IL NEGOZIANTE - Consigli non richiesti su tutto che si possa definire interessante in questo mondo
giovedì 11 febbraio 2016
[Ascolti] Daughter - Not To Disappear
Giusti tre anni, per i Daughter.
Per un esordio non così facile eppure capace di ammaliare un pubblico di dimensioni non indifferenti (di questi tempi) , un pubblico colpito dalla splendida voce di Elena Tonra e dalle composizione intensissime, sospese tra il minimalismo degli XX e esplosioni post-rock.
Not To Disappear (un titolo programmatico per la band?) ricalca in linea di massima le stesse coordinate sonore.
Forse rende pure più duri i suoni, le vibrazioni si ampliano, seguendo come indicato dalla band stessa, l'esperienza live che ha portato il gruppo verso una maggiore energia anche in studio.
Come per il primo disco, una media qualitativa piuttosto alta e alcuni picchi da ricordare.
Sicuramente Numbers, non a caso primo singolo, dall'incedere poderoso; interessante la ritmica sopra le righe (ma in sottofondo) di Alone/With You e, ultima da segnalare ma non ultima, la sensuale quanto sofferta Doing The Right Thing, manifesto della sicurezza compositiva dei Daughters.
Una band giovane, ma in qualche modo nata matura.
Certo, viene da chiedersi se la strada non debba in qualche modo cambiare nel futuro, ma se questo è il disco più difficile da una band (come tutti i secondi) c'è da esserne ben contenti.
martedì 29 dicembre 2015
2015: un anno in parole (parte 1 - dischi, film e serie tv).
Quest'anno la classifica è un riassunto.
Quest'anno la classifica non è musicale, è totale.
Quest'anno, con meno post scritti, la classifica è il racconto di un anno di sensazioni, di ascolti, di posti, di emozioni.
Comincia con la musica, come sempre.
Senza posizioni, come a volte accade.
Sicuro, sicurissimo, il ricordo di due cantautori.
Il primo è una conferma, anzi il capolavoro di una carriera, forse.
Sufjan Stevens firma probabilmente il disco dell'anno, destinato a rimanere per chiunque abbia un cuore.
Non è un disco, è una seduta di psicanalisi con sè stesso, l'accettazione di sè, l'infazia, l'oggi, il domani.
Senza timore di esagerare: tra i capolavori del decennio, perchè ha una sensibilità così rara che si sente in ogni nota.
E se l'americano festeggiava quindici anni di carriera, per Benjamine Clementine era l'esordio.
Nonchè il più grande successo del blog: secondo a parlarne in Italia, prima del disco, tentato pure un contatto per portarlo in Italia prima dell'esplosione.
Siamo arrivati al Mercury Prize ed ai riconoscimenti ovunque.
Perchè in questo caso il disco è magari imperfetto, in qualche caso da smussare. Ma diamine, che intensità. La voce, il grido, il pianoforte e una vita, letteralmente, salvata dalla musica.
Sarà una stella ed è stato bello vederla nascere.
E' sbocciato invece Jamie XX: che fosse un fenomeno era chiaro, che sapesse esserlo da solo una speranza.
Il disco raccoglie vari anni di lavoro e si dimostra in grado di fare tutto: ballare, sognare, cantare.
E' il disco che vorresti che uscisse e passasse in radio, fatto semplicemente di classe e di una idea di musica precisa quanto riuscita.
Questi, a sensazione i tre migliori.
Note di merito anche per i Tame Impala in grado di indovinare il singolo dell'anno e trasformarsi da band strana a progetto compiuto, pur virando le traiettorie sonore. Fatto sta che lo si ascolta, molto volentieri.
E ancora, gradevolissima l'urgenza di Courtney Bartnett ; ancora un gran bel disco per i Blur ; crescita per gli Alabama Shakes ; forse il migliore disco solista per Glen Hansard.
Tra le canzoni singole: Baio (Vampire Weekend) indovina il pezzo allegro dell'anno ; i Modest Mouse quello che inserisci in un rock club a sorpresa ; El Vy la versione live più commovente (che è in pratica il nuovo miglior brano dei National), i Chemical Brother con St Vincent insegnano ancora come si fa a ballare .
