Finisce il mese e approfittiamo per fare un punto della situazione, con la consueta playlist.
Che in questo caso mette insieme Luglio ed Agosto, mesi caldi in cui abbiamo recuperato alcuni dischi interessanti dei mesi scorsi e soprattutto iniziamo a guardare il periodo più interessante dell'anno, con parecchie uscite.
Ne esce una playlist molto "ritmica" in varie accezioni e un certo piglio cantautorale in fondo.
Buon ascolto.
Uno dei gruppi di cui meno si è parlato negli anni scorsi, nonostante due grandissimi dischi, sono i Dresden Dolls.
Un gruppo, soprattutto, unico nel suo genere, nato dalla folle unione di un pianoforte, quello di Amanda Palmer e una batteria, strepitosa di Brian Viglione.
Il risultato sono stati due album (più uno di BSides) il primo omonimo e il secondo intitolato Yes Virginia.
Dentro, come da loro definito, due lezioni di Bretchian Punk Cabaret, una specie di musical oscuro eppure accessibile, con le trame vocali della Palmer a cui veniva aggiunto in un secondo momento l'apporto della batteria che quindi ne ampliava, seguiva, accentuava i confini.
Diventati famosi casualmente con Coin Operated Boy, ma da non dimenticare per pezzi incredibili quali Half Jack o Missed Me (queste dal primo album) o quel pezzo incredibile di Sex Changes, ad aprire il secondo album.
Una serie poi di date in giro per il mondo (e che live!) e poi la separazione o meglio lo Hiatus, come da loro definito.
Ma Amanda non si è mai fermata.
Tre album solisti, un ep di cover dei Radiohead con l'Ukulele, collaborazioni sparse, tour in Australia e Nuova Zelanda, un intenso rapporto con i fan tramite il web, raccolte fondi, azioni di protesta per questo o quello.
Insomma, un'artista impegnata, intensa e curiosa di sperimentare a trecentosessanta gradi.
Sconosciuta o quasi in Europa, gode invece di una certa fama negli Stati Uniti.
E lo dimostra (arriviamo all'attualità) la scelta dei Flaming Lips di sceglierla come voce per il loro nuovo pezzo, ad anticipare un nuovo disco in arrivo.
Pezzo che aggiunge inoltre un non proprio televisivo video...
Questo è il disco probabilmente più atteso di questo periodo.
Che non è un periodo da poco, se si considerano le importanti uscite (per qualità o pubblico) che si susseguono giorno dopo giorno: Animal Collective, Vaccines, Anthony And The Johnson, gli stessi Yeasayer di cui parlavamo nel precedente post.
Però, gli Xx. Uno di quei debutti destinati a rimanere nella storia, una miscela magica per un disco (omonimo) caapce di coinvolgere e farsi amare da un pubblico piuttosto grande, pur essendo un disco fondamentalmente scarno, lento e privo di singoli.
Pezzi che si fanno cantare si, ma quando mai, in questa epoca, ti ritrovi a considerare gli XX cantabili?
Eppure è successo.
Nel frattempo, poi, se n'è andata una e così sono rimasti in tre, Romy (lei) Oliver (lui) e Jamie, terzo che non ci mette la voce ma diciamola tutta è uno dei fenomeni più grande di questi ultimi anni musicali.
Da bravi ragazzi poi, non hanno avuto fretta, gli Xx, facendo passare tre anni dal primo disco, lasciando spazio per le attività soliste di Jamie e poi con un tour iniziato qualche mese prima dell'uscita del disco, per rodare il tutto.
Tour che abbiamo visto pure noi.
E così arriviamo a Coexist, che fa in copertina una scelta estetica di quelle riuscite.
Prende la X del gruppo, loro simbolo, nel debutto nera e semplice e la colora, ci fa passare sopra luci e ombre e una specie di arcobaleno nel mezzo.
E questo potrebbe chiudere la recensione, perchè il disco è esattamente questo.
Passando alla domanda principale: è bello? Si.
Quando l'esordio? Forse un filo meno, ma non potrebbe essere diversamente.
Riesce poi in un'operazione miracolosa, alzare (a volte) i ritmi e rimanere sullo stesso suono.
E partiamo all'ascolto, di questi undici brani.
Angels e Chained, già sentite, che sembrano voler esplodere e non lo fanno sono la continuità con il primo disco.
E poi il primo botto (la ricordiamo live) Fiction, che ci mette in mostra in tre minuti i nuovi Xx, la solita voce suadente, le note leggere in sottofondo e poi una cassa decisa che pure non fa diventare mai il tutto "tamarro".
Semplicemente delicato.
Try, avvolgente e poi Reunion che sviscera nuovamente questo equilibrio magico.
