giovedì 16 gennaio 2014

[Serie Tv] Sherlock - Stagione Tre


Troppo facile esordire su quanto si noti la differenza culturale tra una rete pubblica, la BBC inglese e un'altra pubblica, la RAI italiana, in un prodotto come Sherlock.
Che ha il coraggio di prendere una letteratura popolare, scegliere un formato anomalo (3 puntate da 90 minuti ogni due anni circa, nel rispetto della libertà degli attori ormai assorti a fama internazionale) e lavorare più che di spesa, di qualità nella scrittura.
In altre parole: Sherlock non è una serie costosa, si ripaga da sola grazie all'enorme traino pubblicitario e alla rivendita in altri paesi e diventa facilmente motivo di vanto per una rete, senza dover per forza scivolare nel "prodotto culturale",inteso come il documentario o altre forme elevate di divulgazione.
Sherlock è intrattenimento, di qualità.
E' pop come è pop Tarantino, è pop come lo sono gli Arcade Fire: è intrattenimento intelligente, studiatissimo, capace di divenire pop in termini di popular e non in termini di successo e soldi guadagnati.

E che sia questo lo dimostra questa (anomala) stagione tre.
Che si slega dalla risoluzione casi da risolvere e non poteva essere altrimenti: alla fine di The Reichenback Fall, il nostro Sherlock cadeva (si gettava) dal quinto piano di un palazzo, veniva visto cadere e morire da Watson. John vedeva il corpo senza vita portato via ed assisteva al funerale.
Come potesse essere vivo, Holmes, che pure doveva esserlo, è stato oggetto di speculazioni per quasi due anni online.
E qui arriviamo al primo concetto di questa stagione tre: il fanservice.
Ovvero, il dialogo tra pubblico e autori che in questa caso diventa meta-dialogo in ogni direzione: gli spettatori hanno imbastito teorie che gli autori si sono divertiti a mettere in scena, salvo poi presentarle come invenzioni, possibilità, dubbi: niente spiegone dunque e molte risate al servizio di una serie che non vuole prendersi (del tutto) sul serio.
Apparentemente nemmeno nel rapporto tra Watson e Sherlock: i siparietti che si susseguono nella seconda puntata (storicamente la più debole della serie) durante il matrimonio del primo con Mary (una meravigliosa Amanda Abbington) ci mostrano, in realtà, l'umanizzazione del detective, mai prima d'ora umano e (più o meno) capace di mostrare l'attaccamento a Watson, suo vero e primo contatto con la realtà.

Mary attaccata a Watson, Sherlock attaccato a Watson, Mycroft attaccato a Sherlock.
Questa è l'equazione che segue Magnussen, nemico della stagione, che ci riporta alla realtà e intensità degli anni precedenti, in His Last Vow, terza ed ultima puntata.
Dove i colori si fanno grigi e si alza la tensione, mostrando come l'apparente alleggerimento del registro della serie fosse in realtà un complesso approfondimento per portare ad una sfida ancora più elevata delle precedenti.
Un'ora e mezza di saliscendi emotivi accompagna una grande lezione di televisione, ribaltamenti di prospettive e un colpo di scena finale (ancora una volta con l'occhio rivolto a chi la serie la guarda)  capace di fare crescere subito l'aspettativa nei confronti della prossima (già confermata) stagione.

Questo è diventato Sherlock: un confronto tra chi scrive e chi guarda, un confronto tra Watson (un ancora più bravo Martin Freeman) e Sherlock, come fu per l'originale lavoro di Doyle, costretto a riportare in vita il detective a furore di popolo.
Un confronto ed un gioco di deduzione, basato su una straordinaria messa in scena visiva e di scrittura, accompagnato da picchi di recitazione e l'obiettivo di portare la serie sempre più in alto, probabilmente più di quanto immaginato dagli autori stessi, quando qualche anno fa si misero in mente di attualizzare Sherlock, quasi contemporaneamente alla piccola saga cinematografica di Guy Ritchie.

Per concludere: si è vero, qualche piccola sbavatura c'è, ma sarebbe un peccato, per chiunque, non vedere questa serie.
Qui si sta facendo la storia della serialità televisiva.

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