sabato 2 novembre 2013

[Ascolti] Arcade Fire - Reflektor



Tra le cose che ricorderemo (musicalmente, s'intende) di questo inizio di millennio, ci sarà la parabola degli Arcade Fire.
Una storia finora così pura.
Un esordio sentito ed emozionante (vogliamo chiamarlo capolavoro, certo) un successo di puro passaparola, che ha portato il disco dalle poche copie stampate in Canada alla distribuzione mondiale.
Se ne parlò letteralmente per mesi.
Le conferme di Neon Bible (il disco intimista, la conferma del talento melodico e corale) e The Suburbs (il primo tentativo di diventare band rock a tutto tondo, un suono capace di allargarsi in più direzioni) hanno portato ad una espansione di pubblico impensabile.
Così siamo ad oggi, dove Reflektor ha seguito la stessa storia mediatica del disco dei Daft Punk: l'attesa collettiva, i singoli estratti, concerti sotto mentite spoglie in patria, informazioni costanti capaci di generare un'attesa spasmodica.

Poi Reflektor si è rivelato.
Due i temi fondamentali di cui si parla (e sono in realtà lo stesso): la collaborazione in cabina di produzione di James Murphy (Lcd Soundsystem) e il viaggio del gruppo nella terra nativa di Reginè, Haiti, facendo nascere la voglia di un disco ritmico.

Ma prima ancora del "disco ballabile" della band canadese, bisogna premettere che il disco è molto di più.
Un doppio album, settanta abbondanti minuti di musica in cui la band, lo diciamo da subito, devia dalla sua traiettoria standard e segna il suo quarto centro consecutivo.
Perchè Reflektor, ascolto dopo ascolto, si dimostra disco solido, intenso, diverso eppure profondamente arcadefireiano.

Il primo disco, che si potrebbe chiamare quello della disco-rock band.
Parte in quinta, con Reflektor, primo singolo che odora di suono Dfa in ogni poro, traccia lunga, lunghissima, sette minuti e mezzo di esplorazioni disco, che pensi sia (come si è detto) un pò troppo allungata fino a che (minuto 5.25) si esibisce in una melodia che ti si pianta in mente in tre secondi e finisce in un epico finale che non vediamo l'ora di sentire dal vivo.
Poi: We Exist, dove si introduce l'elemento che non ti aspetti: la componente rock.
We Exist è chitarre e un basso profondissimo in sottofondo e compone un mini ciclo (non cronologico) registrato con pure sonorità da live band che comprende Normal Person (forse il brano più aggressivo mai scritto dalla band) e You Already Know, divertito brano quasi sixties, che segue subito dopo.
Poi ci sono le suggestioni: Here Comes The Time (Caraibi e Vampire Weekend protagonisti, tra i picchi del disco) la psichedelia di FlashBulb Eyes e l'ultimo brano, Joan Of Arc, cavalcata dove sentiamo finalmente Regine in parte alla voce e che conclude ad altissimo livello il primo disco.

Se sembra che ne stiamo parlando bene, aggiungiamo che è il secondo disco a fare il salto di qualità.
Quattro brani filati a stordire le orecchie di puro piacere: Awful Sound si accende minuto dopo minuto di quella intensità drammatica propria della band, It's Never Over riporta la coralità della band in primo piano (qualcosa di No Cars Go), Porno è un originalissimo e divertito gioco di sintetizzatori anni ottanta su cui Win Butler canta bene come forse non gli era mai riuscito.
E poi, infine Afterlife, che è il regalo finale della band, il brano capace di chiudere il cerchio, puri Arcade Fire, un brano che speri solo non finisca, inserendo ritmo, coralità e melodie, frullati in sei minuti in cui, giunti (quasi) a fine disco, pensi che si, è un altro capolavoro.

Sulla lenta e dilatata Supersimmetry, brano che sfuma in bordate di suoni elettronici finisce l'ascolto.

In conclusione (siamo già stati prolissi) Reflektor è il coraggioso passo in avanti di una band capace (ce ne stupiamo nuovamente) di affrontare qualsiasi ispirazione e idea musicale, riuscendo a mantenere quell'intensità, quel talento melodico che hanno reso la band un prodigio unico e (al quarto album è ora di dirlo) una delle band più memorabili degli ultimi anni.
Non resta che l'appuntamento live.

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