C'è una nicchia, un sottogenere di amanti di un genere chiamato indie-pop.
Io non l'ho mai capito bene, eppure ci fanno i festival, i raduni, insomma esiste un piccolo movimento di cultori di questo suono, melodico, allegro, apparentemente semplice ma spesso più elaborato, di composizioni musicali.
Ora: questa corsa alla categorizzazione, al movimento, alla nicchia è quanto di più distante dalla realtà di chi scrive.
E' però vero che due esponenti di questo indie-pop, i primi ad una certa ribalta, i secondi al lavoro su in difficile consolidamento, suonano questa sera all'Hana-Bi di Marina di Ravenna.
Hana-Bi vuol dire spiaggia, mare, relax e starbene e per chi scrive vuol dire averci fatto la festa di Matrimonio e averci visto il primo concerto nella splendida location, se ben ricordo, nel lontano 2008 o 2009 con i Pains of Being Pure At Heart.
Serata piovosa, gruppo girato verso l'interno e non verso la spiaggia, band in rampa di lancio, pareva per un grande successo con il primo, omonimo album che raggiungeva una certa area di interesse allargato.
Qualche anno dopo, il botto non c'è stato.
Quello che è successo è stato un secondo (valido) album e una band mezza disgregata, presentatasi al terzo album, Days of Abandon, uscito lo scorso mese (più che gradevole) con una line up rinnovata e ancora stretta sulla leadership di Kip Bergan, vera mente del gruppo.
E quello che viene suonato è un live ancora una volta onesto, fresco, divertente.
No, non perfetto, ancora incapace di poter affrontare palchi enormi.
Ma sincero. Kip racconta (non una frase di rito, una verità) di essere nel suo posto preferito al mondo dove suonare. Racconta storie di vita, imbastisce una scaletta che non dimentica il passato e presenta il disco nuovo, la cui continuità sonora, dal vivo, è totale.
E quindi diverte i (non una folla ammettiamolo) presenti, compresa la frangia del fan ossessivi, quattro o cinque elementi in primissima fila ad aiazzare la folla sui battimani e i pezzi più noti.
Senza farsi mancare un paio di momenti voce e chitarra, senza dimenticare il brano destinato a rimanere il marchio di fabbrica, Young Adult Fiction.
Divertono anche i Fear of Men, in apertura.
Al primo disco, la cui cantante Jessica Weiss è stata anche la voce femminile dei Pains, il trio si esibisce in una convincente riproposizione del loro Loom, tra le sorprese più chiaccherate del momento.
Una bella voce, alcune convincenti melodie, una interessante e sempre varia sezione ritmica ci fanno augurare un bel futuro per la band.
In quel lontano primo concerto di cui si parlava, a fare da spalla ai Pains of Being Pure At Heart furono tre rampante ragazze chiamate Vivian Girls: che sia un auspicio anche per i Fear of Men.
IL NEGOZIANTE - Consigli non richiesti su tutto che si possa definire interessante in questo mondo
mercoledì 18 giugno 2014
giovedì 5 giugno 2014
[Report] Primavera Sound 2014 - Giorno 3
Il terzo giorno è quello in cui ormai, il Forum di Barcellona suona come casa.
Qualche giro in centro e poi si inizia per l'ultima giornata, il fisico un pò ne risente ma non ci si fa mancare nulla.
E si parte dagli Islands (7) che illuminano l'inizio di giornata con il loro gradevole pop scanzonato, in qualche caso non lontano dai suoni dei Vampire Weekend. Un frontman con un rapporto particolare con il microfono e una bella attitudine ce li fanno promuovere, senza se e senza ma.
Così come gli Spoon (7).
La band americana, ferma nella discografia da ormai quattro anni, sceglie di ricominciare a dare segni di sè con alcune date che preludono all'ottavo album. Premiati dall'organizzazione con uno dei palchi principali, offrono una buonissima performance del loro indie-rock solido e intelligente. Come su disco, non sono la band da effetti speciali, ma sanno scrivere e portare sul palco una serie di piccole gemme che si meritano il numero pubblico accorso.
Un'altra band che potrebbe sembrare avere ricevuto un palco più grande del pubblico potenziale sono i Volcano Choir (9). Che diciamolo, non avessero vissuto tra i due propri dischi l'esplosione di quella stella chiamata Bon Iver, non avrebbero ricevuto tanta attenzione.
