lunedì 17 novembre 2014

[Ascolti] Damien Rice - My Favourite Faded Fantasy


Non è certo facile essere Damien Rice e scrivere un nuovo album.
Per uno che, con questo disco, ha scritto solo tre album in dodici anni, è probabilmente evidente quanto il processo creativo sia cosa non semplice.
Probabile che quella forza nelle canzoni dei primi due dischi nasca anche da una certa sofferenza interiore: non sono state poche le fughe personali, i viaggi, le ricerche che il cantante di Dublino ha percorso in questi anni, come se (forse è solo una sensazione) vi sia nella sua vita personale una estrema sensibilità, un disequilibrio che di tanto in tanto si tinge di armonia, per dare alla luce qualche brano, finora quasi sempre indimenticabile.

Ha viaggiato molto anche per scrivere My Favourite Faded Fantasy: Stati Uniti, Islanda in particolare.
Da questo momento di armonia nasce un disco che riesce ad aggiungere qualcosa (non poco) alla discografia di Rice: otto tracce, maggiore elettricità, due brani a superare rispettivamente gli otto ed i nove minuti.
La prima domanda, spontanea, di chi ascolta Damien Rice è: c'è qualche altra, struggente, perla?
Si, certo: è in gran parte piazzato alle tracce tre e quattro, The Greatest Bastard, che s'inerpica verso quasi il falsetto in un delizioso ritornello (che te lo aspetti, che appaia Lisa Hannigan, come ai vecchi tempi) e I Don't Want To Change You, deliziosa, con archi in sottofondo, che è già in lista di attesa per qualche momento televisivo o cinematografico.
Ma non è tutto qui: non possiamo dimenticare le vibrazioni elettriche.
Così l'intenso finale della prima, omonima traccia, e la lunga suite di It Take a Lot to Know A Man,  con una lunga parte strumentale in coda rivelano un autore ora più completo, un disco più stratificato.
Continuando, quasi il disco sia un doppio vinile su due lati, al cinque e sei ci sono i due brani più classici ed intimisti: Colour Made In e The Box, sono voce e chitarra, echi di quel passato già indimenticabile e pienamente riusciti.
Ultimo lato, la piccola sorpresa del finale in coro per la lunga Trusty And True (si pensa un pò a Sufjan Stevens e Chicago) e poi la lenta, struggente, chiusura di Long Long Way, quasi un abbozzo allungato minuto dopo minuto, ad avvolgere, sfumare e concludere.

Un disco che se non è il più bello di Damien Rice, è pienamente in grado di confermarne tutto il talento, aggiungendo qualche colore alla tavolozza di sentimenti raccontata una volta di più.


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