domenica 16 giugno 2013

[Ascolti] Editors - The Wheight of Your Love


Sorprende (ma non troppo) sapere che An End as a Start programmatico (involontariamente) secondo album della band di Birmingham sia datato 2007.
E che quindi risalgano a soli cinque o sei anni fa i bagni di folla, meritati, per una band che aveva saputo, trascinata dalla voce di Tom Smith, dare alle stampe due album pieni di rock epico, di grande intensità e raccogliendo giustamente il merito di guidare, con pochi altri, una generazione che a inizio millennio aveva dato nuova luce alle chitarre.
Cosa sia successo poi, è cosa nota: gli Arctic Monkeys proseguono un percorso loro ormai distante dagli esordio, i Bloc Party si sono recentemente sciolti nuovamente, gli Interpol vivono in un limbo, di altre band minori si sono perse proprio le tracce.

Invece, gli Editors sono ancora qui, anche se dopo In This Light on This Evening, le attese erano poche.
Insomma, si, diciamolo: dopo quel pessimo terzo disco, quattro anni di distanza, la perdita di un membro (Chris Urbanowicz, chitarrista) e in un anno che ha già vissuto parecchie uscite importanti (James Blake, Vampire Weekend, The National, il tornado Daft Punk) l'interesse era a zero.

Ma per le glorie passate un ascolto (anzi più d'uno) lo abbiamo dedicato a questo The Wheight of your Love.
Così, diciamolo subito: meglio, molto meglio.
Un disco che ritorna al sound degli esordi, che si muove in direzioni varie , che riporta la voce sempre inconfondibile di Smith in prima linea e che, pur senza esaltare, si fa amare con discrezione.
Direzioni diverse si diceva: i Joy Division riemergono esplicitamente in A Ton of Love, che pure è un ottimo pezzo e segue Sugar, facendo con soddisfazione riemerge le chitarre.
Più controverse le ballate, perchè pur se ben riuscita What is This Thing Called Love è più un brano pop radiofonico che un pezzo degli Editors, va molto meglio con The Phone Book (in odore di folk) e Nothing, con una più che discreta orchestrazione alle spalle della quasi sola voce di Smith.

Il resto dei brani è un pelo meno interessante ma mai meno che apprezzabile, riconsegnandoci dunque una band nuovamente padrona del proprio suono, probabilmente si, fuori dal radar dell'hype ma ancora in grado di scrivere un pugno di belle canzoni.

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