Detto questo, sorprendono e convincono. Se il primo disco era così così e il secondo un progetto interessante ma non rivoluzionario, dal vivo portano energia, un muro di suono, una grande abilità tecnica e pure un paio di convincenti brani inediti che mostrano una creatura sempre più viva. La sensazione è che siano in rampa di lancio e il muro sonoro, spesso vicinissimo ad un'estetica post rock, coniugata alla presenza (tra voce propria e intense sperimentazioni) di Justin Vernon lascia la certezza di avere assistito ad uno dei migliori live del festival.
Ci giriamo, dall'altro lato suona una delle proposte più eclettiche della line up del Primavera 2014: Kendric Lamar (7 1/2). Ne ascoltiamo una mezzoretta, da persone abbastanza esterne al mondo dell'hip hop, ma questo non impedisce di apprezzare un live energico, suonato, con un vastissimo e coinvolto pubblico esaltato dai bassi incredibili che pompa l'Heineken Stage. Onore al merito.
Meno bene i Blood Orange (6) sul palco Pitchfork, ma la colpa è verosimilmente la proposta musicale, un pò monocorde che non fa scoccare la scintilla nonostante non manchi l'impegno: Devontè Hynes pare il giusto incrocio tra Prince e Micheal Jackson. E' solo tutto un pò troppo morbido.
E allora il finale va ai Chromeo (7) che al quarto disco in carriera improvvisamente sono arrivati al successo. Sarà il brillante singolo Jealous, sarà il momento storico, fatto sta che siamo tutti lì sotto, al palco RayBan, a goderne di un live tanto sbruffone quanto autoironico, con due tastiere che poggiano su due gambe al femminile e una attitudine che tiene i battiti al ritmo giusto, nè troppo lento nè troppo veloce. Si finisce proprio con il singolone del momento ed è anche il nostro addio al Festival.
Come si diceva all'inizio, una bellissima esperienza.
Vivibile, godibile, con una line up sconfinata in grado di soddisfare praticamente qualunque palato e le più diverse tipologie di live, dall'intimo alle grandi platee.
Complimenti agli organizzatori.
martedì 3 giugno 2014
[Report] Primavera Sound 2014 - Giorno 2
Giorno numero due, al Forum di Barcellona.
Ancora più del giorno precedente, la scelta di cosa vedere è ardua, complici le contemporanee esibizioni sui vari palchi, di diversa natura ma ampia qualità.
Sarà la giornata più dura, per il clima.
Cosa che non ci aspettiamo quando entriamo per qualche minuto all'Auditorium per Julia Holter (6).
La ragazza americana ha talento e il posto rende giustizia alla proposta. Purtroppo però nonostante ci si provi da tempo, viene difficile innamorarsi della musica dell'artista, che non lascia granchè nell'anima nonostante l'indubbia bravura.
Discorso opposto rispetto al concerto spartiacque della giornata: John Grant (7 1/2), o meglio il diluvio di John Grant. Quella nuvola che girava scarica abbondanti quantità di acqua durante tutto il concerto e ci lascia al termine: "es para mi colpa" dice lui stesso, visibilmente a suo agio su un palco Heineken che diventa più fango e acqua di quanto sia immaginabile. Il fatto di essere rimasti, con impermeabile e ombrello (i piedi non si asciugheranno più) rende merito ad un ottimo live, in equilibrio tra l'intimismo del primo album e le spinte elettroniche dell'ultimo Pale Green Ghost. Un bel bravo.
Come un bravissime va alle Haim (8), vera sorpresa di giornata.
Se il disco suona come un allegro e spensierato compendio tra pop, r'n'b e accenni rock, la performance offerta sul palco è sorprendente quanto puramente da festival.
Si suona, le chitarre stridono, Este in abito rosso da sera si esibisce in improbabili mosse con il viso, Danielle in felpona salta su tamburi e tastiere: le ragazze reggono il palco alla grande, si prendono il pubblico e convincono senza se e senza ma.
Quello che non riesce invece fino in fondo a Hamilton Leithauser (6). Il cantante dei Walkmen presenta il suo primo disco solista (Black Hours, in uscita) e aveva ben convinto con i primi due estratti (Alexandra e 11 O'Clock Friday Night). Invece regala un live poco vitale, probabilmente ancora in rodaggio e che soffre alla distanza.
Lo rivedremo poco dopo sul palco dei The National (8). Che è giusto dirlo, non offrono il live della vita. Sarà la posizione un pò distante, ma l'impressione è che Matt non sia nella serata migliore: rompe microfoni, dimentica qualche parola, si agita ovunque. Però. Però i National suonano 20 canzoni, ospitato Bon Iver in Slow Show, il già citato Leithauser nel concitato finale con Mr November e Terrible Love, cantata più da pubblico e band, perchè il buon Matt è ormai in giro sotto al palco senza più un microfono sano. Non il concerto della vita, ma tanta intensità e una scaletta che teme pochi confronti, sempre.
