IL NEGOZIANTE - Consigli non richiesti su tutto che si possa definire interessante in questo mondo
mercoledì 26 agosto 2015
[Ascolti] Of Monsters And Men - Beneath The Skin
La sensazione è che del ritorno degli Of Monsters And Men non sia importato a nessuno.
Possibile essere in errore, ma quella onda travolgente (persino nel nostro paese, grazie Vodafone) che aveva portato la band (che dice di essere) islandese ad una certa celebrità ovunque, sulle note di Little Talks e con un primo, solido, disco d'esordio, fatto di pop intenso, raramente banale e potente, quell'onda si diceva, pare essersi un pò fermata, quattro anni dopo.
Potrebbe (eccome, se potrebbe) essere uno dei fenomeni dell'era dello streaming e del one hit, che trascina su e giù le band in un ottovolante dove diventa difficile crearsi un nuovo pubblico.
L'era dell'ascolto compulsivo ha portato, bisogna dirlo, ad un ascolto distratto: sentire tutto, per non sentire niente.
Al di là di questo, appare un peccato, specie in questa ormai morente stagione estiva, non avere reso il giusto onore a Beneath The Skin.
Che è, davvero, un more of the same, ma questo non può essere un motivo per non dedicare alcuni ascolti ad un nuovo piacevole disco dei ragazzi di Kevlaflik (cittadina sede dell'areoporto principale d'Islanda).
Stessa formula: due voci, cori energici, una batteria spesso possente, parecchio pop d'autore.
E quindi rimane poco da pensare se non: si fa ascoltare con piacere o meno? Eccome.
Dal singolo Crystal, con il suo incedere intenso, a cui fa da seguito ideale Wolves Without Teeth, al basso deciso che guida Slow Life verso intuizioni post-rock con qualche spruzzata dei Sigur Ros più accessibili, fino alla dolcezza di I Of The Storm, che con We Sink chiude il disco, in maniera convincente.
Se il difetto è il non avere cambiato niente, il pregio è il medesimo: nessun calo, un'altra dose di buoni brani.
Abbastanza per godersi il disco in queste settimane.
venerdì 7 agosto 2015
[Ascolti] Tame Impala - Currents
Inutile negarlo: prima di questo disco ho sempre pensato ai Tame Impala come una band leggermente sopravvalutata.
Non che siano mancati, nella ormai nutrita discografia del gruppo australiano, i picchi, ma la sensazione era di qualcosa di incompiuto, imperfetto, indeciso.
Questo prima di Currents, e questo è il motivo per cui probabilmente non piacerà a tutti, ma allo stesso tempo piacerà a più persone.
Pronti, insomma, a diventare una band da grandi palchi, ora si.
Chiaro l'intento dalla dichiarativa Let It Happen in apertura: quasi otto minuti a dispiegare una melodia killer di quelle che segnano una estate, confezionata nell'involcruo di un brano che ha le ritmiche di una marcietta chill-out, quasi uscito dalla penna del migliore Washed Out.
Elettro-psichedelia? Volendo.
Qualcosa di simile, sempre volendo, a quell'istante creativo che permise agli Mgmt di creare un disco tanto bello quanto sottovalutato come Contratulations.
Currents si compone di ben tredici brani (anche se tre sono veloci abbozzi, pur di notevole valore) e ingrana la quinta in più di una occasione: The Less I Know Better mette sotto acidi i riff dei Black Keys, 'Cause I'm a Man è la ballad perfetta della scaletta, la chiusura di New Persons, Same Old Mistakes racconta un talento melodico purissimo e termina alla grande un album coeso, a fuoco e pieno di spunti interessanti.
Soprattutto, con la capacità (dei grandi dischi) di insinuarsi lentamente sottopelle, ascolto dopo ascolto. Finchè non lo ascolti una volta di più.
venerdì 3 luglio 2015
[Live Report] The Chemical Brothers / Flume / Moods @ Rock in Roma
Esattamente vent'anni sono passati dalla pubblicazione del primo disco a nome The Chemical Brothers.
Impossibile, per chiunque, in quel momento pensare a vent'anni dopo, un nome ancora nel pieno della propria attività, impossibile pensare ad oltre diecimila persone a Roma, armate di selfie stick, Go Pro e probabilmente qualche pasticca di decennio ormai passato in archivio.
