[Live Report] Radiohead + James Blake + Junun

Io avevo credo diciotto anni. O diciannove.
Forse il primo è giusto per la data di annuncio, il secondo per la sera stessa.
Ora ne ho trentadue, vivo in un altro posto, ho moglie e figlia.
Però non è cambiato così tanto: sono i Radiohead.
Ognuno di noi ha una o due band che tracciano l'esistenza, con cui sono cresciuti e di cui poi magari diventi meno "ansioso", all'annuncio di un disco o un tour rispetto a qualcos'altro, però poi ci sei.
Ci sei, perchè sono i Radiohead che per una serie di persone sono il simbolo: l'indipendenza, l'emozione, la grinta e la dolcezza, l'aticipità.
Per noi i Radiohead sono i Beatles per chi li ha visti all'epoca, con la consapevolezza che erano i Beatles.
Perchè sappiamo che loro sono grandi, immensi.
Certo, pensare che tanti anni fa la location era la mia Piazza Castello di Ferrara, piccola (e forse mai più piena di così) e ora è un enorme ippodromo, dicono pieno di cinquantamila persone.
Al di là dei numeri, meravigliosamente tranquillo nella zona chiusa davanti (vabbè, il pit, roba che "noi" mediamente non conosciamo, per altri tipi di concerti) graziato da qualche nuvola e immensamente più tranquillo di quella prima volta, è stata comunque magia.

Non indifferente all'"assurdità" di Junun, regalo del Greenwood che si unisce a questi indiani con baffi e turbante, meravigliosi strumentisti quanto lontani dai nostri suoni (ma assolutamente apprezzabili), il primo momento di magia è James Blake.
Io che, qualche anno fa, andai in una specie di data zero a londra, un centinaio di persone in una biblioteca, per assistere alle prove prima del rilascio del secondo disco, conscio che un'arena enorme, all'aperto, col sole alto, non è la location perfetta per Blake, dico ottimo, ottimo.

Certo è un tipo di proposta che magari soffre alla distanza, ma illumina per gran parte del live di eleganza, bassi prodigiosi, una voce sopra le righe e pure un inedito che si fa piacere assai.
E' un fenomeno, anche se forse se ne rendono conto meno di quelli che dovrebbero.

Poi, in orario, ecco loro.
Daydreaming è la canzone con cui si è addormentata mia figlia nei suoi primi mesi, ora è l'apertura delicata del live, con mille luci che si diffondono e iniziano a raccontare un concerto, come poi per il disco, che parla di un gruppo che si mostra in pace con sè stesso.

Una scaletta volendo illogica, passaggi indietro e avanzi, regali al pubblico, saluti in italiano di Thom Yorke, un pubblico che è cresciuto rispetto ad anni fa e non poga ossessivamente (e Idioteque ora è diversa).
Però, come sempre le chicche sono momenti meravigliosi.
Myxomatosis, direi un inedito per i miei concerti.

Let down, un inedito per molti e un brano assolutamente sopra le righe, ma non c'è bisogno di dirlo.
You & Whose Amy, di un'altra categoria.
Paranoid Android, dove il pubblico e la band sono una sola cosa.
Quel consueto, ma irreale silenzio su Exit Music, dove potresti sentire un bicchiere cadere e sei in un'arena di cinquantamila persone, sotto un enorme palco.
Fake Plastic Trees, che ricorda The Bends e uno di quei brani che per una band normale valgono una carriera, mentre per i Radiohead è stato forse il secondo inizio dopo Creep.

Insomma: meno sconvolgente di una volta? Certo, perchè era la quarta.
Meno bello? No.
Meno magico? No.
Perchè sono i Radiohead, i brividi ci sono stati, la magia è ancora presente.
Siamo tutti più grandi, ma siamo ancora uniti.


Setlist
Daydreaming
Desert Island Disk
Ful Stop
Airbag
15 Step
Myxomatosis
Lucky
Pyramid Song
Everything in Its Right Place
Let Down
Bloom
Identikit
Weird Fishes/Arpeggi
Idioteque
The Numbers
Exit Music (for a Film)
Bodysnatchers

Encore:
You and Whose Army?
2 + 2 = 5
There There
Paranoid Android
Street Spirit (Fade Out)

Encore 2:
Lotus Flower
Fake Plastic Trees
Karma Police

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