers è capace di essere, senza se e senza ma, una delle serie più sentite ed originali di questi anni.
Non incasellabile in un genere, non facile, raramente spezzata da momenti più leggeri, la serie ci consegna il dolore della perdità con rara sensibilità.
E sarebbe dunque un peccato non affrontare questi primi dieci episodi, in attesa della già annunciata seconda stagione.

Propaganda - Stagione 2, Episodio 3

La puntata numero tre di questa stagione è stata densa di musica. Musica e novità e qualche parola nel mezzo, per presentarla e raccontarla...