Impossibile, per chi scrive, immaginare, fino a poco tempo fa, nemmeno di poter partecipare, con un veloce treno che in due ore percorre Bologna e si arrampica a Roma, veloce come le note che i fratelli chimici buttavano su disco già vent'anni fa.
Eppure eccoci qua, scelta Roma per contingenze di turni e per un opening act particolare, rispetto alla più vicina Padova, aggiungiamo l'ippodromo delle Capanelle alla lista dei luoghi visitati per un concerto.
Non male, l'arena, ben organizzata rispetto al solito standard italico e capace di garantire un discreto respiro anche un pubblico ampio come questa sera.
Opening Act, si diceva.
Archiviati i salentini Moods, per niente male, in arrivo a breve col primo disco, capaci di far intuire un buon impatto sonoro (si vedrà); ci sistemiamo sotto il palco per la prima uscita in Italia di Flume, australiano di cui si è parecchio parlato per il disco d'esordio.
Inserito in scaletta in sordina, ben poco chiaccherato, alto è invece l'interesse per una esibizione abbastanza riuscita.
Ovviamente difficile, in un'arena così vasta, conquistare con un djset a ritmo medio, ma non si fa dispiacere il ragazzo: visual anni novanta dietro e una grande cassa sotto la strumentazione tengono il ritmo di pezzi nuovi e vecchi, confermando tutte le proprie qualità (bello anche l'inedito di questi giorni Some Minds)
In attesa di un contesto più piccolo (vedi alla voce un piccolo club, qualche centinaia di persone e bassi potenti) sale l'attesa per una band che, invece, si esalta nelle grandi arene.
Che poi si è detto band, ma è un duo; si è detto un duo ma c'è solo Tom Rowlands, affiancato per questo tour da Adam Smith, colui che cura la parte visiva dello show.
E che è, inevitabilmente un ingrediente fondamentale della ricetta Chemical Brothers dal vivo.
Luci, visual, uno spettacolo grafico prima ancora che sonoro: questa è l'esperienza.
Che possa piacere o meno, diversissima per chi è abituato agli strumenti suonati, ma non meno coinvolgente.
Perchè l'attitudine è live, eccome, una scaletta studiata, un'apertura da boato e per rompere il ghiaccio (Hey Boy, Hey Girl) salti e balli che si diffondono per una buona mezz'ora.
La cosa che stupisce è il dopo: tutto tranne che paraculo, si potrebbe dire.
Tra pezzi nuovi, divagazioni, momenti dilatati, nella parte centrale lo show dei Chemical si permette di rallentare i ritmi, fare pensare oltre a ballare, consente a qualche tamarro di accennare un "dajjje e pppommpaaaa".
E invece no, si rallenta, per riesplodere solo successivamente, concludendo con Under the Influence / Galvanize / Music Response / Block Rocking Beats che spostano nuovamente l'asticella verso il livello "delirio generale".
Una lunga outro, The Private Psychedelic Reel è l'altra eccezione che stupisce, per niente semplice e in tendenza contraria al classico finale di concerto che prevede una qualche hit largamente attesa a chiudere.
E se in un live "normale" questo sarebbe un punto d'onore, in questo caso è una piccola pecca.
Perchè, diciamolo: quando esplodono i pezzi migliori, grazie anche ad uno spettacolo visuale raro da trovare altrove, l'esperienza The Chemical Brothers è, vent'anni dopo, tra le cose migliori ancora su questa terra, se si vuole chiudere gli occhi e lasciarsi andare.
Giudizio positivo, insomma, pari alle alle (alte) aspettative
P.s. Sometimes i Feel So Deserted, con la voce di St. Vincent si candida facilmente ad essere un nuovo classico nella discografia della band.
Impossibile, per chiunque, in quel momento pensare a vent'anni dopo, un nome ancora nel pieno della propria attività, impossibile pensare ad oltre diecimila persone a Roma, armate di selfie stick, Go Pro e probabilmente qualche pasticca di decennio ormai passato in archivio.
Impossibile, per chi scrive, immaginare, fino a poco tempo fa, nemmeno di poter partecipare, con un veloce treno che in due ore percorre Bologna e si arrampica a Roma, veloce come le note che i fratelli chimici buttavano su disco già vent'anni fa.
Eppure eccoci qua, scelta Roma per contingenze di turni e per un opening act particolare, rispetto alla più vicina Padova, aggiungiamo l'ippodromo delle Capanelle alla lista dei luoghi visitati per un concerto.