Un pò tutto l'opposto dei Chk Chk Chk (8) la cui carriera si può ormai riassumere in dischi da piacevole sottofondo e live da grande pubblico. Perchè c'è Nic Offer, voce e anima di un live che non smette mai di piacere: balletti, salti, attitudine elettro funk e l'impossibilità di stare fermi.
Animali da palco.
E che concludono la seconda giornata, ascoltando qualche scorcio di Factory Floor al palco Pitchfork, mentre le ultime forze di un corpo intirizzito e mai più asciugato fino in fondo dall'acquazzone di John Grant ci portano verso la metro.
Domani è il terzo e ultimo giorno.
[Report] Primavera Sound 2014 - Giorno 1
Per me era la prima volta.
Per il Primavera Sound, 190mila presenze quest'anno, era l'edizione numero 14, che conclude un biennio (segnato dagli hashtag di presentazione bestfestivalever e bestlineupever) che hanno portato la manifestazione allo status più o meno condiviso da tutti di più importante festival (almeno) europeo.
Difficile dire, senza averli visti tutti, se sia vero.
Sicuramente l'impressione è che tutto funzioni in maniera magnifica.
Una location sconfinata (anche se si badi bene, a chi scrive di impervie camminate: i due palchi più estremi stanno nell'ordine di 15-20 minuti massimo l'uno dall'altro, anche considerata la mole di persone che passano), il mare di Barcellona, un'organizzazione che pare invisibile, un quantitativo di palchi difficile da contare (a quelli principali si aggiungono i concerti all'Auditorium, il piccolo ma interessante Hidden Stage, i dj set alla Boiler Room, il minuscolo stand Raybay Unplugged e molto altro, compresa una bella fiera del disco in ingresso, con la Rough Trade a spadroneggiare).
Insomma: il Primavera Sound è un'esperienza da vivere con piacere e se questo è il primo commento per tre giorni di live seguiti dalle 4 del pomeriggio alle 4 o 5 del mattino, vuol dire che è veramente tutto bello.
Così come bello è il cartellone, perfettamente in grado di far vivere a chiunque il "suo" festival: ho già letto di report con scalette completamente diverse dalla mia.
Perchè è tutta questione di scelte.
Nel caso di chi scrive, un buon mix di cose non viste finora e qualche conferma.
Ore 16, giovedì.
Qualche nuvola incrocia il giorno, ma oggi non ce ne accorgeremo.
Braccialetto al polso, card elettronica in tasca, si entra.
Il tempo di studiare il terreno, ammirare il bellissimo palco Rayban (una specie di teatro all'aperto sul mare, con ampio spazio sotto e alte scalinate in alto, che consentono una duplice visione del live), il tempo di inserirci in coda per un ingresso all'Hidden Stage (più tardi Peter Hook rifarà Unknown Pleasures) e mentre ci godiamo l'atmosfera veniamo catturati dal live di questi El Petit De Cal Eril (6 1/2) capaci di offrire uno scanzonato mix tra trombe, atmosfere jazz, qualche accento di Vampire Weekend. Ci ricorderemo di Amb Tot, primo brano già sentito da fuori durante il check, in attesa di entrare.
Rimaniamo in zona per il live di Rodrigo Amarante (6?) che avrà pure fatto belle cose con i Little Joy, ma suona un live ben fatto quanto monocorde. E' quindi tempo di girare un pò, in tempo per sentire al Pitchfork qualcosa di Glasser, completa sconosciuta dalle parti di Bjork: ne parleremo sul blog, pare interessante.
Ma si parte con i big di giornata. Si va dai palchi principali, Sony e Heineken, in una enorme area aperta, di fronte l'uno all'altro, i cui live sono alternati. E' su quest'ultimo che suonano le Warpaint (7) che pure penalizzate dall'ampio stage (la proposta meriterebbe spazi più piccoli ed intimi) propongono un live magari non esplosivo ma solido, piuttosto rock. Discrete.
Le abbandoniamo a fine set per una folle (e divertente) corsa all'Heineken Hidden Stage, dove come detto Peter Hook (7-) mette in scena lo storico disco dei Joy Division.