Collaborazione assurda dell'anno? Bat for Lashes e Toy, e la Khan che diventa una sensualissima sciamana rock.
Ep dell'anno? Forse quel gioiellino di Emmy The Great, che aspettiamo presto, visto che cosa si inventa in un disco che nessuno o quasi ascolterà.
Una nota finale per i concerti, due da segnalare.
Totale, Glen Hansard, all'Antoniano di Bologna: emozioni, lacrime, sorrisi, canti, un concerto con il pubblico e non verso il pubblico: non serve dire altro.
All'opposto, Fka Twigs ad Amsterdam: algida, irrangiungibile, incredibile.
Film e serie tv, poi.
Tra i film, pur avendo molto da vedere, le idee sono chiare.
Primo, totalizzante: Birdman. Il cinema in senso stretto, in viaggio in piano sequenza che è film, teatro e meta narrazione di entrambi.
Per il resto: ipnotico Whiplash, non perfetto ma si fissa in mente, bentornata Pixar con Inside Out, una gioia per la mente, un atto d'amore Il Risveglio della Forza, si, proprio quel Guerre Stellari.
Molti altri i film belli, questi probabilmente quelli da ricordare.
In televisione, poi le cose continuano ad andare benissimo.
Conferme: Shameless che è semplicemente divino, tra sorrisi e lacrime, The Affair che porta a casa una seconda stagione intensissima e ti chiedi come faccia, visto che è (quasi) solo la storia di una tresca.
E le nuove: DareDevil e Jessica Jones sono due produzioni Netflix che insegnano al mondo come si può narrare la storia di un supereroe. Vince di pochissimo la prima, per l'incredibile performance di Vincent D'Onofrio: mai visto un cattivo così terribile, così umano, così.
E poi, perchè no, quel controverso Sense 8. Molti non l'hanno apprezzato, ma è stato originale ed affascinante: bene, fratelli Wachowsk.
Quest'anno la classifica non è musicale, è totale.
Quest'anno, con meno post scritti, la classifica è il racconto di un anno di sensazioni, di ascolti, di posti, di emozioni.
Comincia con la musica, come sempre.
Senza posizioni, come a volte accade.
Sicuro, sicurissimo, il ricordo di due cantautori.
Il primo è una conferma, anzi il capolavoro di una carriera, forse.
Sufjan Stevens firma probabilmente il disco dell'anno, destinato a rimanere per chiunque abbia un cuore.
Non è un disco, è una seduta di psicanalisi con sè stesso, l'accettazione di sè, l'infazia, l'oggi, il domani.
Senza timore di esagerare: tra i capolavori del decennio, perchè ha una sensibilità così rara che si sente in ogni nota.
E se l'americano festeggiava quindici anni di carriera, per Benjamine Clementine era l'esordio.
Nonchè il più grande successo del blog: secondo a parlarne in Italia, prima del disco, tentato pure un contatto per portarlo in Italia prima dell'esplosione.
Siamo arrivati al Mercury Prize ed ai riconoscimenti ovunque.
Perchè in questo caso il disco è magari imperfetto, in qualche caso da smussare. Ma diamine, che intensità. La voce, il grido, il pianoforte e una vita, letteralmente, salvata dalla musica.
Sarà una stella ed è stato bello vederla nascere.
E' sbocciato invece Jamie XX: che fosse un fenomeno era chiaro, che sapesse esserlo da solo una speranza.
Il disco raccoglie vari anni di lavoro e si dimostra in grado di fare tutto: ballare, sognare, cantare.
E' il disco che vorresti che uscisse e passasse in radio, fatto semplicemente di classe e di una idea di musica precisa quanto riuscita.
Questi, a sensazione i tre migliori.
Note di merito anche per i Tame Impala in grado di indovinare il singolo dell'anno e trasformarsi da band strana a progetto compiuto, pur virando le traiettorie sonore. Fatto sta che lo si ascolta, molto volentieri.
E ancora, gradevolissima l'urgenza di Courtney Bartnett ; ancora un gran bel disco per i Blur ; crescita per gli Alabama Shakes ; forse il migliore disco solista per Glen Hansard.
