giovedì 11 aprile 2013

[Serie Tv] The Walking Dead - Stagione 3



The Walking Dead è il fenomeno televisivo più importante degli ultimi anni, diciamo dal dopo Lost.
Lo è, ovviamente, a livello di ascolti, che definire record è a dire poco e con una crescita di pubblico che ha rari eguali (normalmente si assiste ad una stabilizzazione e un lieve declino anno dopo anno, qui il trend di crescita sembra non finire ancora).
Seguito anche in Italia su Sky con tempi ragionevoli (mi pare di avere capito con la versione originale sottotitolata il giorno successivo all'uscita della puntata) e inspiegabilmente assente sulle tv generaliste, per l'ennesima dimostrazione di una televisione immatura, questa terza stagione ha ulteriormente allungato il numero di puntate: sei quelle della prima, sperimentale stagione, tredici la seconda, sedici la terza.

Troppe.
Questo è il primo pensiero a bocce ferme: troppe.
Così anche quest'anno, assistiamo ad una serie che funziona a tratti, a strappi.
Perchè, intendiamoci, a volte sa colpire al cuore: la capacità della serie (e prima ancora del fumetto) è quello di ragionare sull'umanità spogliata delle proprie regole.
La moralità, insomma, è il tema dominante: in un mondo senza leggi, concetti come famiglia, gruppo, fiducia sono arbitrari, personalizzati, scelti in base alla propria situazione e alla condizione di necessità di sopravvivenza.
Così, ecco una una stagione dominata da due temi fondamentali, lo scontro tra i due gruppi (i nostri protagonisti, alla prigione, e la cittadina di Woodbury) e la leadership.
Partiamo da quest'ultima: bene (o male, a seconda della fiducia in un mondo migliore) la glacialità imposta ad un Rick finalmente meno buonista, più cinico: è lui a gridare nel ponte tra le due stagioni "this is not a democracy anymore"e come tale sceglie di accettare o meno persone dall'esterno, di sacrificare qualcuno, di eliminare il processo democratico.
Lo fa, però, con l'interesse del gruppo in mente.
Diverso invece è il Governatore, a capo della fortificata cittadina di Woodbury, personaggio che passa in poche puntate dal carismatico e potente all'inquietante, scivolando in spirali di violenza, follia e in una moralità, sviscerata nell'ultima puntata "in questo mondo o uccidi o muori. Oppure muori e uccidi" che segna la sua disumanizzazione: ancora vivo, dopo avere follemente ucciso il suo gruppo, il Governatore vaga come un errante, affamato di sangue, senza uno scopo, divenendo, in un certo senso, uno di loro.
Cosa ci aspetta nel suo futuro non si sa.

Sicuramente c'è molto da scrivere, invece, nel futuro di Carl: da infelice bambino diventa uomo (suo il vero cambio di prospettativa della stagione, felicemente intuito da Glen Mazzarra) si spoglia della giovinezza e nell'ultima puntata uccide a sangue freddo un ragazzo ormai disarmato: quanto possa rimanere dell'umanità in un mondo dove ogni istante potrebbe essere l'ultimo è difficile da dire.
E difficile è anche spiegarlo ad un bambino (giovane uomo?) che ha dovuto uccidere la madre incinta, mortalmente morsa, per salvare il futuro fratellino.

Ecco i grandi momenti, i momenti intensi di Walking Dead segnano chi guarda: ce ne sono anche in questa stagione, però tutto ancora non esplode, si accontenta, in particolare nel lento finale di stagione che ci prepara per svariate puntate allo scontro tra le due fazioni e finisce poi nell'anticlimax, abbozzando un finale che non è un finale, non rasserena nè inquieta e non lascia quella sensazione di voler dire "ok e adesso???" che, per esempio, sapeva fare magistralmente Lost nelle conclusioni tra una stagione e l'altra.

Sicuramente il futuro (economico e televisivo) della serie è al sicuro: la speranza è che, visto il nuovo, ennesimo cambio alla direzione della sceneggiatura (ora affidata a Scott Gimple) si possa assistere allo sbocciare finale di una serie che può permettersi tutto, a livello di tematiche ed invece troppo spesso inducia, attende, si accontenta.
Ed è un peccato.

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