Ora: io per primo, di queste riproposizioni non ho infinita stima. Ma lui c'era, all'epoca e Ian Curtis è morto troppo presto, per cui mi concedo il piacere. Del live se ne possono dire due cose: c'è tanto mestiere e tanta energia, forse pure troppa, si raggiunge di tanto in tanto una saturazione di volume non necessaria alla proposta originaria. Ma l'altra è che c'è anche tanto vero sentimento e voglia di rendere onore ad un disco storico e il quasi sessantenne non si risparmia per niente. Per cui, è stato bello.
Serve un attimo di pausa, una sistemata allo storico, perchè poco dopo la mezzanotte, palco Sony, uno dei momenti più attesi del Festival: Arcade Fire (9).
Impressionante la distesa di gente per una band che ha saputo diventare trasversale, interpretare una presenza ormai da grandi palchi e grandi arene eppure creare contatto, rimanere umana, emozionante.
Troviamo comunque un più che accettabile spazio per vedere e seguiamo un live che sarò onesto, nella prima oretta mi faceva pensare, beh, dai, in fondo si sono normalizzati. E' la terza volta che li vedo e nonostante il tuffo al cuore di Rebellion (Lies), mi metto tranquillo. Sbaglio. Al brano sedici il pezzo pop dell'anno scorso, Afterlife, subito dopo It's Never Over diventa un incredibile duetto tra Win e Regine su un piccolo soppalco in mezzo al pubblico, da far stropicciare gli occhi, la stessa si lancia in una già vista quanto piacevole Sprawl II e una chiusura con l'adrenalinica Here Comes The Night Time, seguita da Wake Up, regalano vette di rara bellezza.
Insomma, si dica quello che si vuole, ma c'è poco da dire, numeri uno.
Ci riprendiamo e recuperiamo l'uso delle gambe seduti a vederci i Metronomy (6 1/2) che con un allegro palco, sul Ray Ban, suonano un'oretta di elettro pop riuscito e ben congegnato. Peccato solo che diano la sensazione di non spingere sull'acceleratore (sono tra le tre e le quattro di notte) e quindi rimanga qualche leggero rimpianto.
Sono le quattro e venti del mattino quando sale sul palco Jamie XX per il dj set che chiude la giornata. Elegante e rilassato, lo lasciamo dopo qualche brano, sulle note del celebre remix di Florence And The Machine.
Bisogna recuperare un pò di forze: domani c'è il secondo giorno e il programma è ancora più intenso.
domenica 25 maggio 2014
[Ascolti] Damon Albarn - Everyday Robots
Una gradita, inaspettata sorpresa.
Perchè è giusto dirlo: è abbastanza raro che un disco solista, per giunta di un personaggio così importante, sia davvero bello. Una penna quella di Damon Albarn che si è mossa nelle più disparate direzioni in questi anni: se non è necessario dire niente sui Blur, non sono da dimenticare le parentesi riuscite e sperimentali dei Gorillaz, l'interludio del progetto estemporaneo The Good, The Bad And the Queen, gli esperimenti a contatto con l'Africa (il Mali Music di inizio millennio).
Progetti diversi per quello che più di tanti altri è un grandissimo autore di canzoni e che a guardare indietro ha prodotto, a nemmeno cinquanta anni, una discografia capace di farlo entrare nel novero dei grandi.
Evidentemente però, anche per Albarn è arrivato il momento di inserire la propria firma davanti ad un disco. Archiviate così le costante voci sul ritorno dei Blur (concretizzato solo live e in un pugno di singoli) l'ormai ex ragazzo di Londra si circonda di alcuni amici vecchi (Brian Eno) e nuovi (Natasha Khan, delle Bar For Lashes) e scrive un disco sorprendentemente riuscito.
Pulsazioni digitali, ritmiche di quell'Africa mai amata, un intimismo che ricorda un pò il sottovalutato Think Thank dei Blur.
Un battito che non si spegne per tutti i primi quattro brani: quasi dubstep nella traccia che dà titolo al disco, dilatato nella splendida ballata Hostiles, rilassato in Lonely Press Play e infine scanzonato nella irresistibile Mr Tembo, primo ma non ultimo brano a ricordare quella Tender che continua ad essere amata da chiunque la conosca.
Non ultimo perchè non si può dimenticare la conclusiva (si direbbe un duetto con Eno, ma è più una corale) Heavvy Seas Of Love, che conclude nella maniera migliore il disco.
Nel mezzo momenti ancora rallentati (The Hystory of a Cheating Heart è la zampata voce, chitarra e orchestrazioni di un grande scrittore di canzoni) e la totale assenza di riempitivi.
