lunedì 6 aprile 2015

[Ascolti] Sufjan Stevens - Carrie And Lowell


Che Carrie and Lowell sia uno dei dischi più importanti degli ultimi anni è chiaro praticamente a tutti.
Lo dice un dato semplice: le recensioni uscite.
Fiumi di parole, voti altissimi, paragoni altosonanti, ottima scrittura: quasi che il disco sia talmente bello da rendere necessaria una recensione che si spinga vicino, emuli la delicatezza e l'intensità del disco.
Che è banale quanto doveroso raccontare nei suoi presupposti: la morte della madre che l'aveva abbandonato da bambino, una morte che pure lacera improvvisamente il cantautore, quasi a porre fine ad una storia di cui credeva non fosse ancora scritta la parole fine.
Un senso di smarrimento e d'un tratto le sperimentazioni eclettiche di The Age of Adz scompaiono, per lasciare spazio ad un intimismo autorale che ci ricorda si, Illinois, ma con un grado maggiore di anima dentro.
La sensazione, ascolto dopo ascolto, recensione dopo recensione, è che Carrie and Lowell sia un disco scritto per sè, una versione in musica di un dolore portato per anni ed esploso di colpo.
Non c'è il sorridente Sufjan Stevens, nell'indimenticabile concerto a Ferrara di qualche anno fa, che chiudeva festoso un concerto colorato e vibrante.
C'è l'anima.
Qualcosa di simile all'intensità di Bon Iver, chiuso solo, in montagna, a inventarsi For Emma, Forever Ago, a schiudere un amore in note e parole in un disco.
Ed è difficile, sinceramente, parlare di un brano unico: spicca quasi tutto, in un album sommesso eppure intenso, picchi emotivi di una montagna russa lunga quarantaquattro minuti di riflessioni sulla vita e (soprattutto) sulla morte.
Note di chitarra, di piano, qualche coro in aiuto, un disco quasi lo-fi, uno straordinario talento melodico per un disco che finirà in tutte le classifiche (intelligenti) di fine anno.
L'arte più pura, insomma, un film in bianco e nero in un'epoca dove spesso sono gli effetti speciali a dominare, questo è Carrie And Lowell.


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