lunedì 1 settembre 2014

[Ascolti] Interpol - El Pintor


Era difficile sperare.
Difficile immaginare che gli Interpol, in grado di dare alle stampe uno dei capolavori degli ultimi anni (Turn On The Bright Lights, anno di grazia 2002) potessero tornare con un buon disco.
Punto primo: praticamente nessuna di quelle band,  di quella ondata di inizio millennio, hanno resistito (bene) per più di un paio di album (e si, non ti voglio nominare, Kele, per ciò che stai facendo).
Punto due, l'assenza, per la prima volta di Carlos Dengler, che era il basso, strumento non certo dimenticabile nell'economia della band.
Punto tre, superiore agli altri, una discografia fatta di due grandi luci (si, Antics è un grandissimo disco), un buonissimo album (Our Love To Admire, almeno per metà degno del passato) e poi una caduta netta, quell'album omonimo uscito nel 2010, ad essere generosi poco più che ascoltabile.

Invece ce l'hanno fatta.
Una salutare pausa di quattro anni, qualche progetto parallelo (anche se non memorabile, vedi Julian Plenti, alter ego di Banks, cantante della band) ed eccoci qui.
Di nuovo nell'oscurità, stavolta più serrata, ostile, intensa.
Meno spazio, un suono più ruvido: questo è El Pintor.

Che parte bene, quello strano singolo All The Rage Back Home, che pare degno dello spleen del primo disco prima di partire lungo una serrata corsa di chitarra, basso e accelerazioni.
E poi Ancient Ways, qualcosa che vuole assomigliare a Slow Hands, il brano catchy, magari un pò fuori tempo massimo, ma non importa.
Perchè segue la gemma, My Desire, incroci di note, un viaggio nel passato ed esattamente a metà, minuto 2.27, inserisce la quinta e si libera nel primo momento memorabile degli Interpol dopo tanti anni, a ricordare quell'unione di strumenti (si, Sam Fogarino, aspettavamo la tua batteria da tempo).

E poi, si, è vero, il disco cala un pò (nemmeno tanto) una onesta Anywhere, la riuscita Same Town, New Story e siamo già oltre metà disco (il momento in cui i dubbi sono passati, gli Interpol sono di nuovo tra noi).

Pazienza allora per una fin troppo rumorosa Breaker 1, che pure prende slancio nel finale (e si chiude in uno strano sample di italica provenienza); grazie allora per Twice Is Hard, che sembra qualcosa di tenuto nel cassetto dai tempi di Turn on The Bright Lights.

No, non è un nuovo capolavoro.
Ma è un buonissimo disco e regala le soddisfazioni di ritrovare un vecchio amico che ricordavi ormai lontano e torna invece in grandissima forma.

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