Così, per tornare all'incipit, ci si ritrova piacevolmente sorpresi di poter scrivere di questo primo disco solista dall'ingombrante nome come di uno dei più belli di questa prima parte di annata musicale.
lunedì 19 maggio 2014
Introducing... Benjamine Clementine
Così, nel mezzo di una serata, spesa (forse) in compagnia di qualche linea di febbre.
Un girovagare per la rete (un occhio all'orologio che impone una sveglia ravvicinata) e le dita che si muovono sole a scrivere alcune parole per Benjamin Sainte Clementine, che in arte rinuncia alla parola in mezzo.
Rinuncia, sembra a quasi tutto quello che non sia voce e pianoforte.
Inglese, si trasferisce a Parigi nel 2008 dopo una rottura sentimentale.
E' un ragazzo intimo: vive spesso per strada, si appoggia qua e là, di umili origini percorre un percorso personale nella metro della capitale francese.
Canta per sè stesso, scopre se stesso.
Qualcuno lo nota, in città se ne parla.
Un passaparola, quel qualcosa che quando scendi nella tua metro, con la tua frenetica vita di ogni giorno, ti costringe a fermarti.
Chissà cosa canta, Clementine.
Ma un illuminato agente lo prende con sè, lo strappa dalle paludi della società e lo riporta dove gli spetta: Inghilterra, un contratto, un primo Ep e una apparizione al Later With Jools Holland.
Perchè oltre la Manica fanno così, là in un programma come quello di Fazio si finirebbe sempre per lasciare il palco per qualche minuto a qualche giovane esordiente o protagonista navigato del mondo della musica.
Suona Cornerstone.
Non servirebbe altro.
L'articolo non può dire altro. C'è il futuro davanti.
Le prime date live in piccoli club europei (niente Italia) e grandi consensi.
Il disco entro l'anno.
Siamo qui ad attenderlo.
martedì 13 maggio 2014
[Ascolti] The Black Keys - Turn Blue
Ottavo album in dodici anni per i Black Keys.
Il duo formato da Daniel Auerbach e Patrick Carney ha svoltato con un un-due che, se stessimo parlando di sport, avrebbe steso l'avversario: Brother e El Camino erano infatti due gemelli partoriti in un momento di estasi creativa, baciati dalla produzione di un Danger Mouse in grado di perfezionare il suono dei duo e culminati in una serie di singoli capaci, per fortuna, di raggiungere un pubblico enorme.
Così se già un piccolo pubblico li aveva imparati a conoscere (già il precedente Attack & Release aveva colpito la nicchia indipendente) ora, oggi, i Black Keys sono una delle più importanti rock band del globo, senza se e senza ma.
Responsabilità capace di pesare, un fardello di aspettative per una band con il limite oggettivo (o apparente) di essere ridotta a due elementi.
Devono essere accorti anche Daniel e Patrick che scrivono un album diviso a metà tra crescita e continuità.
Che si voglia espandere il discorso musicale verso una direzione maggiormente dilatata, a tratti quasi psichedelico e molto anni settanta lo dimostra già l'imponente incipit di quasi sette minuti, quella Weight of Love che pure convince e si avvolge sinuosa sino ad un crescendo chitarristico, pronto da gustare live quando possibile.
Poi le chicche: In Time è uno di quei pezzi che potevano stare (è un complimento) nei dischi precedenti, seduce come seduce, in fondo, Fever, primo singolo che dopo un primo impatto così così si mostra nella sua natura di perfetto brano catchy, pronto a piantarsi in mente.
La fortuna dei Black Keys è che quello che sanno fare, lo fanno come forse nessun altro questo momento: così il dialogo semplice quando studiato tra chitarra, basso e una batteria d'assalto colpisce e rimane nei territori più conosciuti anche con la successiva Year In Review. O, un pò dopo, nella quasi punk It's Up For You Now che con 10 Lovers chiude quella parte di cd che, pur con la discriminante del già sentito, si fa amare.
Il resto invece convince per metà: tra qualche mezza ballata di discreta fattura (Turn Blue, Waiting For Words) e una conclusiva Gotta Get Away che fa un pò storcere il naso, corpo un pò estraneo, a concludere un disco ancora una volta perfettamente prodotto, coraggiosamente almeno in parte capace di muoversi in direzioni diverse da quelle passate.
Un disco leggermente inferiore a El Camino e (ancor più) Brothers, ma allo stesso tempo una conferma.
Perchè, lo si diceva, certi pezzi, come li scrivono i Black Keys, li sanno scrivere solo loro oggi.
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