Tra le canzoni singole: Baio (Vampire Weekend) indovina il pezzo allegro dell'anno ; i Modest Mouse quello che inserisci in un rock club a sorpresa ; El Vy la versione live più commovente (che è in pratica il nuovo miglior brano dei National), i Chemical Brother con St Vincent insegnano ancora come si fa a ballare .
Collaborazione assurda dell'anno? Bat for Lashes e Toy, e la Khan che diventa una sensualissima sciamana rock.
Ep dell'anno? Forse quel gioiellino di Emmy The Great, che aspettiamo presto, visto che cosa si inventa in un disco che nessuno o quasi ascolterà.
Una nota finale per i concerti, due da segnalare.
Totale, Glen Hansard, all'Antoniano di Bologna: emozioni, lacrime, sorrisi, canti, un concerto con il pubblico e non verso il pubblico: non serve dire altro.
All'opposto, Fka Twigs ad Amsterdam: algida, irrangiungibile, incredibile.
Film e serie tv, poi.
Tra i film, pur avendo molto da vedere, le idee sono chiare.
Primo, totalizzante: Birdman. Il cinema in senso stretto, in viaggio in piano sequenza che è film, teatro e meta narrazione di entrambi.
Per il resto: ipnotico Whiplash, non perfetto ma si fissa in mente, bentornata Pixar con Inside Out, una gioia per la mente, un atto d'amore Il Risveglio della Forza, si, proprio quel Guerre Stellari.
Molti altri i film belli, questi probabilmente quelli da ricordare.
In televisione, poi le cose continuano ad andare benissimo.
Conferme: Shameless che è semplicemente divino, tra sorrisi e lacrime, The Affair che porta a casa una seconda stagione intensissima e ti chiedi come faccia, visto che è (quasi) solo la storia di una tresca.
E le nuove: DareDevil e Jessica Jones sono due produzioni Netflix che insegnano al mondo come si può narrare la storia di un supereroe. Vince di pochissimo la prima, per l'incredibile performance di Vincent D'Onofrio: mai visto un cattivo così terribile, così umano, così.
E poi, perchè no, quel controverso Sense 8. Molti non l'hanno apprezzato, ma è stato originale ed affascinante: bene, fratelli Wachowsk.
venerdì 25 dicembre 2015
Il regalo di Natale ce lo fanno Radiohead e Lcd Soundsystem
Buon Natale, prima di ogni cosa.
Quest'anno un uno due non da poco allieta la giornata, due inediti piuttosto sorprendenti (e belli).
La sorpresa più grande è targata Lcd Soundsystem: James Murphy aveva dato le scene, in piena gloria, con This Is Happening, il primo leggermente scricchiolante album di una carriera veloce quanto leggendaria.
L'addio era stato con un leggendario concerto di quattro ore, nella amata New York, fotografata da un ottimo documentario nel 2011.
Ovviamente Murphy non è mai scomparso dalle scene, lavorando in collaborazioni e produzione (incredibile il lavoro fatto con gli ultimi Arcade Fire).
Oggi, però, Natale 2015, con questo brano che scrive come già in testa da otto anni e mai finito in tempo per uscire in tempo per le feste, esce un nuovo brano.
In streaming, in vinile (1000 copie, esaurite in pochi minuti).
Un brano struggente, come è già capitato di scrivere a quel matto che in realtà di solito ci faceva ballare.
Invece, ci fa commuovere con un piccolo pezzo dedicato al Natale, destinato a diventare un classico alternativo: Christmas Will Break Your Heart
La seconda sorpresa è targata nientemeno che Radiohead, con Spectre.
Ovvero il brano che era stato scritto per l'ultimo James Bond, scartato però in favore di Sam Smith.
Come scrive la band su Facebook, a loro il brano però è piaciuto particolarmente e viene oggi regalato a tutti.
007 o no, la sensazione di qualcosa vicino a Kid A o Amnesiac è forte.
Che è un mondo raffinato di dire che è un ottimo brano, come da un pò non sentivamo dalla band.
Quest'anno un uno due non da poco allieta la giornata, due inediti piuttosto sorprendenti (e belli).
La sorpresa più grande è targata Lcd Soundsystem: James Murphy aveva dato le scene, in piena gloria, con This Is Happening, il primo leggermente scricchiolante album di una carriera veloce quanto leggendaria.