Non male, l'arena, ben organizzata rispetto al solito standard italico e capace di garantire un discreto respiro anche un pubblico ampio come questa sera.
Opening Act, si diceva.
Archiviati i salentini Moods, per niente male, in arrivo a breve col primo disco, capaci di far intuire un buon impatto sonoro (si vedrà); ci sistemiamo sotto il palco per la prima uscita in Italia di Flume, australiano di cui si è parecchio parlato per il disco d'esordio.
Inserito in scaletta in sordina, ben poco chiaccherato, alto è invece l'interesse per una esibizione abbastanza riuscita.
Ovviamente difficile, in un'arena così vasta, conquistare con un djset a ritmo medio, ma non si fa dispiacere il ragazzo: visual anni novanta dietro e una grande cassa sotto la strumentazione tengono il ritmo di pezzi nuovi e vecchi, confermando tutte le proprie qualità (bello anche l'inedito di questi giorni Some Minds)
In attesa di un contesto più piccolo (vedi alla voce un piccolo club, qualche centinaia di persone e bassi potenti) sale l'attesa per una band che, invece, si esalta nelle grandi arene.
Che poi si è detto band, ma è un duo; si è detto un duo ma c'è solo Tom Rowlands, affiancato per questo tour da Adam Smith, colui che cura la parte visiva dello show.
E che è, inevitabilmente un ingrediente fondamentale della ricetta Chemical Brothers dal vivo.
Luci, visual, uno spettacolo grafico prima ancora che sonoro: questa è l'esperienza.
Che possa piacere o meno, diversissima per chi è abituato agli strumenti suonati, ma non meno coinvolgente.
Perchè l'attitudine è live, eccome, una scaletta studiata, un'apertura da boato e per rompere il ghiaccio (Hey Boy, Hey Girl) salti e balli che si diffondono per una buona mezz'ora.
La cosa che stupisce è il dopo: tutto tranne che paraculo, si potrebbe dire.
Tra pezzi nuovi, divagazioni, momenti dilatati, nella parte centrale lo show dei Chemical si permette di rallentare i ritmi, fare pensare oltre a ballare, consente a qualche tamarro di accennare un "dajjje e pppommpaaaa".
E invece no, si rallenta, per riesplodere solo successivamente, concludendo con Under the Influence / Galvanize / Music Response / Block Rocking Beats che spostano nuovamente l'asticella verso il livello "delirio generale".
Una lunga outro, The Private Psychedelic Reel è l'altra eccezione che stupisce, per niente semplice e in tendenza contraria al classico finale di concerto che prevede una qualche hit largamente attesa a chiudere.
E se in un live "normale" questo sarebbe un punto d'onore, in questo caso è una piccola pecca.
Perchè, diciamolo: quando esplodono i pezzi migliori, grazie anche ad uno spettacolo visuale raro da trovare altrove, l'esperienza The Chemical Brothers è, vent'anni dopo, tra le cose migliori ancora su questa terra, se si vuole chiudere gli occhi e lasciarsi andare.
Giudizio positivo, insomma, pari alle alle (alte) aspettative
P.s. Sometimes i Feel So Deserted, con la voce di St. Vincent si candida facilmente ad essere un nuovo classico nella discografia della band.
lunedì 15 giugno 2015
[Ascolti] FFS - Franz Ferdinand + Sparks
In fin dei conti (un incipit assurdo, ovvio) possiamo concludere che è una bella operazione.
Un raro esempio di superband: i Franz Ferdinand, alfieri di questo ultimo decennio e tra i pochissimi sopravvissuti di quella generazione rock di inizio decennio, uniti agli Sparks, ventitrè album all'attivo in una carriera nata negli anni settanta e sempre vitale.
Forse ha funzionato, l'unione, perchè non si è trattato di personalità di varie band unite in qualcosa di nuovo.
No, FFS è quello che ci dice il nome, l'unione di due band insieme a comporre in studio.
Il suono, giustamente nel mezzo, come alla voce, ad alternarsi Kapranos e Russel Mael; per un disco divertente, frizzante, estivo, dodici tracce estremamente godibili (sedici nell'edizione deluxe del disco).
Pare che tutto sia partito da Piss Off (già sentita nelle ultime settimane e brano conclusivo); ad opera degli Sparks, da anni in cerca di una collaborazione con la band di Glasgow.