Ora, non vogliamo stare qui a descrivere ogni brano ma solo rendere un concetto.
Coexist vive di leggeri strappi e rallentamenti, come un giro in bici in collina tra piccole ascese e lente discese, curve panoramiche e vento leggero sul viso.
E cala la qualità? No.
Non cala in Missing, uno dei brani più sentiti ed emozionanti della discografia della band, che potrebbe essere per loro quello che per una band rock è l'unplugged, non cala nella pur leggera Tides, di quelle canzoni che vivono su tre accordi tre ed eppure sono belle ed intense.
E in fondo, Our Song, un regalo finale, il più sincero, un pezzo d'amore, un leggero sottofondo, versi che parlano di un rapporto difficile.
Insomma, Coexist è un disco bello, molto.
Non si discosta troppo da quello precedente ma ci aggiunge molto, mantiene la stessa sensibilità melodica, la capacità di essere scarni, essenziali, con le sole note che servono, nulla di più, in completa vicinanza con l'essenzialità carpita di James Blake e che si oppone all'orgia di suoni proveniente da New York in questi anni.
Sia questione casuale, di un tempo diverso o di scena musicale, non è dato saperlo nè ci interessa.
Ma siamo di fronte ad un nuovo grande disco, di quelli che riempiranno parecchie serate romantiche, accompagneranno numerose colonne sonore, amplieranno il pubblico (già grande) di una delle band più misteriose di questi anni che invece di dedicarsi alla più classica esuberanza rock dei ventanni ha deciso di essere diversa.
E' tempo di New York.
E che arrivino negli stessi giorni o quasi i nuovi dischi di Animal Collective (ne parliamo presto) e Yeasayer è in qualche modo strano.
Perchè i due gruppi, da partenze diverse, hanno finito per sviluppare un discorso simile ed è innegabile che il (molto buono) Odd Blood degli Yeasayer fosse una specie di versione meno psichedelica e più pop e ritmata dei suoni di Merriwheater Post Pavillion.
E lo dico in senso positivo.
Due anni dopo, il quintetto si presenta con questo Fragrant World fresco per la nuova stagione musicale che, si sa, inizia come la scuola, a settembre.
Giusto dire che se avessi scritto un'impressione sul disco dopo i primi ascolti, ne avrei parlato peggio di quello che sto per fare.
Invece Fragrant World è un disco che esce alla distanza.
Intanto, da buttare subito l'ascolto disinteressato e quanto possibile su cassettine del portatile o via youtube.
E' un disco pulsante, che viaggia sempre o quasi a media velocità, che richiede qualità nella riproduzione.
E cresce piano piano: inizia con questa Fingers Never Bleed che sembra un pezzo innocuo finchè non senti di volerlo riascoltare ancora e ancora.
Una suadente Longevity e poi la parte centrale del disco, con la già conosciuta Henrietta e la più che bella Devil And The Deed che sembra un disco soul del 2020, completamente nuova e già capace di suonare come un classico.
Certo, c'è da perdonare una Reagan's Skeleton, un pò troppo radiofonica e anni ottanta (probabilmente quindi farà la fortuna del gruppo, magari con un bel remix) e una seconda parte lievemente meno a fuoco ma ascolto dopo rimane un concetto semplice: Fragrant World si ascolta bene, fa venire voglia di alzare il volume, è prodotto in maniera ottima e non perde quasi mai di vista l'obiettivo, cioè intrattenere.
Da tenere in mente questo concetto riguardo al disco degli Animal Collective di cui parleremo.
Insomma, bene così e al prossimo disco ci sarebbe spazio per il grande disco, cari Yeasayer.
Impossibile non citare questo link.
Perchè se qualunque sito o blog musicale sulla terra vive il suo momento più interessante (o peggiore a seconda dei punti di vista) con la classifica di fine anno, Pitchfork, bibbia musicale americana (e non solo) ha appena pubblicato la classifica definitiva.
Prendendo sè stesso come punto di paragone (temporale) e quindi dal 1996, quando l'allora blog divenne Pitchfork, diventando ben presto, pur con tutte le critiche annesse, il riferimento indipendente musicale d'eccellenza (mantenendo tutt'ora una altissima qualità e quantità di scrittura).
E facendo votare i lettori.
Quasi ventottomila voti, capaci di dare una interessantissima visione d'insieme dei gusti dei lettori, con parecchie statistiche aggiuntive a seguire.
Si scopre così una enorme maggioranza maschile di lettori (88%), una grande devozione ai Radiohead (tre album nei primi sei posti) e poi mille commenti possibili da fare.