L'addio era stato con un leggendario concerto di quattro ore, nella amata New York, fotografata da un ottimo documentario nel 2011.
Ovviamente Murphy non è mai scomparso dalle scene, lavorando in collaborazioni e produzione (incredibile il lavoro fatto con gli ultimi Arcade Fire).
Oggi, però, Natale 2015, con questo brano che scrive come già in testa da otto anni e mai finito in tempo per uscire in tempo per le feste, esce un nuovo brano.
In streaming, in vinile (1000 copie, esaurite in pochi minuti).
Un brano struggente, come è già capitato di scrivere a quel matto che in realtà di solito ci faceva ballare.
Invece, ci fa commuovere con un piccolo pezzo dedicato al Natale, destinato a diventare un classico alternativo: Christmas Will Break Your Heart
La seconda sorpresa è targata nientemeno che Radiohead, con Spectre.
Ovvero il brano che era stato scritto per l'ultimo James Bond, scartato però in favore di Sam Smith.
Come scrive la band su Facebook, a loro il brano però è piaciuto particolarmente e viene oggi regalato a tutti.
007 o no, la sensazione di qualcosa vicino a Kid A o Amnesiac è forte.
Che è un mondo raffinato di dire che è un ottimo brano, come da un pò non sentivamo dalla band.
mercoledì 11 novembre 2015
[Ascolti] El Vy - Return To The Moon
Sarà, forse, l'anno dei progetti paralleli riusciti.
Spesso non più di giocosi intermezzi, dopo la positiva recensione dell'incontro tra Bat For Lashes e Toy, eccoci a parlare bene
Annunciato senza troppo sfarzo, anticipato da diversi singoli, nobilitato da un tour tra Europa ed America che (come ovvio) non ci include tra le nazioni interessate, Return To The Moon suona essenzialmente come un intenso disco autorale.
Difficile sforzarsi di togliere dalla mente il nome National (con quella voce, Matt...) anche perchè di tanto in tanto la sensazione è che la penna sia quella della band di Matt (cosa non è No Time To Crank The Sun, specie in versione voce e piano?).
Eppure che non lo sia è chiaro: la voce filtrata e il quasi blues che piacerebbe a Eels di I'm The Man To Be, le atmosfere quasi musical/jazz di Silent My Hotel, il poderoso rock di Happiness, Missouri.
Tutti elementi distintivi di un album da rock band che suona con sicurezza lungo undici brani che hanno pochi punti deboli e che si farebbero apprezzare anche se fosse un anonimo esordio.
Così, invece, la sensazione è di un avere avuto un regalo di lusso per questo inverno in arrivo.
domenica 25 ottobre 2015
[Ascolti] Sexwitch - Sexwitch
Un disco senza pretese. Senza futuro. Senza passato, quasi un'istantanea di un pomeriggio in studio.
L'incontro tra i Toy e Natasha Khan, ben conosciuta come Bat For Lashes.
Il rock da una parte, la dolcezza pop dall'altra.
Nel loro stringersi la mano, per qualche istante, esce la creatura Sexwitch.
Che è una gustosissima mezzoretta di tribalismi.
E che merita un ascolto.
Ecco: è questo Sexwitch.
Un disco che non ha nessuna pretesa se non di divertire chi l'ha scritto e per riflesso chi ascolta, coinvolto per buona parte del disco in una serie di allucinate cover di pezzi di qualche decennio fa sospesi tra oriente ed Africa.
Lei, Natasha, diventa presenza sciamanica, urla, geme, accompagna, diventa acida, protagonista di lente performance sensuali e disturbanti.
Loro, i Toy, si spogliano delle strutture musicali e gli corrono dietro, batterie impetuose, bassi e chitarre alienanti, padroni della tecnica.
Un disco che funziona soprattutto (sono quattro su sei) nei momenti dove la velocità è più elevata: Kassidat El Hakka è il diamante da sparare a tutto volume in un club dove l'ora è tarda, l'alcolemia elevata e le luci bassissime.
Insomma il messaggio è chiaro: Sexwitch è un progetto assurdo, a volte a fuoco, leggermente a disagio nei momenti più lenti, assolutamente esperienziale in cuffia o ad alto volume.