Non è difficile trovare ottimi spunti dalla scrittura congiunta: Johnny Delusional è il singolone, ma si fanno ben piacere anche le sbilenche architetture (di casa Sparks) di Dictator's Son, The Man Without a Tan, killer il ritornello di Police Enconteurs, funzionale la disco-rock di So Desu Ne e The Power's Couple, in aria di musical glam-rock che già immaginiamo fare faville dal vivo.
Dal vivo, ecco: difficile non pensare ad occasione migliore per queste due band insieme.
Il disco scivola leggero e divertente, pronto ad arricchire (senza pressioni di album proprio, specie per Kapranos e soci) e garantisce un'estate di grandi pubblici.
Un'occasione da non perdere.
sabato 23 maggio 2015
[Ascolti] Jamie XX - In Colours
Il fenomeno XX è chiaro e noto a tutti.
Se si dovessero tracciare una decina di band fondamentali in questo nuovo millennio, loro ci sarebbero.
La coerenza nel progetto musicale, un'idea ben chiara e sviluppata da un quartetto (poi trio) di giovanissimi inglesi, a costruire un disco impiantato su una base elettronica e cantato deliziosamente a due voci, un disco subito iconico, largamente utilizzato anche da media di indirizzo popolare.
Il seguito, capace di confermare e allo stesso tempo evolvere il suono (alzando il battito medio, pur mantenendone le atmosfere, questo fu il colpo più importante) ha proiettato la band nella inusuale situazione di essere una band da cameretta, da piccolo club, con un pubblico da grandi palazzetti.
Dietro alla band si muove da tempo però una figura, verosimilmente l'elemento più geniale del gruppo: Jamie Smith, in arte Jamie XX, classe 88.
Che non tarda ad affermarsi.
Prima come remixer (indimenticabile la rivisitazione di Florence And The Machine , programmatica) poi come dj in molteplici festival estivi e non (di casa anche per parecchio tempo al Fabric di Londra).
Poi nel 2011, il nostro Jamie XX inizia a mettere il proprio nome su un disco, definibile di remix ma in realtà quasi un lavoro a quattro mani con Gil-Heron Scott, riscrivendogli in pratica tutto il disco e facendolo suonare a proprio gusto.
Tutti indizi chiari, per chi scrive, di una abilità non comune e di una sensibilità musicale rara, nel coniugare più generi e distaccarsi leggermente dal suono degli XX.
La musica di Jamie è fatta di ritmiche ossessive, spezzate, campioni che si rincorrono, una generale eleganza di fondo che non la rende (quasi) mai ballabile ma pure profondamente elettronica, cadenzata, di tanto in tanto quasi un incrocio tra qualcosa di dubstep e qualcosa di hip/hop .
Ed eccoci, al 2015, con il primo, totale, album a proprio nome.
Un passo non da poco, considerando che è in registrazione anche il terzo lavoro della band principale.
Ma è la chiusura di un percorso, non a caso non mancano due tracce da un ep uscito lo scorso anno (Girl/ Sleep Sound).
E gli incroci (futuri?) non sono pochi tra le band, se Romy presta la propria voce a due brani (e Oliver ad uno), di cui Loud Places è tra i migliori di quest'anno, sorprendente nell'evolversi in un ritornello corale quanto famigliare nella melodia che emerge sul finale.
Ma non ci sono solo deviazioni della traiettoria XX: lo spettro musicale di espande non poco.
La campionatura soul di I Know There's Gonna Be (Good Times) riporta ai vinili di qualche decennio fa e colpisce l'obiettivo, così come in direzione opposta è la cupissima Gosh in apertura, facilmente assimilabile a qualcosa di industrial se non fosse per quella geniale seconda parte dove la melodia diviene base per un sintonizzatore che si trasforma quasi in un assolo di chitarra: colpo da maestro.
C'è davvero poco su cui recriminare: Obvs è uno strumentale in pieno stile del remix di Florence e regge alla grande, Hold Tight un esperimento che funziona (territorio Four Tet) e si espande benissimo, i brani già noti recitano la loro parte.
Forse, si potrebbe dire, un disco all'opposto degli XX, non troppo coeso, trabordante di idee e intuizioni, meritevole di essere compreso nelle sfumature più ampie e capace di essere apprezzato (magari per una parte) da un vasto pubblico.
Le ampie speranze, insomma, sono pienamente ripagate.