Ad esempio una posizione sorprendentemente alta dell'esordio dei Postal Service (posizione 43) una predilizione per le band americane (ci può stare, ma la posizione 59 per Mezzanine dei Massive Attack grida vendetta).
A prendere più voti nelle prime posizioni Radiohead, Arcade Fire, Kanye West, Animal Collective, Modest Mouse, Wilco, Lcd Soundsystem, Flaming Lips, Sufjan Stevens e Bon Iver.
Bellissimo poi vedere le classifiche cambiare per genere, anno di nascita o la classifica di qualità dei vari anni musicali.
Insomma, buon viaggio, se vi piacciono le statistiche. http://www.pitchfork.com/peopleslist/
Impossibile ricordare quanto tempo sia passato da quando un pezzo un radio/televisione ha attirato la mia attenzione.
Un pò per questione di tempi (anche i rari pezzi "interessanti" che raggiungono il mondo mainstream ci mettono le loro settimane di programmazione airplay con tutte le date ufficiali che servono, quando spesso su questi lidi abbiamo già ascoltato tutto) e un pò per un sano disinteresse per un mondo musicale e culturale che si è da tempo chiuso in sè stesso, senza abbracciare coraggio e voglia di novità.
Però stavolta è successo: se questo disco di esordio ad opera di un sestetto islandese (terra magica) ha avuto la forza dirompente di uscire dai confini nazionali, il merito c'è tutto.
E non è (solo) in Little Talk, indovinato singolo che per quelle misteriose ragione finisce per andare in rotazione radiofonica (che è cosa buona e giusta, viene da chiedersi perchè non accada più spesso).
Ma perchè "My Head Is An Animal" è con tutti i crismi del caso, il gioiellino pop di questo anno.
Che poi sia stato pubblicato nel 2011 ci interessa poco, è arrivato nei mercati europei soltanto qualche mese dopo e dunque gli regaliamo volentieri il titolo.
Che per intendersi è quello che in passato potevano avere avuto gruppi come I'm From Barcelona o Edward Sharpe And The Magnetic Zeros: se diffidate da questi, saltate pure le rimanenti righe.
In caso contrario eccoci qui: una spruzzata buona di due gruppi citati sopra, qualche goccia degli Arcade Fire più rilassati e divertiti, essenza leggerissima di Beirut ed eccoci ai Monsters And Men.
Tredici brani che se difettano un pò in varietà (le soluzioni e le costruzioni a volte si somigliano) regalano ampi sorrisi e bei momenti di un power pop corale, sognante e pieno di belle melodie.
E se non scadono nel classico lento (Sloom, prevedibile quanto godibile) fanno battere il piede dalla introduttiva Dirty Paws che presenta benissimo il disco.
Si scende raramente di velocità e intensità.
E se Little Talk appunto è la gemma per le radio, piace moltissimo Six Weeks, con il suo lungo finale che sembra voler pensare a No Cars Go degli Arcade Fire, così come Your Bones, impetuosa ed epica.
Ma inutile parlare dei singoli pezzi.
Se cercavate l'album leggero, divertente, ben suonato, trascinante, per una serata mentre si va al mare con gli amici, da cantare tutti insieme, beh, eccolo qui.
La fiducia è importante.
Io di fiducia in James Murphy, per alcuni anni Lcd Soundsystem e con tale nome uno dei nomi più importanti dello scorso decennio, ne ho parecchia.
Così se lui, via Facebook, mi consiglia un pezzo da votare in un concorso (che poi il concorso non mi ricordo nemmeno quale fosse), lo vado ad ascoltare.
E si conferma come un'idea giusta: ecco Sinkane.
E chi sarebbe?
Da quello che si trova online, pare essere un ragazzo nato in Sudan, attualmente residente a New York (e dove altrimenti?) in contatto con la gloriosa Dfa Records (e si torna a Lcd Soundsystem).
Nessun album ancora all'attivo, diversi pezzi sparsi tra soundcloud e non solo (il nostro ha addirittura un profilo Myspace, alla faccia dell'anacronismo) e passando alle cose più interessante, sembra uno da tenere d'occhio.
Un'attitudine soul, vicinanze con l'elettronica, una voce un pò afro.
Potrebbe uscirne il meglio o il peggio.
I pezzi sparsi per la rete fanno rimanere il giudizio in sospensione ma poi arriva Jeeper Creeper, cinque minuti e ventidue secondi di gioia, un pezzo che sembra uscire dai migliori momenti di Mezzanine dei Massive Attack (Inertia Creeps?) con il pezzo che sboccia letteralmente dal suo inizio un pò dub e diventa istantaneamente una delle cose migliori di questa calda estate.
Cuffie o casse a volume elevate, spingete play.