Che si merita un ascolto.
sabato 17 ottobre 2015
[Live Report] Glen Hansard @ Teatro Antoniano, Bologna
Ecco, cosa dire? Un gran concerto.
Una festa di lacrime, sorrisi, gioia.
C'è una curiosa affinità, il fattore Dublino, che potremmo inserire in un pacchetto di grandi concerti che hanno come collegamento la città Irlandese.
Il primo concerto visto qualche anno fa di Damien Rice, a Firenze, immaginato come sontuosa riproposizione dei toccanti brani e diventato una festa di risate, balli, racconti, vino, con tutta sorpresa.
Il concerto di Amanda Palmer, questa volta a Dublino, show di non so quante ore, tra gruppi spalla, chiacchere e un live di incredibile intimità tra cantante e presenti.
E ora, Glen Hansard, anche lui di Dublino e anche lui immaginato come un intenso e struggente concerto di canzoni, un concerto emozionale e invece.
E invece, si diceva una festa.
Molto popolata, perchè al sold out del piccolo ma caldo teatro bolognese si aggiunge una inaspettata formazione a dieci sul palco.
Non manca niente: chitarre, basso, batteria, fiati, violini, pianoforte.
Occasionalmente, poi, diventano undici o dodici, perchè il pubblico diventa parte vocale attiva, nei cori o nei ritornelli e in qualche caso protagonista, con qualche personaggio probabilmente saltato fuori da un intimo live in un negozio bolognese del pomeriggio e così abbiamo il tamburello di un attempato cinquantenne, la voce intensa del giovanissimo Leonardo, il duetto con un ragazzo, Dodo, dal pubblico.
E Hansard, splendido quarantacinquenne, nel pieno della maturità artistica, a presentare il secondo disco solista (più che buono) ad essere allo stesso tempo faro e presentatore.
Una voce di cui ringraziare non si sa chi e un pugno di belle canzoni.
Che poi, un pugno: vero che tra le varie band la carriera di Glen è bella lunga, ma immaginarsi quasi due ore e mezza di concerto era forse troppo.
Due ore e mezza che volano come fossero dieci minuti, in una atmosfera che pur essendo in teatro, riesce a diventare, agilmente, quella di uno spettacolo di strada.
Quella di una sera tra amici, quella di un grande artista che però annulla come niente la distanza tra band e pubblico.
Così, poco importante segnalare i picchi (anche se Bird of Sorrow è sempre una delle più belle canzoni degli ultimi anni) o le cose che rimaranno (come la Cover, infinita, in mezzo al pubblico, in un lento serpentone che porta fisicamente la band alla porta dell'uscita, di Leonard Cohen, dove Passing Trought diventa qualcosa degli Edward Sharpe).
Perchè c'è da dire solo una cosa: concerto maestoso, punto, a capo.
giovedì 8 ottobre 2015
[Ascolti] Beirut - No No No
Si, in fondo è giusto premetterlo, perchè lo hanno già detto tutti: No no no è un disco riuscito a metà.
O più semplicemente, a volte poco ispirato.
Probabilmente perchè sofferto.
Dichiaramente: il periodo successivo al (buon) The Rip Tide è stato durissimo per Zach Condon, esaurito e di fronte al divorzio, magari addirittura con un collegamento tra i due eventi.
E sono passati quattro anni prima che il quasi trentenne originario del New Mexico si facesse sentire, con nove canzoni, per una mezzoretta di musica.
Però, d'altro canto, nei momenti migliori è sempre una piccola gioia sentire quel pop sbilenco, dall'accento nomade di cui Beirut è capace di essere esponente in grado di piacere ad un vasto pubblico.
Così, nel consapevole singolo che dà il titolo al disco (che potrebbe provenire da un disco del passato, senza problemi), nel soffice brio di Perth, nell'iniziale Gibiltair, si ritrova tutta quella magia, pur senza picchi degni di nota.
Certo, il calo è vistoso, in particolare nella seconda parte di disco.
Ma l'idea è questa, caro Zach: hai sofferto tanto e probabilmente pianto mille lacrime per partorire questo disco, essenzialmente per dire a te stesso "io ci sono ancora".
Ti aspettiamo, la prossima volta, per essere nuovamente trascinati da te.
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