Bravo Jamie, ti aspettiamo in un tour e presto anche con gli XX.
lunedì 18 maggio 2015
[Ascolti] Mumford And Sons - Wilder Mint
Con metodica precisione, prosegue la carriera dei Mumford And Sons.
Un album, dopo tre anni il seguito, dopo altri tre anni, eccoci a Wilder Mint, in tempo per festival estivi e grandi platee.
Ancora: un esordio tutto sommato originale, vibrante, con il banjo a dipingere le melodie.
Un secondo sulla falsariga, qualcosa che si potrebbe facilmente descrivere come "more of the same", una ricetta inalterata, leggermente meno convincente per l'ovvia mancanza dell'effetto novità.
E ovviamente, il grande successo di pubblico, anche in Italia.
Il motivo per cui spesso si arrivi ai grandi numeri e palcoscenici solo in un secondo momento, con i dischi meno ispirati, è di difficile comprensione (a meno di ripiegare sulla necessità di approdare sui grandi network, mentre nell'ambiente già magari si è passati a nuove big sensation, in una sorta di cambio di testimone).
Fatto sta che per la vera regola musicale di questi anni è il terzo album quello capace di fare capire cosa potrà essere una band.
Coraggiosi, dunque i Mumford And Sons. Che rinunciano al loro tratto distintivo, il banjo, superano l'atmosfera (se si può dire) indie-folk.
E diventano rock band. Da stadio.
Fin troppo semplice arrivare a questo dato e comportarsi con pregiudizio, fin troppo facile segnalare (le evidenti) ispirazioni a cui il gruppo inglese ha guardato.
La vera domanda è la tenuta musicale, la scrittura.
E in questo senso bisogna dire che Wilder Mint non è male.
Protagonista la voce di Marcus Mumford, di rara intensità, protagoniste chitarre e di tanto in tanto (vera novità) la batteria), si apprezza lungo le tredici tracce una media qualitativa affatto scarsa.
Prendiamo l'incipit: Tompkins Square Park (ok, si, pare un inedito dei National, ok, l'abbiamo detto) è poderosa e programmatica, a chiarire che il cambio stilistico non penalizzerà l'intensità emozionale.
Believe parte con qualche brivido (di timori..) ma si scioglie in un finale che renderà felici tutti dal vivo.
Rock band, si è detto: lo conferma The Wolf, secondo singolo bravo a dimostrare che la penna della band è ancora in forma.
Se dopo si rallenta un pò è solo nei ritmi, ci si mantiene su livelli apprezzabili fino a Snake Eyes che è un altro ottimo brano (e ricorda la forza di Little Lion Man).
Buona anche la chiusura: Hot Gates è il crescendo epico, la ballata che viene facile immaginare a chiusura di un live, con il pubblico a seguirne le note.
Non male insomma, davvero.
Wilder Mint riesce (vero Editors del terzo album?) a cambiare atmosfere e suoni, pur mantenendo attitudine e buona scrittura. I Mumford and Sons sono oggi diversi, ma piaceranno allo stesso pubblico.
Forse anche a qualcuno di più.
<
sabato 16 maggio 2015
[Live Report] Rachele Bastreghi - Lokomotiv Club, Bologna
Quella dei Baustelle. La voce sognante, intensa che imperversa ora poco ora molto nei testi della band toscana.
Qualche settimana fa, così, senza particolare clamore, la Rachele ha dato alle stampe un ep: Marie, il nome, sette i brani, per un mini disco degno di qualche ascolto interessato.
La Rachele solista, giusto essere onesti, non è diversa (non del tutto) da quella dei Baustelle: il modo di cantare, la scrittura, l'attitudine verso un pop ricercato che (ci dice anche lei) guarda agli anni settanta.
La Rachele solista, poi, fa un piccolo tour e arriva questa sera al Lokomotiv Club di Bologna, che si conferma, nonostante una solo discreta affluenza, caldo oltre rari limiti, quando si arriva verso la primavera.
E, in circa un'oretta riesce a fugare uno dei grossi dubbi della vigilia: con soli sette pezzi all'attivo, che scaletta ci sarà?
Problema che deve essersi posto anche lei, vista la brillante conclusione: quattordici brani, l'ep suonato per intero, alcune cover, la conclusione con Revolver dei Baustelle Stessi.
Il giudizio? Positivo.
Leggermente meglio delle aspettative: per quantità, per qualità, per generale senso di grande divertimento della band sul palco.
Serata calda, caldissima: ma è stato un bel sentire.
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