Report Live: Beach House @ Estragon (Bologna)

Fino ad un paio di anni fa, avrei respinto con forza l'idea di andare a vedere i Beach House.
Sopravvalutati, avrei detto.
Facenti parte di una quelle "sacche di culto" che poi in realtà aveva prodotto si, qualcosa di carino, ma nulla di memorabile.
Questo fino a Bloom, che per affinità del momento o per effettivo cambio di marcia (io propendo per la seconda, ma le recensioni sono discordi) ha segnato a mio avviso l'effettiva maturazione della band, tanto da meritarsi un impronosticabile terzo posto nei migliori album dello scorso anno.
E arriviamo così a trovarci all'Estragon, in un sabato sera piovoso e dal discreto afflusso, forse un 1500 persone, ad occhio, non male viste le tre date del tour italiano della band americana.

Intanto due righe (per ora due, ma in futuro ne destineremo un post intero) per l'ottima apertura di tale Marques Toliver, violinista di colore, da solo sul palco a fare tutto con loop, violino e voce, simpatico quanto intenso nella voce. Un pò Owen Pallett, sicuramente da seguire a maggio quando uscirà il primo disco.



Dopo la consueta attesa, ecco sul palco il duo di Baltimora, affiancati in tour da Daniel Franz, alla batteria e avvolti da una scenografia semplice quanto suggestiva di luci e ombre.
Ecco, la suggestione è il tema principale del live.
Corto (un'ora e dieci) ma compatto (praticamente niente interazione nè tempi morti per gli strumenti, è stato quasi un concerto unitario) e soprattutto suggestivo.
Lei Victoria, ottima alla voce e tastiere, con movenze strane, una fisicità capace di rendere quasi indefinibile l'età, lui Alex Scally, al fianco, a supportare con voce, chitarre e basso queste composizioni di dream pop etereo e intenso, di quelli che ami o odi ma rese ottimamente dal vivo.
Con una scaletta corposa (una quindicina di pezzi circa) con quasi tutto Bloom e ripescaggi vari dal passato, l'unica piccola nota negativa (ma forse è una scelta) è quella di una certa freddezza della band, con addirittura una quasi fuga dal palco all'ultimo pezzo (Irene) senza nemmeno un saluto.

Forse è però una scelta, quella di far parlare le composizioni e quelle non si possono criticare, in particolare Myth e Wishes, tra i pezzi più belli del disco ne escono vincenti.
E quindi bene, bene, Beach House, siete riusciti, oltre al disco a convincere pure live: se non è maturazione questa.

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